Al centro della mostra c’è una donna sul divano, alle otto del mattino, che si massaggia una gamba. Poi, nella stessa sequenza, la ritrovo alla finestra, disperata perché fuori piove, e nello stesso corpo convivono due cose che di solito non stanno insieme: lo sconforto per il cielo di quella mattina e una gran voglia di uscire a correre. Il collage è in bianco e nero. Lei si chiama Lucia, e la aspettavano trentadue chilometri sotto l’acqua, una distanza che non aveva mai corso. Carolina Valsecchi, che l’ha seguita e fotografata, me ne ha parlato con una frase sola.
«Non ho mai visto nessuno più contento di lei di andare a correre.»
Davanti a quelle fotografie bisogna rallentare. Si guardano una per una, quasi si leggono, e per farlo serve un tempo che con il telefono in mano abbiamo perso l’abitudine di concedere. Gliel’ho detto venerdì 23 ottobre, mentre la intervistavo a Forte Marghera, il giorno in cui Legacy Project veniva inaugurata: questa mostra è l’antitesi del doom scrolling, lo scorrimento compulsivo con cui consumiamo le immagini senza vederle. Carolina era d’accordo.
È stato il primo di due giorni passati dentro The Running Hub, lo spazio che Kiprun e Crusher Running hanno aperto al forte nel weekend della 40ª Maratona di Venezia, presentato come a place for running culture. Sono tornato a casa con una sensazione precisa. Lì dentro ho incontrato persone che corrono, come in qualsiasi vigilia di maratona, e ciascuna era consapevole della corsa a modo suo, a volte lontanissimo da quello degli altri. L’aspetto atletico è rimasto quasi sullo sfondo. Al centro c’era quello che succede dentro le persone, e anche il luogo che ci ha ospitati faceva parte del discorso.

Un forte restituito alla città
Forte Marghera lo conoscevo di nome da quando ero bambino, perché mio padre ci aveva fatto il militare circa sessant’anni fa, quando era ancora una caserma, e in casa se ne parlava. La sua storia comincia molto prima. Fu costruito all’inizio dell’Ottocento, e per fargli spazio venne demolito il vecchio borgo di Malghera, da cui viene il nome.
Oggi appartiene al Comune di Venezia, che lo ha acquistato dal Demanio militare nei primi anni Duemila, ed è un parco pubblico dove trovano posto residenze d’artista e padiglioni della Biennale.
Ora è un luogo di arte, pace e cultura.

Quello che mi ha colpito di più, in quei due giorni, è stata l’atmosfera dell’intera struttura: un luogo che oggi vive di cultura in tutte le sue forme. L’evento di Kiprun con Crusher Running era perfettamente allineato con quell’aria. Un posto costruito per difendere e per combattere ha ospitato per due giorni una corsa raccontata anziché esibita. Intorno alla mostra e ai talk c’era il resto del programma, con uno shake out run a ritmo tranquillo il venerdì dopo l’inaugurazione, lo yoga e un’altra uscita di scioglimento il sabato mattina, le magliette stampate dal vivo con Balanced Runners e una sessione di stretching e mobilità per chi la domenica sarebbe stato alla partenza.
L’ombra per settantadue ore
Legacy Project è nato da un’osservazione di Carolina. Aveva notato che Kiprun lavorava con alcuni runner e che di loro non si vedevano fotografie da nessuna parte. All’inizio lo pensava come contenuti per i profili social delle singole persone, poi ha cambiato direzione: voleva che quelle immagini avessero un valore vero e raccontassero la storia di chi ci stava dentro. Ha seguito tre runner in tre gare, persone che lei chiama “normali”: gente comune che si iscrive a una gara e decide di correrla.


