Un’indagine sull’abitudine a esporre ogni sforzo, sulla fisiologia che lavora al buio e su cosa resta di un allenamento quando nessuno lo guarda.
Martedì, cinque e quaranta del mattino. L’orologio cerca il satellite sotto il portico e continua a lampeggiare, io ho freddo, parto lo stesso convinto che si aggancerà per strada. Quattordici chilometri più tardi, con il sale che tira sulle tempie e i polpacci pieni di acido, guardo il display: due chilometri registrati, poi il nulla. Una linea spezzata che si interrompe all’altezza del ponte.
La prima cosa che ho pensato non riguardava le gambe.
Riguardava il file. Mi sono ritrovato in mano una fatica senza documento, e per qualche minuto quella corsa mi è sembrata più leggera di quanto fosse stata. Una parte di me, allevata bene nell’ultimo decennio, ha imparato a considerare reale soltanto ciò che lascia una traccia condivisibile.
L’ossessione del tracciamento pubblico
Strava ha stampato su una t-shirt la battuta che la sua community ripete da anni: Strava or it didn’t happen. Se non è su Strava, non è successo. La frase nasce come autoironia, come lo sfottò che ci si scambia al bar dopo il lungo del sabato. Stamparla e venderla la sposta di categoria: da presa in giro diventa distintivo. Chi la indossa ride di sé e intanto la ripete, e le battute ripetute abbastanza a lungo smettono di essere battute.
Il problema non è l’applicazione. Strava resta uno strumento di analisi eccellente, e io lo uso: mi dice come si distribuisce il carico nelle ultime quattro settimane, quanto sono state veloci le ripetute rispetto a marzo, dove il ritmo è crollato dentro un medio che credevo regolare. Quei numeri sono onesti e utili, e hanno reso migliore il mio allenamento. Come la piattaforma abbia riscritto le regole sociali della corsa è una storia che abbiamo già raccontato altrove.
Quello che si è incrinato sta un livello sopra il software. Sta nel momento in cui, al decimo chilometro, mi accorgo di stare componendo mentalmente il titolo dell’attività. Sta nell’ultimo mille tirato più forte del dovuto perché domani qualcuno lo leggerà. Sta nella corsa lenta che diventa media, nel recupero che si accorcia, nella settimana di scarico che non viene caricata affatto perché fa una figura mediocre nella cronologia.
Gli atleti sono diventati anche i narratori del proprio sforzo. Il gesto e il resoconto del gesto si sono fusi fino a rendere difficile capire quale dei due arriva prima. È un lavoro aggiuntivo, non retribuito, che ci siamo dati da soli.
La fatica esiste anche nel silenzio
Nelle ore successive a quei quattordici chilometri il mio corpo ha fatto quello che fa sempre. Le microlesioni nelle fibre hanno richiamato le cellule satellite. La sintesi proteica è rimasta elevata per un giorno abbondante, riparando e ispessendo. I mitocondri hanno ricevuto il segnale di moltiplicarsi, la rete dei capillari ha cominciato a infittirsi attorno alle fibre più sollecitate, il collagene dei tendini ha avviato una riorganizzazione lentissima che si misura in mesi e non in settimane.
Nessuno di questi processi ha consultato il feed.
Il corpo si aggiusta al buio, mentre dormi, e non chiede il permesso a nessuno.
L’adattamento è un fenomeno privato per costituzione. Avviene sotto le lenzuola, tra le due e le quattro del mattino, nella fase in cui l’ormone della crescita fa il suo lavoro sporco e tu non sai niente. Avviene mentre mangi, mentre guidi, mentre sei in riunione. Quando scendi le scale il giorno dopo e senti quel richiamo preciso sopra il ginocchio, quella è l’unica notifica che conta e non ha un pollice alzato accanto.
La corsa che ricordo meglio di quest’anno l’ho fatta a giugno, sull’argine, con la pioggia arrivata a metà e il telefono scarico nella tasca posteriore. Un cane che abbaia da una corte, l’odore di terra bagnata che sale dai campi, le scarpe che a un certo punto smettono di lottare contro le pozzanghere e ci entrano dentro. Nessun dato. Nessun pubblico. Sono rientrato con quella soddisfazione densa e stanca che conosciamo tutti, e la soddisfazione era intera.
Liberarsi dal confronto algoritmico
Il confronto in sé è un’abitudine antica e utile: guardare chi corre meglio insegna. Quello che è cambiato è la scala e la continuità. Il feed mette il tuo martedì qualunque accanto alla giornata migliore di quaranta persone diverse, tutte contemporaneamente, tutte al meglio della loro forma. Nessuno pubblica il fondo lento interrotto al sesto chilometro per un crampo. L’algoritmo, che di suo giudica poco, ordina e basta, e l’ordinamento fa da solo tutto il lavoro di erosione.
Sulla natura di quell’erosione la ricerca sulla motivazione ha detto qualcosa di preciso. Nel 1999 Edward Deci, Richard Koestner e Richard Ryan hanno riesaminato 128 esperimenti sugli effetti delle ricompense esterne, trovando che i premi tangibili e attesi indeboliscono in modo consistente la motivazione interna, mentre il riscontro positivo tende a rafforzarla. La discriminante sta nel modo in cui il ritorno viene vissuto: come informazione oppure come controllo. Il kudos che arriva dopo è un’informazione, e fa piacere. Il kudos previsto prima, quello per cui esci di casa, ha già cambiato la natura dell’uscita mentre allacci le scarpe.
Da qui si può tornare indietro senza gesti clamorosi. Basta impostare le attività come private per un mese e osservare cosa succede alla voglia di uscire, che è un esperimento a costo zero e sorprendentemente scomodo. Oppure lasciare il telefono sul tavolo della cucina e correre un giro che conosci a memoria, contando i lampioni anziché i minuti: in vacanza, senza orologio, molti di noi lo fanno già e si accorgono di correre meglio. Oppure ancora tenere una sola sessione della settimana fuori dall’archivio, la più dura, quella che ti costa di più e che nessuno saprà mai.
Custodire i propri miglioramenti è una forma di rispetto verso il lavoro che li ha prodotti. Un progresso raccontato mentre accade si consuma in fretta, si spende in trenta secondi di scorrimento altrui e non torna. Un progresso tenuto per sé si accumula, si sedimenta, diventa spessore. Nel corpo funziona così da sempre: le cose che durano si costruiscono lentamente e lontano dagli sguardi, sotto la pelle, mentre la superficie sembra identica a ieri.
Fai fatica di nascosto, allora. Ripeti quella salita cinque volte in un martedì sera di novembre, con l’umidità che entra nelle ossa e nessuno che passa. Torna a casa con le mani gelate e non dirlo a nessuno.
Nessuno ti darà un pollice alzato per quella salita. Te ne accorgerai settimane dopo, in gara o su una strada qualunque, quando il fiato basterà e non ci sarà nessuno a cui spiegare perché.