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Come costruire la forza senza aumentare i carichi

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Quando il peso a disposizione ha un tetto, la variabile che resta da muovere è l’angolo articolare in cui quel peso viene sollevato.

  • Lo stimolo che il muscolo riceve varia lungo l’arco del movimento: la porzione più profonda, quella in cui il muscolo è allungato, sembra produrne la quota maggiore.
  • Uno studio del 2025 su trenta persone già allenate ha confrontato le ripetizioni parziali in allungamento con il range completo, trovando risultati sovrapponibili su ipertrofia e resistenza alla forza.
  • Le parziali eseguite nella porzione iniziale superano quelle eseguite in accorciamento; rispetto al range completo la differenza è piccola o assente.
  • Cambiare l’inclinazione della panca, l’altezza dell’appoggio o il punto di applicazione del peso modifica il braccio di leva e rende lo stesso manubrio più impegnativo.

I manubri che hai in casa arrivano a dodici chili e lì si fermano. In palestra il carico successivo è un salto che non riesci ancora a gestire con una tecnica pulita. Da quel momento la progressione sembra bloccata, perché la leva più familiare è il numero stampato sulla ghisa. Ne esiste un’altra, e riguarda la geometria del movimento.

Conta dove lavora il muscolo, più che quanto peso sposti

Le fibre muscolari producono forza grazie a due filamenti proteici che scorrono uno sull’altro. Quanto questi filamenti si sovrappongono dipende dalla lunghezza del muscolo in quel preciso istante, e la sovrapposizione determina sia la forza che il muscolo riesce a esprimere sia lo stress meccanico che subisce. Nella posizione più allungata la tensione sulle strutture interne è massima, ed è quella condizione a guidare buona parte della risposta di crescita.

Nel 2025 un gruppo guidato da Milo Wolf e Brad Schoenfeld ha pubblicato su PeerJ un confronto diretto tra le due strategie. Trenta persone già allenate hanno seguito per otto settimane un programma per la parte alta del corpo: due sedute a settimana, quattro esercizi per seduta, quattro serie per esercizio, tutte portate al cedimento. Il disegno era intra-soggetto, quindi ogni partecipante faceva da controllo a se stesso: un arto lavorava sfruttando tutta l’ampiezza di movimento articolare disponibile (in inglese range of motion, abbreviato ROM), l’altro solo nella metà allungata. L’ipertrofia dei flessori e degli estensori del gomito è stata misurata con ecografia, la resistenza alla forza con un test da dieci ripetizioni massimali alla lat machine. I risultati delle due condizioni si sono sovrapposti.

La conclusione operativa degli autori è che chi vuole massimizzare la crescita muscolare dovrebbe enfatizzare la posizione di allungamento, e che può farlo indifferentemente con il range completo o con le parziali. La variabile decisiva non è quanta strada percorre il carico, è dove viene percorsa.

La porzione allungata del movimento

È il tratto che parte dal punto di massimo allungamento e arriva a circa metà dell’escursione. In un curl corrisponde alla fase con il gomito quasi esteso e il bicipite disteso; in un’accosciata alla metà bassa, con l’anca sotto la linea del ginocchio; in un sollevamento sulle punte alla parte in cui il tallone scende sotto il livello dell’appoggio. Nella discussione dello studio gli autori richiamano un punto già consolidato: la fase in cui il muscolo si allunga sotto carico, cioè la discesa, è considerata la più stimolante per l’ipertrofia.

Il confronto più netto arriva dal paragone tra le due metà dello stesso arco. Gustavo Pedrosa e colleghi hanno fatto allenare diciannove donne con il curl su panca Scott per otto settimane, tre volte a settimana, assegnando a un braccio la metà iniziale del movimento (gomito da 0 a 68 gradi) e all’altro la metà finale (da 68 a 135). Il braccio che ha lavorato in allungamento ha guadagnato di più, sia in sezione trasversa del bicipite sia in forza misurata sull’arco completo.

Sul polpaccio il quadro è simile ma più sfumato. Witalo Kassiano e il suo gruppo hanno confrontato tre modi di eseguire il sollevamento sulle punte su quarantadue donne, otto settimane, tre sedute a settimana. La versione eseguita nella porzione iniziale ha superato quella in accorciamento, ferma a un aumento di spessore del gastrocnemio del 6,2%, mentre la differenza rispetto al range completo (+7,3%) non ha raggiunto la significatività statistica.

Vale la pena essere espliciti sui limiti di queste osservazioni. Gli studi disponibili contano poche decine di partecipanti ciascuno, durano otto settimane e si concentrano su un numero ristretto di distretti: flessori ed estensori del gomito, gastrocnemio, poco altro. Alcuni campioni sono composti da sole donne non allenate, altri da soggetti allenati, il che rende il confronto tra risultati meno lineare di quanto possa sembrare. La direzione del segnale è coerente, l’ampiezza dell’effetto resta incerta.

Trovarla in tre esercizi base

Curl con manubri su panca inclinata. Regola lo schienale tra 45 e 60 gradi, siediti con la schiena appoggiata e lascia le braccia pendere libere dietro la linea del busto. In questa posizione il gomito è completamente esteso e il bicipite parte già allungato. Fletti il gomito fino a metà corsa, quando l’avambraccio arriva parallelo al pavimento, poi torna giù controllando la discesa in due secondi. Il gomito resta fermo dietro il busto per tutta la serie: se scivola in avanti, l’allungamento si perde. Tre serie da 8-12 ripetizioni.

