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La città vuota di agosto e il rumore dei passi

  • 6 minute read

Un’indagine sensoriale sull’agosto metropolitano, sul bitume che di notte restituisce il calore del giorno e su cosa accade all’ascolto quando la città smette di coprire il suono che facciamo.


Esco alle sette e venti e la prima cosa che sento è il portone che si chiude alle mie spalle. Il tonfo, lo scatto della serratura, poi niente. Sul viale non accelera nessuno. Il cantiere all’angolo è fermo da dieci giorni, la gru immobile con il braccio girato verso il fiume, e il bar ha la saracinesca abbassata con sopra un foglio attaccato con lo scotch, pennarello nero già stinto dal sole. Restano i condizionatori che sgocciolano sui marciapiedi, macchie scure a intervalli regolari lungo tutto l’isolato: l’unica cosa che in questi giorni lavora ancora a pieno regime.

Faccio venti metri e mi accorgo che li sto sentendo.

L’eco dell’asfalto bollente

Il caldo delle sette del mattino non scende dall’alto. Sale. L’asfalto ha passato la notte a restituire quello che si è preso ieri, e ci corri sopra come sopra una piastra che qualcuno ha spento due ore fa senza convinzione. Lo senti dai polpacci prima che dalla faccia. Il bitume vecchio, quello dei rappezzi neri e lucidi che disegnano cicatrici sulla carreggiata, si ammorbidisce e la suola resta attaccata un decimo di secondo più del dovuto a ogni appoggio. È un suono nuovo, appiccicoso, che d’inverno non esiste.

Poi c’è l’odore. Catrame caldo, gomma, il dolciastro dei cassonetti che nessuno svuota con la stessa frequenza, e ogni tanto, sotto un portone socchiuso, una zaffata di candeggina fredda che arriva come uno schiaffo di sollievo e sparisce dopo tre falcate. Passo davanti alla fontanella di piazza Trieste e apro il rubinetto: il primo getto esce tiepido, quasi caldo, perché il tubo sotto il selciato è cotto da giugno. Aspetto. Dopo qualche secondo l’acqua diventa fredda in modo improvviso, come se sotto la città ci fosse ancora un pezzo di inverno che nessuno ha portato al mare.

La luce toglie i colori anziché darli. È bianca, piatta, e trasforma le facciate ocra in una superficie senza profondità, mentre il parabrezza di una macchina parcheggiata in seconda fila me la spara negli occhi per tre secondi buoni. Corro sul lato d’ombra, e il lato d’ombra ad agosto è una striscia larga un metro e mezzo che si accorcia mentre la percorri.

Ma la cosa che mi tiene lì non è il calore. È l’acustica.

Ogni passo che appoggio sul viale rimbalza sulle facciate e mi torna indietro con mezzo secondo di ritardo. Corro a 5:20 min/km, un ritmo che conosco a memoria, e per la prima volta da mesi lo sto ascoltando dall’esterno: il tempo forte del piede destro leggermente più pesante del sinistro, il fruscio della suola che striscia appena prima di staccare, il respiro a due tempi che si sfasa quando la strada sale verso il cavalcavia. Sono suoni che produco tutto l’anno. Undici mesi su dodici la città me li copre con i suoi, e io me ne vado in giro convinto di muovermi in silenzio.

Undici mesi su dodici la città copre il rumore che facciamo. Ad agosto ce lo restituisce con mezzo secondo di ritardo.

L’architettura nuda senza il traffico

Al semaforo dell’incrocio grande mi fermo, per abitudine più che per necessità. Scatta il verde per nessuno. Scatta il rosso per nessuno. Il ciclo va avanti a vuoto, ottantasette secondi calcolati da un ingegnere per smaltire una coda che oggi non c’è, e mentre aspetto che finisca il suo giro alzo la testa e mi accorgo che sopra la farmacia c’è un palazzo liberty con le ringhiere a foglia d’acanto e due mascheroni sotto il cornicione. Ci passo davanti da sei anni.

