Una salita all’alba dal valico alla Forcella, dove il calcare misura ogni appoggio e una scarpa da gara smette di essere una scheda tecnica per diventare una sensazione.
In collaborazione con Kailas FUGA.
Mattino presto, al Passo Pordoi. La stazione della funivia è ancora chiusa, il parcheggio quasi vuoto, e l’aria dei 2239 metri entra nei polmoni con una sottigliezza fredda che a luglio, in pianura, si è dimenticata da un pezzo. Mi allaccio le scarpe seduto sul muretto, di spalle al vento. Davanti a me il sentiero 627 parte con gradoni di terra battuta tra i pascoli, poi si impenna verso il canalone che porta alla Forcella Pordoi, seicento metri più su.
Comincio a correre.
I primi minuti sull’erba non raccontano granché. Il piede è stretto, avvolto da un’allacciatura divisa in due blocchi che si regolano separatamente, uno al centro e uno sul collo: Kailas FUGA la chiama AWS 3.0, sigla che sta per Adjust Whole Sole, sistema di regolazione dell’intera suola. All’inizio la registro come una complicazione. Dopo un quarto d’ora la leggo per quello che è: un’informazione costante su dove si trovi il mio piede dentro la scarpa.
Poi l’erba finisce.



Duecentosettantacinque grammi che smettono di esistere
Il canalone è un imbuto di ghiaia e gradoni di roccia chiara, con tornanti così stretti che a ogni curva devi ricalibrare la spinta. È qui che il peso dichiarato dalla scheda, 275 grammi per un numero 42, esce dalla dimensione del numero. Salire di seicento metri in meno di quattro chilometri significa sollevare quel peso qualche migliaio di volte, e la differenza tra una scarpa da 275 grammi e una da 320 la sento al millesimo passo, quando il flessore dell’anca manda i primi segnali e mi accorgo di stare ancora correndo dove di solito cammino.
Sotto il tallone ci sono 35 millimetri di intersuola, 30 sotto l’avampiede, con un drop dichiarato di 5 millimetri. Sono quasi quote da scarpa massimalista, e a quell’altezza dal terreno di solito corrisponde un prezzo da pagare in stabilità. Qui il prezzo è invece quasi nullo, perché la schiuma è contenuta da pareti laterali che salgono ad abbracciare il tallone e perché il piede resta avvolto dentro la scarpa, anziché appoggiato sopra.



Il calcare che restituisce
Alla Forcella, 2848 metri, mi fermo giusto il tempo di sentire il sudore raffreddarsi sotto la maglia. Il rifugio ha già aperto.
“Un caffè, per favore.”
Salgo un po’ verso il Sass Pordoi per godermi la vista nella sua interezza ma, fatta la foto di rito, torno subito sui miei passi.
Sotto, il canalone che ho appena salito rischia di diventare presto una processione di escursionisti che preferiranno il sudore ai 32 euro di funivia per arrivare poco più su.
Riempio le flask, chiudo l’ADF (All-round Dial Fit System) del vest e inizio la discesa.
E la discesa è il momento in cui questa scarpa dice la cosa più interessante che ha da dire.
L’intersuola è in schiuma supercritica di TPU, poliuretano termoplastico espanso con gas in pressione, e Kailas FUGA dichiara un ritorno di energia tra il 70 e il 72%. È un numero che tradotto in sensazione significa che la ghiaia restituisce una parte di quello che le hai dato. Su un fondo che di solito assorbe tutto, è una sorpresa.
La schiuma resta comunque reattiva, con una durezza appena superiore alla media delle scarpe da trail. Non affondi. Su un detrito mobile è esattamente ciò che vuoi, perché ogni millimetro di affondamento è un millimetro di appoggio che arriva in ritardo. È un dettaglio che a 2800 metri e con poche ore di sonno alle spalle – come in gara – conta più di quanto sembri. La scarpa era già sveglia quando lo ero io.



La piastra a forma di X
Dentro l’intersuola c’è una piastra in fibra di carbonio stampata a forma di X, che si allarga verso l’avampiede e verso il tallone lasciando libera la parte centrale. La geometria risponde a una ragione funzionale. Una piastra piena, integrale, irrigidisce tutto e in montagna quella rigidità diventa un problema nel momento in cui il terreno non è prevedibile. La X aggiunge spinta, ma soprattutto toglie correzioni: la rigidità torsionale non è totale, e quel gradino è tutto lo spazio di adattamento che il piede si tiene per negoziare con una pietra storta.
Sul detrito questo si sente come una diminuzione del lavoro mentale. Smetti di scegliere ogni appoggio e cominci a fidarti della sequenza.
Sotto, la suola è Vibram Megagrip nella versione Litebase. I tasselli sono organizzati in cinque zone distinte, profondi 4 millimetri all’interno e 6 all’esterno, con una zona dedicata alla frenata. Sul calcare inumidito dalle nuvole che lo avvolgono, che è la superficie meno amichevole delle Dolomiti al mattino, non ho mai sentito il piede partire.


Il prezzo di un oggetto che sa a cosa serve
Ci sono due cose che vanno dette. La prima riguarda la tomaia: la mesh XDiMESH ventila in modo notevole. La stessa sottigliezza che lascia respirare il piede per dodici ore in gara – perché EX PRO nasce proprio per gareggiare agli ultratrail – è quella che ti mantiene comodo per tutto il tempo, senza abrasioni o vesciche, e sempre con le prestazioni di alto livello per cui la scarpa è stata progettata. La seconda riguarda il prezzo: 250 euro sul sito ufficiale sono una cifra che colloca questa scarpa nella fascia più alta del mercato.
Vale la pena guardare queste due cose insieme, perché raccontano la stessa scelta. Una scarpa che pesa 275 grammi, con piastra in carbonio, intersuola evoluta e una mesh che lascia passare la luce, è un oggetto che ha deciso a cosa serve e ha rinunciato a tutto il resto. Non è la scarpa dei trecento chilometri al mese sul misto. È quella che tieni per i giorni in cui la montagna va corsa invece che percorsa, e che in quei giorni ti restituisce ogni grammo che non porti. La specializzazione ha sempre avuto un costo, e qui è più che giustificato.
Rientro al passo che la funivia ha già aperto. Le cabine salgono verso i 2950 metri del Sass Pordoi con dentro le famiglie e le macchine fotografiche, mentre sul piazzale il monumento a Fausto Coppi ricorda che questo valico è da un secolo un posto dove la gente viene per salire in fretta.
Riparto, sciolgo le gambe con un giro verso il Viel del Pan: circa duecento metri di dislivello, tutti all’inizio. Poi un sentiero in terra “corribile” che ti dà un punto di osservazione perfetto su ciò che rimane – purtroppo – del ghiacciaio della Marmolada.
Torno in fretta, è quasi ora di pranzo.
Mi siedo sul muretto, allento il primo blocco dell’allacciatura: è finita. I polpacci ringraziano.
Ripenso alla corsa di oggi. Ho guardato il paesaggio per quasi tutto il tempo. Ed è il complimento più grande che io sappia fare a un paio di scarpe.