Il primo l’ha seguito a Berlino, a luglio, su una 10 km serale. Voleva scendere sotto i 29 minuti, con una testa da atleta d’élite, e ci ha messo più di 31. Per Carolina è proprio quel record mancato a essere la parte bella da raccontare.
«Non siamo delle macchine, siamo esseri umani. Voglio raccontare le storie di queste persone anche con i loro fallimenti e le loro debolezze.»
Nell’intervista gliel’ho detto anch’io. Viviamo in una società molto performativa, e il fallimento fa parte della vita come tutto il resto: normalizzarlo non è sbagliato. Le fotografie di sport sono spesso più un’esibizione che un racconto, e molti progetti nel running imitano l’estetica del reportage con ogni dettaglio studiato a tavolino, finché la corsa sui social diventa tutta uguale. Quello di Carolina è reportage vero. Si presentava alla porta dell’hotel alle sette del mattino e stava vicinissima al soggetto, eppure spesso nessuno si accorgeva che stesse scattando. Si definisce low profile, e il suo modo di lavorare lo riassume in una riga: «Io sono la tua ombra per le prossime 72 ore.» Scatta con un 28 mm perché vuole stare dentro la situazione.
Nella mostra il colore è riservato alle immagini più legate al prodotto e il bianco e nero a quelle di reportage, una scelta di racconto prima ancora che estetica. A Carolina piace fermarsi su un dettaglio in cui chi guarda possa riconoscersi: sdraiarsi sul letto dopo 42 chilometri, oppure la pelle d’oca all’arrivo, che lavorando a tanti eventi sportivi vede comparire su moltissime persone appena dopo il traguardo. Legacy, del resto, vuol dire eredità.
«Mi piace l’idea di lasciare un’impronta con le immagini. Tra vent’anni Gaia le tira fuori e dice: guarda com’ero disfatta sul letto dopo la maratona.»
La strada e la pista
Il sabato la consapevolezza ha cambiato forma, e misura. Luca Masoero era arrivato a Venezia sei giorni prima, domenica 18 ottobre, al termine di The Long Way to Venice, il progetto di Kiprun in collaborazione con Crusher Running che lo ha portato di corsa da Milano a una città in cui non era mai stato. Sul suo Strava quella strada misura 310,5 km, coperti in 37 ore e 57 minuti di corsa più le soste, distribuiti su tre giorni. Nel talk del pomeriggio quei numeri sono rimasti in un angolo.

Luca ha raccontato il viaggio soprattutto dal lato mentale. Quei chilometri li ha vissuti con la testa e con il cuore, ed è stato un viaggio molto complicato e insieme molto bello. C’è stato un punto in cui si è perso, e più di un momento in cui è andato in crisi. Ascoltandolo ho avuto la sensazione che l’aspetto atletico fosse quasi secondario rispetto a quello che gli succedeva dentro, come se le gambe avessero fatto da mezzo e la strada vera corresse altrove. Ci ho scambiato due chiacchiere, ed è una persona straordinaria. Luca è una bellissima rappresentazione della corsa.
Più tardi è toccato a Micol Majori, nell’incontro condotto da RunWithin. Lei ha 28 anni, è una mezzofondista milanese tesserata per l’Arma dei Carabinieri e allenata da Stefano Baldini. L’11 agosto, agli Europei di atletica di Birmingham, ha vinto il bronzo nei 5000 metri dietro a Nadia Battocletti e alla spagnola Marta García. È stato il suo primo podio in una grande competizione internazionale, e la prima volta che due italiane salivano insieme sul podio europeo dei 5000.
La corsa è il suo lavoro, e ne ha parlato con una lucidità che mi è rimasta addosso più di qualsiasi risultato. È una persona estremamente presente, e umile. Ha parlato di come vive quello che fa e di quanto pesino l’allenamento e il contesto. Ha una formazione da ingegnere, e forse anche da lì viene l’ordine con cui mette in fila le cose che sa di sé. Luca si era affidato alla corsa per attraversare qualcosa che stava dentro di lui. Micol la osserva dall’interno del proprio mestiere, con la stessa precisione con cui si allena.
Dieci minuti, sabato sera
Alle 19:30 Kiprun ha presentato in anteprima The Long Way to Venice. È un video di circa dieci minuti che non saprei se chiamare cortometraggio, a metà tra il film e il documentario, narrato e costruito con uno storytelling molto curato, che racconta le sensazioni del viaggio di Luca.


Ci sono arrivato con addosso tutto il resto delle due giornate. Il collage di Lucia alla finestra mentre fuori piove, gli occhi chiusi di Gaia sul letto, i 29 minuti mancati a Berlino e raccontati come la parte più bella, le crisi di cui Luca aveva parlato poche ore prima senza nasconderle, la lucidità con cui Micol aveva descritto il proprio lavoro. Erano modi diversi di sapere qualcosa sulla corsa, e per due giorni erano rimasti uno accanto all’altro. Dopo averlo sentito parlare a voce, ritrovare il viaggio di Luca trasformato in racconto mi ha commosso. È stato il punto più alto del Running Hub, e la festa che è venuta dopo ha chiuso le due giornate.
La mattina seguente la Maratona di Venezia è passata dal Parco di San Giuliano, a ridosso del forte, prima di salire sul Ponte della Libertà verso la città. In mezzo a chi correva c’era Luca, una settimana dopo il suo arrivo, a chiudere più di 350 chilometri: i 310,5 da Milano a Venezia e i 42,195 di quella domenica.
Quei bastioni erano stati alzati contro chi sarebbe arrivato da terra. Domenica mattina, da terra, arrivava di corsa anche lui.
Contenuto realizzato in collaborazione con Kiprun.




