Sul programma di Run&Fest, a Mâcon, c’erano due orari che non riuscivo a tenere nella stessa testa. Sabato 23 maggio, alle undici di sera, il DJ set di Kavinsky, quello di Nightcall. Domenica 24, alle otto del mattino, la partenza della maratona. In mezzo nove ore, e dentro quelle nove ore andavano infilati il rientro, il sonno, la colazione, il riscaldamento e la fila davanti ai bagni chimici con il pettorale già appuntato sulla maglia.
Ho fatto il conto come lo fa chiunque abbia passato una vigilia di maratona a letto alle nove e mezza, con la pasta ancora sullo stomaco e la sveglia controllata tre volte. Il conto non tornava. Poi mi sono accorto che a non tornare era il criterio con cui contavo.
Nelle gare che ho corso, la gara è sempre stata la ragione e tutto il resto un contorno: il pacco ritirato il venerdì, l’expo con i gel in offerta, la cena di carboidrati. A Mâcon, almeno sulla carta, l’ordine si rovesciava. Il sabato apparteneva alla musica e agli spettacoli, la domenica mattina alla corsa, il pomeriggio di nuovo ai concerti. La maratona occupava una casella del palinsesto, stretta tra due set come un’esibizione all’aperto finita in un orario scomodo.
Quattro modi di mettere una gara dentro una festa
Sotto l’etichetta del festival ibrido convivono almeno quattro architetture, e il fatto che si somiglino in fotografia non le rende uguali.
Mâcon è il festival con la gara dentro. L’impianto è quello di un weekend musicale, con il villaggio che apre alle due del pomeriggio del sabato, e la corsa ci entra come un blocco del cartellone: maratona alle otto, mezza alle dieci, 10 km a mezzogiorno, sulle strade collinari del Mâconnais tra i filari di vite.
Poi c’è la corsa guidata dall’artista, dove il nome sul manifesto arriva prima della distanza. Diplo’s Run Club, lanciato da Diplo nel 2024, sta a metà tra una 5 km su strada e un festival elettronico di giorno: si corre il percorso cronometrato, poi si entra nell’area del concerto, dove alla consolle c’è lui. Darude ha costruito qualcosa di più sottile. Per i venticinque anni di Sandstorm ha disegnato a Helsinki un percorso di 7 km che passa dai luoghi del videoclip del 1999 e finisce nel parco di Kaivopuisto, davanti al palco. Alla prima edizione, nel 2025, si sono presentate 856 persone da 17 paesi; la seconda si è corsa a fine agosto. Si corre dentro un ricordo, attraverso la scenografia di un brano che chi aveva quindici anni intorno al Duemila riconosce dalla prima battuta di synth, quella che sale come una sirena.
La serie di un marchio montata con la regia di un evento è la terza forma, e il Nike After Dark Tour ne è l’esempio più netto. Porta le donne a correre di sera, su 10 km o mezza maratona, in sette città che quest’anno vanno da Shanghai a Mumbai. Ogni tappa ha un prima e un dopo costruiti come uno spettacolo, e a Los Angeles la serata si chiude con un concerto al SoFi Stadium.
Un formato vecchio di dieci anni che si moltiplica
La tentazione di chiamarla moda dura giusto il tempo di guardare al Galles. Love Trails è nato nel 2016 sulla penisola di Gower come un piccolo raduno di gente che amava muoversi, ascoltare musica e stare all’aperto, e a luglio ha festeggiato la decima edizione con quattro giorni di sentieri, concerti e più di ottanta uscite tra corsa ed escursionismo, molte guidate da gruppi locali. Da anni si presenta come il primo festival al mondo di corsa e musica.
Il formato però già esisteva. A cambiare è stata la frequenza con cui ricompare. Nel giro di pochi mesi ho visto nascere Mâcon a maggio e il Run & Dance Festival di Ginevra ad agosto, Diplo annunciare nove tappe americane per la nuova stagione, Darude tornare a Helsinki. Ginevra si definisce il primo festival ibrido d’Europa, Mâcon presentava il suo come un concetto mai visto, Love Trails rivendica il primato mondiale da un decennio. Stabilire chi abbia ragione mi interessa poco. La disputa indica soprattutto il momento: un formato arriva a maturità quando in tanti lo scoprono insieme e ciascuno è convinto di averlo trovato per primo.
