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La corsa sui social è tutta uguale

  • 7 minute read

Il pollice dopo cena

Ho cenato tardi e le gambe sono ancora fredde dentro, di quel freddo che resta nei muscoli dopo quaranta minuti di pioggia presa lungo l’argine. Sul divano il telefono è l’unica luce accesa. Il pollice sale, la clip scivola verso l’alto, e ne arriva un’altra prima che abbia finito di capire la precedente.

La prima è un lungolago alle sei e mezza del mattino. Una luce color miele che arriva di taglio e incendia i capelli di chi corre, una ragazza in canotta con il passo leggero, poi lo stacco: primo piano sul tallone che atterra, al rallentatore, e la schiuma dell’intersuola che si schiaccia e risale come un polmone. Poi un tavolo di legno chiaro, una scatola, la carta velina sollevata piano, la scarpa girata sotto una finestra perché la luce le scorra sul profilo. Dopo, una sveglia che segna le cinque, il caffè versato in controluce, un tappetino steso davanti a una vetrata, dieci secondi di mobilità, l’inevitabile vestizione, i lacci stretti in primo piano e la porta che si chiude. Di nuovo un lungolago, o forse un lungomare, o una ciclabile tra i pioppi. Di nuovo la luce bassa, un’altra faccia, la stessa falcata ripresa dal basso. A ogni clip cerco la corsa e trovo due cose sole, una faccia e una scarpa. A forza di guardare capisco quale delle due conta di più: la scarpa entra ed esce dall’inquadratura, la faccia c’è sempre.

Dopo una decina di video mi accorgo che anticipo i tagli. So quando arriva lo slow motion, so che il piede toccherà terra a tempo sulla cassa del pezzo, so che la scatola si aprirà intorno al quarto secondo. Riconosco quel montaggio come dopo anni si riconosce il proprio ritmo, dal respiro, prima ancora di guardare l’orologio.

Cambiano le facce, cambiano le città. Sotto, il racconto gira come il nastro di un tapis roulant su cui sale una persona diversa ogni quindici secondi, con la velocità impostata sempre sullo stesso numero.

Lo stesso video con facce diverse

Ogni linguaggio nasce per imitazione. Qualcuno trova un’inquadratura che tiene fermo il pollice di chi guarda, altri la rifanno, e dopo un po’ quell’inquadratura smette di essere una scelta e diventa il modo in cui una cosa si dice. La luce, lo slow motion, lo spacchettamento, il get ready with me, la routine all’alba, il montaggio che va a tempo con la musica: messi in fila formano una grammatica. Chi corre e apre un social la impara senza accorgersene, come si prende l’accento di una città dopo averci vissuto qualche anno.

C’è un dettaglio che spiega più di altri perché quella grammatica si sia fissata proprio così. Molte delle persone che oggi raccontano la corsa ci sono arrivate da altri mondi e altri interessi – perché la corsa è trend -, e ci sono arrivate insieme a un budget, con una scarpa da presentare e una campagna che aveva già una data di uscita. È un fatto del mestiere, e lo registro come tale. Però nel racconto si vede. Al centro dell’inquadratura c’è chi parla, accanto a lui l’oggetto da presentare, e la corsa resta sullo sfondo come una carta da parati.

Basta guardare come viene mostrata la scarpa. La si gira tra le mani, la si avvicina all’obiettivo, la si tiene accanto al viso: sono gli stessi gesti con cui si mostrerebbe un maglione o un orologio. Una scarpa da corsa ha senso soltanto dentro una corsa, sotto un peso che cambia a ogni passo, su un fondo che bagna o che scivola, al trentesimo minuto quando le gambe cominciano a farsi vive, in ogni senso. Tolta da lì diventa un accessorio come un altro. La corsa diventa così il pretesto per mostrare due cose, la scarpa e chi la indossa, anziché il luogo in cui quella scarpa si mette alla prova.

Ne esce una corsa fatta di autoritratti in movimento. Accanto al volto c’è la prestazione, il ritmo che scende settimana dopo settimana, il cronometro fermato con un colpo secco del polso sotto l’arco, le lacrime di commozione. Sopra tutto si stende un’estetica pulita, levigata, che regge bene lo schermo verticale di un telefono.

Niente di questo è falso. La schiuma si schiaccia così, la luce delle sei e mezza esiste, e qualcuno a quell’ora corre lungo un lago con quella leggerezza. È una parte vera della corsa, ripresa da un’angolazione sola e ripetuta finché comincia a sembrare il tutto.

Quello che il racconto lascia fuori

Stamattina la pioggia è arrivata di traverso al quinto minuto e non ha più smesso. Le calze si sono riempite d’acqua, le dita si sono gonfiate di freddo, la visiera del cappellino gocciolava sulla punta del naso, l’argine era una striscia di fango color cacao dove ogni appoggio slittava di qualche centimetro. Ho corso piano, a un ritmo che nessun montaggio accetterebbe, e sono rientrato con il fiato pulito e la testa sgombra, come capita quasi sempre quando la pioggia si porta via anche il pubblico. Di quei cinquanta minuti non esiste un fotogramma. Per il feed, un’uscita così non è mai successa.