Correre è il modo più onesto di leggere l’urbanistica di un posto, e ad agosto la lettura diventa quasi imbarazzante nella sua chiarezza. Senza le lamiere in doppia fila vedi la larghezza reale della carreggiata, che è enorme. Senza i corpi vedi la piazza per quello che è: un invaso pensato per contenere una folla, con i portici disposti a raccogliere un movimento che oggi non arriva. Il progetto di una città si vede solo quando la città è scarica, come una struttura portante si vede solo quando togli l’intonaco. Ci ho ripensato dopo, ma il paradosso resta: le città vengono disegnate e vendute attraverso rendering deserti, prospettive impeccabili in cui non c’è nessuno, e per undici mesi quel disegno è smentito dalla realtà. Ad agosto, per due settimane, il rendering ha ragione.

Il cinema italiano lo sapeva prima di noi. Il sorpasso comincia esattamente qui, la mattina di Ferragosto, con una spider che gira per una Roma senza nessuno alla ricerca di un telefono. Quella Roma metafisica è il vero antagonista dei primi minuti: una scenografia perfetta e inutilizzabile, bellissima e senza funzione, che esiste solo perché qualcuno la attraversi. E il modo in cui la corsa continua a ridisegnare la nostra percezione dello spazio urbano è figlio di questa intuizione: chi si muove a piedi legge la città a una velocità che permette di vederla, e nel vuoto quella lettura non trova più ostacoli.

Il rumore, intanto, cambia scala. Un autobus vuoto passa a cinquanta metri e lo sento arrivare da tre isolati prima, il sibilo delle porte pneumatiche alla fermata dove non sale nessuno. Una sirena lontanissima, verso la tangenziale. Il tubare dei piccioni all’ombra di un balcone, che normalmente è un suono che non esiste, coperto com’è dal fondo continuo del traffico. La città non è muta. Ha semplicemente abbassato il volume del suo strato più basso, quello che di solito assorbe tutto il resto, e sotto è comparso un secondo paesaggio sonoro che c’è sempre stato.

Il privilegio di muoversi nel vuoto

Uso la parola privilegio e mi devo fermare a controllarla, perché è scivolosa.

La città di agosto non è disabitata. Al secondo piano di un palazzo con le persiane chiuse c’è una donna che assiste qualcuno che non può viaggiare, e la sento parlare piano attraverso una finestra aperta. All’angolo, davanti al supermercato, tre rider aspettano all’ombra del muro con i telefoni in mano. Un operaio con la maglietta arancione fluorescente sta sistemando una griglia di scarico e ha già la schiena bagnata alle otto meno un quarto. Il conducente dell’autobus vuoto sta facendo il suo turno esattamente come a novembre, con dieci gradi in più nell’abitacolo.

Il privilegio forse non è la città vuota. È potersi muovere senza “doverlo” fare, in mezzo a chi si muove perché deve.

Detta così sembra una stoccata, e invece è la parte che mi interessa di più. Perché quel corpo che corre per scelta, dentro un paesaggio dove tutti gli altri corpi sono al lavoro, smette di essere il protagonista della scena e diventa uno dei suoi elementi. Nessuno ti guarda. Nessuno ti misura. Il gesto perde ogni funzione sociale e resta soltanto quello che è: un peso che si sposta, un respiro che si organizza, una temperatura interna che sale e va gestita. È la stessa spoliazione che offre la corsa quando arriva prima di tutti, e che abbiamo raccontato parlando del privilegio di muoversi all’alba, soltanto che qui non ci sono ancora, i corridori. Ci sono già stati, o non ci saranno affatto, e quella latitudine di solitudine è totale.

Non ho fatto niente per meritarmela. È un’anomalia del calendario, una piega di due settimane in cui la macchina rallenta, e nel frattempo il mio corpo lavora esattamente come sempre. Anzi, peggio: con questo caldo il cuore deve dividersi tra i muscoli e la pelle, il passo si allunga di venti secondi al chilometro senza chiedere il permesso, e alla fine dei 10 km la maglietta pesa il doppio. La fatica non mi sta rendendo migliore. Mi sta soltanto rendendo presente.

Rientro dal lato del viale dove i platani, a quest’ora, tengono ancora un po’ di ombra vera. Sento il mio appoggio che torna dalle facciate, sfasato, come se qualcuno mi seguisse a mezzo passo di distanza da quando sono uscito. Mi fermo davanti al portone. Le gambe si arrestano, il respiro no.

E per un istante l’eco continua ad arrivare, ancora due passi, tre, prima di spegnersi contro l’intonaco caldo. La città finisce di correre dopo di me.

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