La spinta più forte, però, arriva da chi si presenta alla partenza. Alla prima stagione di After Dark, nel 2025, quasi una donna su tre sulla linea di partenza non aveva mai corso una gara, e quasi la metà ha indicato il formato pensato per le donne come ragione dell’iscrizione, prima ancora della città o della distanza – ora è diventata un discorso molto più complesso che non ci interessa per quest’analisi. Per Diplo’s Run Club, secondo i dati dell’organizzazione, più della metà degli iscritti nelle stagioni passate correva la sua prima 5 km.
Ricordo la mia prima gara come un problema di appartenenza più che di gambe. Il pettorale appuntato storto con quattro spille, la sensazione che tutti intorno conoscessero una regola che a me nessuno aveva spiegato: dove mettersi in griglia, quando togliersi la felpa, a chi lasciarla. Una festa ti offre un motivo per esserci che prescinde dal sentirti già uno che corre. Entri per il concerto o per l’amica che ti ha trascinato, e la partenza te la trovi davanti quasi senza averla scelta. L’ingresso principale della gara è stretto e intimidisce. Il festival ne apre uno laterale, e da lì passa gente che dall’altro non sarebbe entrata mai.
La corsa come momento del programma
A festival appena chiuso, il fondatore di Love Trails, Theo Larn-Jones, ha detto che correre, in un certo senso, è solo il pretesto. È una frase onesta e pericolosa nello stesso momento, e conviene prenderla sul serio in tutte e due le direzioni.
Il lato onesto lo conosco dal corpo. Una gara che rappresenta l’unico motivo del viaggio si porta dietro un peso preciso, fatto di vigilie passate a misurare ogni gesto e della paura che una mattina storta cancelli mesi di sveglie all’alba. Quando la corsa diventa una casella tra le altre, quel peso si distribuisce su due giorni. Puoi sbagliare la gara e avere comunque avuto il tuo weekend. Chi ti accompagna senza correre trova finalmente un posto diverso dal marciapiede dietro le transenne, con il tuo giubbotto in mano. E lo spazio dopo il traguardo, di solito un recinto di coperte termiche e banane tagliate a metà, diventa l’inizio della serata. Anche la musica cambia funzione.
Il lato pericoloso sta in una riga del programma di Mâcon. Uno dei fondatori aveva annunciato che avrebbe corso ventiquattro ore su un tapis roulant per tentare il record francese, dalle cinque del pomeriggio di sabato alla stessa ora di domenica, attraverso tutta la notte del DJ set. Un uomo che corre sul posto, sotto le luci, mentre intorno la folla balla. La fatica di uno diventa lo sfondo della serata degli altri, un numero da guardare tra un bicchiere e l’altro. A Ginevra lo slogan del festival mette l’esperienza davanti alla gara, in inglese e senza giri di parole. Spingi quella frase abbastanza in là e la corsa scivola verso la decorazione, un’attività fra le tante con cui riempire il pomeriggio prima del concerto, scelta come si sceglie tra la lezione di yoga e la sauna.
Cosa resta della gara
Eppure, guardando da vicino, il cronometro resiste in quasi tutti questi formati. La 5 km di Diplo è cronometrata. A Love Trails ogni biglietto per adulti comprende una gara con il chip, su distanze da 5 a 27 km (e a prezzi molto alti, peraltro).
La gara non sparisce. Cambia posto.
L’esempio più chiaro viene ancora dal Galles. Love Trails ha inventato un formato che ha chiamato Timed Out: tratti di sentiero cronometrati che si interrompono in stazioni dove il tempo si ferma, e lì dentro trovi laboratori, yoga, DJ set e gente con cui parlare. Ti fermi, balli un po’, bevi, e il chip resta sospeso finché non riparti. Chi l’ha progettato ha separato festa e competizione con una precisione da orologiaio: le pause appartengono alla musica, e quando il tempo riprende a scorrere la salita torna intera, senza sconti.
Penso agli ultimi secondi prima di ogni partenza che ho fatto. La griglia piena, le spalle degli altri a un palmo dalle mie, il vapore dei fiati in una mattina fredda, e in mezzo a tutto questo una solitudine strana, quasi privata, in cui ognuno sente il proprio cuore accelerare prima ancora di muovere un passo. Ai festival quell’istante esiste ancora, sotto la cassa dritta e le luci del palco. La gara resta la parte del programma che si attraversa da soli anche in mezzo a migliaia di persone. Il resto del weekend lo puoi guardare dal bordo del palco, oppure lasciarlo a metà per andare a dormire.
Quei chilometri tra una stazione e l’altra, invece, nessuno li suona al posto tuo.