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Comprare l’attrezzatura per la versione di noi che non esce mai

  • 6 minute read

Il cartellino ancora attaccato

Cercavo i guanti leggeri, quelli che a fine ottobre tornano utili per le prime uscite con il fiato che fa fumo. Erano scivolati in fondo all’armadio del corridoio, dietro una sacca di magliette da gara e una scatola che non ricordavo di aver riempito. Per arrivarci ho dovuto spostare lo zaino.

Quarantacinque litri, grigio antracite, schienale a rete, la cinghia sul petto con il fischietto nella fibbia. Il cartellino era ancora appeso alla spallina con quel filo di plastica che si taglia solo con le forbici. Dentro c’era la carta da imballo appallottolata che i negozi infilano per tenergli la forma, e una bustina di gel di silice che per due anni ha assorbito l’umidità di un armadio, al posto di quella di un rifugio.

L’ho appoggiato sul pavimento e mi sono accovacciato accanto, con i guanti in mano.

Lo avevo comprato una sera di marzo. Ricordo il commesso che mi stringeva la cintura in vita e spiegava che il peso va scaricato sulle anche, e che alle spalle tocca soltanto tenerlo vicino al corpo. Ricordo soprattutto lo specchio. Mi ero girato di tre quarti per vedere come cadeva sulla schiena, e lì dentro c’era già uno che a giugno partiva per tre giorni in quota, da un rifugio all’altro, con la mappa piegata nella tasca della cintura e le ginocchia segnate dai graffi dei mughi.

Nel frattempo, giugno è arrivato due volte. Lo zaino è rimasto qui.

Aprendo bene l’anta ho ritrovato il resto della compagnia. Una frontale ancora nel blister, con la batteria ricaricabile che nessuno ha mai collegato a un cavo. I ramponcini, quelle catenelle con i denti d’acciaio da tendere sotto le scarpe quando il sentiero ghiaccia, chiusi nel loro sacchetto di tela con il laccio annodato come in negozio. Erano per una gita di gennaio con due amici, rimandata la prima volta per il meteo e poi, senza che nessuno lo dicesse ad alta voce, per sempre.

Sono tutti in perfetto stato, e hanno in comune un’altra cosa. Sono stati comprati per qualcun altro.

La persona per cui abbiamo comprato

Quel qualcun altro ha abitudini precise, e le conosco meglio delle mie. Esce all’alba anche a novembre, quando l’erba dei campi è bianca e il primo chilometro si fa con le mani tirate dentro le maniche. Parte il venerdì sera e torna la domenica con la scottatura storta sul collo e i segni delle cinghie sulle clavicole. Sceglie i giorni di pioggia perché il sentiero è vuoto, e la sera, se c’è da scendere al buio, accende la frontale senza pensarci, come si accende la luce del bagno.

Ogni oggetto in quell’armadio è un pezzo del suo corpo comprato in anticipo. Lo zaino è la sua schiena allenata a portare. I ramponcini sono la fiducia dei suoi piedi sul ghiaccio.

In un negozio di montagna faccio sempre la stessa cosa. Prendo in mano un oggetto, ne sento il peso sul palmo, e prima di girare il cartellino del prezzo immagino la scena in cui mi servirà. Le schede tecniche aiutano, perché ogni specifica è una piccola sceneggiatura: impermeabile per ore sotto l’acqua, testato a temperature sotto zero, pensato per le traversate. E in ognuna di quelle scene c’è lo stesso protagonista, una versione di me più mattiniera e meno impigliata nelle mail del lunedì.

All’inizio degli anni Ottanta due psicologi sociali, Robert Wicklund e Peter Gollwitzer, hanno dato un nome a questo movimento con la teoria del completamento simbolico di sé. Quando ci sentiamo incompleti in un’identità a cui teniamo, tendiamo a procurarci i segni che la rendono riconoscibile, e uno vale l’altro: un titolo, una posizione, un oggetto, un modo di parlare. Il dettaglio che mi colpisce di più è a chi si applica. Secondo i due autori il meccanismo riguarda soprattutto chi è ancora impegnato in quel campo, chi ci tiene. Chi se n’è disinteressato non ha bisogno di simboli.

Wicklund e Gollwitzer ragionavano di segnali rivolti agli altri, e il mio armadio non lo apre nessuno. Eppure lo spettatore più esigente davanti a cui ho indossato quello zaino ero io, in uno specchio tra due scaffali, e mi è bastato.

Quella persona ha un solo limite. Non ha un calendario. Io sì.