Split squat con piede posteriore rialzato. Appoggia il collo del piede posteriore su una panca o una sedia alta 30-40 centimetri e porta il piede anteriore abbastanza avanti da mantenere il ginocchio sopra la caviglia durante la discesa. Scendi finché la coscia anteriore supera la linea parallela al pavimento e senti il gluteo in trazione. Risali solo per metà del percorso, poi torna giù. Il busto resta leggermente inclinato in avanti e il peso sul tallone anteriore. Tre serie da 8-10 ripetizioni per gamba, con un manubrio nella mano opposta alla gamba che lavora.

Sollevamento sulle punte da un rialzo. Appoggia l’avampiede sul bordo di un gradino stabile, con il tallone libero di scendere sotto il livello dell’appoggio. Lascia scendere il tallone il più possibile in tre secondi, fino a sentire il polpaccio in tensione, poi risali fino a portare il piede orizzontale. La metà alta del movimento, quella in punta di piedi, resta esclusa. Tre serie da 12-20 ripetizioni. Chi parte da zero su questo distretto trova la progressione di base qui.

Cambiare la leva invece del carico

Un manubrio da dieci chili pesa dieci chili in qualunque posizione. La resistenza che il muscolo deve vincere, invece, cambia in continuazione, perché dipende dalla distanza tra il peso e l’articolazione che lo muove. Vale la stessa logica di una porta: spingerla vicino ai cardini richiede molta più forza che spingerla sul bordo esterno, a parità di porta.

Spostare quella distanza significa decidere in quale punto dell’arco il movimento diventa più difficile. Ed è lì che si può portare la posizione allungata.

Esercizio Modifica della leva Effetto sulla posizione allungata
Curl in piedi Panca inclinata a 45-60°, braccia dietro il busto Il punto più impegnativo si sposta sul gomito esteso
Piegamenti sulle braccia Mani su due rialzi bassi, petto che scende sotto la linea delle mani Aggiunge escursione in profondità al pettorale
Stacco a gambe tese con manubri In piedi su un rialzo di 5-10 cm Estende l’allungamento dei femorali oltre il piano del pavimento
Affondo Piede posteriore su panca, busto inclinato in avanti Porta il gluteo in trazione nel punto di massima resistenza
Sollevamento sulle punte Avampiede sul bordo di un gradino Rende disponibile la parte sotto il livello del piede

Passando a queste varianti conviene togliere dal 10 al 20% del carico abituale, perché lo stesso peso in posizione allungata risulta più impegnativo a parità di ripetizioni. La stessa logica geometrica governa anche la scelta della variante di accosciata, dove l’inclinazione del busto e la larghezza dell’appoggio cambiano quale distretto lavora di più. E si somma a una leva diversa, quella temporale: rallentare la fase di discesa agisce sulla durata della contrazione, non sulla sua posizione, e le due modifiche possono convivere nella stessa serie.

Inserirle nella settimana senza aggiungere volume

Il principio è la sostituzione. Se aggiungi le varianti in allungamento alle serie che già fai, stai aumentando il volume di allenamento, e a quel punto non sai più quale delle due modifiche sta producendo il risultato. Converti uno o due esercizi per seduta, mantenendo identico il numero totale di serie.

Un esempio concreto su due sedute settimanali. Nella prima, il curl in piedi diventa il curl su panca inclinata e i piegamenti a terra diventano piegamenti con le mani su due rialzi bassi. Nella seconda, l’affondo diventa lo split squat con piede posteriore rialzato e il sollevamento sulle punte si esegue dal gradino anziché dal pavimento. Il conteggio delle serie resta quello di prima, cambia solo dove il muscolo incontra la resistenza.

Aspettati più dolori muscolari a insorgenza ritardata (DOMS, delayed onset muscle soreness) nelle prime due settimane: la posizione allungata sotto carico produce più microdanno, ed è una risposta attesa. Se dopo tre settimane l’indolenzimento resta allo stesso livello, il volume complessivo è eccessivo e va ridotto. La progressione, da lì in poi, torna a essere la solita: quando completi con tecnica pulita l’estremo alto del range di ripetizioni, aggiungi una ripetizione, e solo dopo pensi al carico. Se la routine casalinga è ancora da costruire, il punto di partenza sensato è una selezione ristretta di movimenti fondamentali, su cui applicare queste modifiche una volta stabilizzata la tecnica.

Quando la posizione allungata è da evitare

La sensazione di trazione sul ventre muscolare è il segnale corretto. Un dolore acuto e localizzato sull’articolazione è un’altra cosa e chiede di interrompere la serie: nella porzione profonda del movimento sono i tessuti passivi, capsula e legamenti, a ricevere una quota maggiore di carico. Per questo la strategia va sospesa nei mesi successivi a un intervento o a un trauma su spalla, gomito o ginocchio, salvo indicazione contraria di chi segue la riabilitazione. Chi ha spalle instabili o una mobilità articolare superiore alla media dovrebbe evitare le versioni più profonde di dip e aperture su panca, dove la testa dell’omero lavora già al limite anteriore della sua corsa. Due precauzioni valgono per tutti: la prima serie della giornata non si esegue nel punto più profondo, ma dopo una o due serie di avvicinamento progressivo, e i carichi vicini al massimale (una-tre ripetizioni) restano in esecuzione standard. La porzione allungata utile, in ogni caso, è quella che riesci a controllare: coincide con il punto più profondo in cui l’articolazione resta stabile, e forzare oltre la propria mobilità sposta semplicemente il lavoro dal muscolo alle strutture che lo circondano.

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