Eppure è di uscite così che è fatta gran parte della corsa di chiunque. E quella parte, nel racconto, la vedo poche volte.

Manca la fatica brutta, per cominciare. La smorfia che sfigura la faccia all’ottavo chilometro, il sale che brucia negli occhi, il naso che cola e si asciuga sulla manica, la fitta al fianco che obbliga a camminare per un minuto con le mani sui fianchi e lo sguardo piantato sull’asfalto.

È una fatica tutt’altro che “estetica”, e al rallentatore diventa soltanto più lunga.

Mancano i corpi che non bucano lo schermo. Le ginocchia di chi ha cominciato a quarant’anni, la pancia che sobbalza a ogni passo, la falcata storta che però regge da dieci anni, le spalle che salgono verso le orecchie quando la salita si allunga. Corpi che escono di casa tutte le mattine e che nella grammatica dei video comparirebbero al massimo come sagome sfocate sullo sfondo, dietro la ragazza del lungolago.

Resta fuori anche la solitudine, che per molti è la parte più cara, e lo è proprio perché nessuno la guarda: l’ora senza notifiche, il pensiero ingarbugliato che al ventesimo minuto si scioglie da solo mentre ci si parla a mezza voce. E resta fuori il ritmo lento, quello delle uscite vere, i sei minuti al chilometro di un martedì qualunque, che su uno schermo sembrano un errore nella velocità di riproduzione.

L’intimità del gesto non entra in nessuna inquadratura.

Quando tutto questo sparisce, chi guarda impara una cosa precisa: che la corsa è una cosa che si mostra. Si nota in chi comincia adesso. Arriva alla prima uscita sapendo già quale scarpa vuole e come vorrebbe apparire nella prima storia pubblicata, e sapendo quasi niente della seconda settimana, quella in cui le gambe fanno male e alle sette di sera di ottobre la luce è già finita.

Il merito che non si può togliere

Sarebbe facile, arrivati qui, prendersela con chi sta dietro la telecamera, e sarebbe anche ingiusto. Molte di quelle persone corrono, nulla da eccepire, e fanno un lavoro dentro regole che non hanno scritto da sole. Il guaio non sono loro. È l’immagine unica: una pratica plurale come poche altre, fatta di albe e di pause pranzo, di maratone e di giri dell’isolato, raccontata in un solo modo, quello più facile. Per certi versi anche il più prevedibile, perché mettere al centro se stessi e un oggetto è la prima cosa che si impara quando la corsa diventa un lavoro prima di diventare un’abitudine.

E un merito resta, intero.

Da qualche parte, stasera, c’è qualcuno in un parco con un paio di scarpe nuove troppo bianche, che corre i primi duecento metri della sua vita adulta e si ferma con i polmoni in fiamme e le mani sulle ginocchia. Ci è arrivato anche grazie a un video come quelli che scorrevo io sul divano. Gli è bastato per convincersi che quella cosa esisteva e che si poteva cominciare anche partendo da zero. Quel primo passo è vero, anche se l’immagine da cui è partito lo era solo in parte.

Un video così lavora come la prima falcata dopo il via: ti stacca da terra e ti dà l’abbrivio. Il resto della corsa tocca alle gambe, e alle gambe servono altre cose, a cominciare da un programma che porti ai cinque chilometri senza fermarsi e dalla notizia, che nessun montaggio dà mai, che le uscite storte sono la regola e che camminare per un minuto fa parte del metodo. Il racconto patinato apre una porta che per molti sarebbe rimasta chiusa. Oltre quella porta, però, mostra una stanza sola.

La corsa che non si vede

Chi racconterà allora la corsa che non si vede?

Penso che cominci da chi corre. Quella corsa la conosco come chiunque esca di casa con le scarpe ai piedi, la faccio quasi ogni volta, e quasi mai la considero degna di essere detta. Mi sembra troppo poco, un’uscita da quaranta minuti o una ripetuta finita male, e la tengo per me come si tiene in tasca uno scontrino. Servirebbero immagini mosse, inquadrature storte, il fiato che si sente sopra la musica, e qualche volta un silenzio lungo. Servirebbe che chi ha un pubblico grande prestasse ogni tanto lo schermo a una corsa senza niente da presentare né da annunciare – senza neanche loro stessi. E chi la corsa la scrive per mestiere, io per primo, ha il compito di non lasciarla fuori dalla pagina, anche quando sulla pagina pesa meno di una scarpa nuova.

Spengo il telefono a metà di una clip e il soggiorno diventa buio.

Nell’ingresso le scarpe di stamattina sono ancora appoggiate al termosifone, gonfie d’acqua, e gocciolano piano su un pavimento che nessuno inquadrerà.

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