Un anticipo che basta per qualche giorno

La parte strana è che i primi giorni funzionano. Con i ramponcini è andata così. Il pacco è arrivato un giovedì, l’ho aperto sul tavolo della cucina staccando il nastro adesivo con l’unghia, e la sera stessa li ho provati sulle scarpe in mezzo al bagno, con un rumore di ferro sulle piastrelle che faceva ridere. Poi le mappe sul telefono, il dito che seguiva una linea rossa tra due creste innevate, il dislivello controllato due volte, i commenti di chi l’aveva percorsa l’inverno prima. Per una settimana mi sono sentito più vicino a quella persona di quanto mi fosse mai capitato camminando.

Somiglia a un riscaldamento fatto con cura prima di una gara a cui poi non ci si presenta. Le gambe sono calde, il cuore già alto, gli allunghi sciolti e puliti. Poi si resta fermi in un angolo del parcheggio e il sudore si raffredda addosso.

Nel 2009 Gollwitzer è tornato su questo terreno con alcuni colleghi, in quattro esperimenti pubblicati su Psychological Science. Hanno seguito persone con un obiettivo legato alla propria identità, come diventare un buon giurista, e hanno osservato che quando qualcuno prendeva nota della loro intenzione, nei giorni successivi ci lavoravano meno. Essere notati regalava una sensazione prematura di possedere già quell’identità. Anche qui, l’effetto pesava di più su chi all’obiettivo teneva molto.

La ricerca riguarda le intenzioni dichiarate, e allargarla agli scaffali di casa è una lettura mia. Però un acquisto somiglia molto a una dichiarazione. La conferma d’ordine porta il mio nome, e il pacco resta nell’ingresso dove tutti in casa lo vedono passando. Conosco bene il bisogno di mostrare agli altri ogni chilometro per sentirlo valido. L’attrezzatura intonsa ne è il rovescio silenzioso: mostra a me stesso chilometri che non esistono, e per qualche giorno valgono quasi come se li avessi fatti.

Poi l’anticipo si consuma. Il sacchetto passa dal tavolo alla sedia, dalla sedia all’armadio. Il primo fine settimana libero piove nel modo sbagliato, al secondo c’è un pranzo di famiglia, e da lì in poi smetto di contare le domeniche. A un certo punto la funzione dell’oggetto si capovolge senza rumore. Era stato comprato per uscire, e adesso serve a ricordarmi che non sono uscito. Ogni volta che apro l’anta trovo un piccolo conto in sospeso, e per non saldarlo comincio ad aprirla meno spesso.

Uscire con quello che c’è

Molti oggetti comprati in anticipo hanno fatto il loro lavoro. Le prime scarpe da corsa di tante persone, le mie comprese, sono state prese per qualcuno che ancora non correva, ed è stato proprio quel paio a portarlo fuori la prima volta. Acquistare per la persona che si vorrebbe diventare è un gesto antico, e spesso utile.

Il guaio comincia quando l’oggetto prende il posto dell’uscita, e possederlo diventa un modo di essere quella persona senza la fatica di praticarla.

Per capire da che parte sta, basta guardarlo con sincerità e chiedersi una cosa sola: in questo momento mi avvicina alla porta di casa o mi trattiene davanti all’armadio?

Nei giorni del cambio di stagione capita di mettere sullo stesso ripiano cose che pesano in modo opposto. Le scarpe consumate che non riusciamo a buttare custodiscono qualcuno che siamo stati, e hanno la suola liscia sotto l’avampiede a fare da prova. Lo zaino con il cartellino custodisce qualcuno che non siamo stati, e prove da mostrare non ne ha. Le prime si tengono per gratitudine. Il secondo, se lo si tiene, conviene tenerlo per usarlo.

Le strade oneste mi sembrano due. Si può rimpicciolire il progetto finché entra nella settimana che ho: al posto della traversata in quota, una mattina sulla collina dietro casa con il sacco mezzo vuoto. Oppure si può regalarlo a qualcuno che a giugno parte, e lasciare che la persona per cui l’ho comprato esista almeno su un’altra schiena. Nessuna delle due chiede di vergognarsi dell’acquisto. Chiedono soltanto di smettere di aspettare quell’altro.

Martedì ho scelto la prima. Ho tagliato il filo di plastica con le forbici della cucina, ho messo la frontale in carica per la prima volta e ho infilato nello zaino una giacca e una mela. Alle sette era ancora buio e scendeva una pioggia sottile, di quelle che non giustificano nessuna attrezzatura. Ho preso il sentiero che sale dietro il paese, un’ora e venti in tutto, quattrocento metri di dislivello e nessuna cresta. Le cinghie erano rigide come scarpe appena uscite dalla scatola, e la cintura in vita continuava a scivolare, perché nessuno l’aveva mai regolata su un corpo sudato. In salita mi sono fermato due volte a stringerla. La frontale l’ho spenta a metà strada, quando la luce grigia bastava a vedere le radici.

Lo zaino era pensato per uno che parte per tre giorni. Quella mattina ha portato una giacca bagnata, il torsolo di una mela e uno che c’era.

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