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È una buona idea ascoltare i consigli di chi detiene il record del mondo nella sessione di maratona in un Ironman, oltre ad altri due record del mondo nella stessa disciplina. Lange consiglia di provare diversi modelli e di limitarne l’uso negli allenamenti.
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Lange offre anche consigli interessanti su come scegliere e usare le scarpe con piastra in fibra di carbonio
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E non limita in consigli a questo ma spiega anche come allenarsi e quali superfici preferire.
Patrick Lange è uno dei più forti triatleti del mondo, nonché vincitore di due titoli mondiali di Ironman nel 2017 e 2018. Una delle specialità in cui eccelle è decisamente la corsa, dove ha anche stabilito il record del mondo nel 2023 correndo la maratona in 2:30:27. Se ti sembra un tempo molto superiore alle 2 ore che i più veloci del mondo ormai grattano sempre di più, pensa che la sessione di corsa in un Ironman arriva dopo quelle di nuoto e di bici, quando i più forti del mondo sono già in ballo da più di 5 ore. Quindi quando Lange dà consigli, è una buona idea ascoltarlo. Anche perché in questa intervista a Triathlete parla a lungo del suo rapporto con le scarpe con piastra in fibra di carbonio, e i consigli che dà riguardo alla scelta e all’utilizzo sono utilissimi.
Carbonio sì, carbonio no
Lange riconosce che – almeno ai suoi livelli spaziali – la piastra in fibra di carbonio gli permette di limare almeno 3/4 minuti al tempo complessivo. Possono sembrarti pochi ma, in casi come il suo, fanno la differenza fra un tempo pazzesco e un record del mondo. Lui provò sin da subito il carbonio, a partire dal primo modello delle Nike Vaporfly 4%, con cui non si trovò particolarmente bene. Non pensò però che quella tecnologia fosse sbagliata o non aggiungesse poi molto alle sue prestazioni; capì subito che dipendeva molto dalla formula impiegata. Non tutte le scarpe con piastra in carbonio sono uguali e ogni brand ha la sua particolare versione. Il suo consiglio è quello di provarne un numero sufficiente e scegliere quello con cui ci si trova meglio. Oggi lui corre con le adidas ADIZERO Adios Evo 1, a cui riconosce 2/3 minuti in meno sulla maratona.
Lange consiglia anche di non usarle in allenamento, o almeno non sempre. La loro morbidezza fa spesso pensare che possano rilassare i muscoli più di una scarpa normale. Quello di cui non ci si rende conto è che il carbonio continua a trasmettere forze non indifferenti ai muscoli e alle articolazioni, mettendole sotto stress. In allenamento lui le usa solo una volta al mese e più spesso a ridosso delle gare.
Non serve allenarsi troppo
Fare grandi volumi di allenamenti può esporre agli infortuni. Normalmente si considera che a quei livelli ci sia bisogno di correre almeno 120 km alla settimana ma secondo Lange non è proprio il caso. Per allenare la capacità aerobica preferisce invece uscire in bicicletta. Sulla stessa linea di pensiero è anche il consiglio che riguarda l’utilità di correre una maratona intera nella preparazione a un Ironman. A questo punto avrai già capito che le sue risposte sono sempre diverse da quello che ti aspetteresti e infatti lui lo sconsiglia, specie perché lo stancano troppo. L’allenamento più lungo che fa in preparazione a un Ironman è di 30 km.
L’importanza della superficie
Un fattore che spesso si trascura è che bisognerebbe alternare le superfici su cui si corre. L’asfalto, per esempio, carica molto il corpo a causa della sua rigidità. Variare e correre anche su prati o sterrati (lui dice di correre “gravel”, cioè su superfici diverse) allena invece diversi gruppi di muscoli che sarebbero trascurati da un allenamento tradizionale su asfalto.
La psicologia di un Ironman
La maratona – dice Lange – è una gara molto lunga. Non puoi iniziare da subito a guardare quanti chilometri mancano alla fine. Lui inizia a farlo solo dopo 7-8 km e poi cerca di suddividere la gara in segmenti diversi, più affrontabili perché più brevi, almeno singolarmente. Per questo in una gara di resistenza bisogna lasciarsi il tempo per entrare nello spirito nella prima parte, per poi iniziare a caricare in quella centrale, sino ad arrivare a correre l’ultimo segmento “Per sopravvivere”, che è un altro modo per dire di correrla col cuore, anche perché corpo e mente a quel punto hanno già dato il massimo che potessero.
L’importanza della tecnica
Anche un campione come lui continua a curare la tecnica, anzi: è un campione anche perché lo fa. L’impostazione di corsa è fondamentale e lui stesso ha sperimentato che quando corre badandoci poco, inevitabilmente ne risente la prestazione complessiva.