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Liam Gallagher e le corse del mattino su Hampstead Heath

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Il parco prima che si svegli la città

Alle sei e mezza del mattino Hampstead Heath appartiene agli scoiattoli e a chi non ha voglia di parlare con nessuno. L’erba bagna le scarpe fino alla caviglia, i sentieri salgono verso Parliament Hill e da lassù Londra resta a distanza, una linea grigia di gru e di vetro che non ha ancora cominciato a fare rumore. Chi corre a quell’ora conosce la sensazione. La città esiste già, ma non ti ha ancora visto.

Per anni, a quell’ora, lì in mezzo c’era anche Liam Gallagher.

Lo so come lo sa chiunque legga le interviste con più attenzione delle didascalie: perché l’ha detto lui. Nel settembre del 2017, alla vigilia del suo primo disco da solista, raccontò che usciva a correre ogni mattina verso le sei e mezza, nel parco vicino a casa, e che dopo si sentiva benissimo. Poche frasi, buttate lì senza nessuna posa, da un uomo che sulla posa ha costruito trent’anni di carriera.

Oggi compie cinquantaquattro anni. Il parka chiuso fino al mento, la voce che passa dal naso e graffia, le mani intrecciate dietro la schiena davanti al microfono, le liti con il fratello finite in prima pagina per due decenni: il personaggio lo conosciamo a memoria, anche chi non ha mai comprato un suo disco. Io quella voce l’ho sentita soprattutto in cuffia, correndo, come milioni di altri. Meno nota è la figura che si alzava presto per sudare dove nessuno guardava, e mi interessa metterle una di fronte all’altra, perché credo che la seconda spieghi la prima più di quanto sembri.

Il ragazzo che correva per Manchester

William John Paul Gallagher è nato a Manchester il 21 settembre 1972 ed è cresciuto a Burnage, nella parte sud della città. Da ragazzo correva il mezzofondo nelle gare tra le scuole, per Manchester, e qualche medaglia l’ha portata a casa.

Quando ne parla, trova una precisione quasi tecnica, strana in bocca a lui. Veloce non lo era, dice, però reggeva la distanza. Chiunque abbia corso in pista da adolescente riconosce al volo quella autodiagnosi. Ci sono quelli che al primo rettilineo sono già davanti e quelli che al terzo giro sono ancora lì, con il fiato corto e le gambe che per qualche ragione non mollano, e che scoprono presto di avere un talento meno spettacolare e molto più testardo. Il secondo tipo di ragazzo impara una cosa che poi gli resta addosso per sempre: la fatica si può abitare, se le dai abbastanza tempo.

Poi è arrivata la band. È stato lui stesso a raccontare che da lì in avanti tutta quella roba era volata fuori dalla finestra, e per un bel pezzo la corsa è rimasta sepolta sotto il resto. Gli anni Novanta degli Oasis sono stati molte cose, e nessuna somigliava a un programma di allenamento.

Rileggendo quelle interviste, mi colpisce che il ritorno alla corsa venga raccontato senza nessuna retorica della conversione. Mancano la rinascita e l’uomo nuovo. Nel 2020, parlando con Rolling Stone Italia, diceva di aver sempre fatto così: da ragazzino correva per le strade di Manchester, da grande faceva jogging, e in mezzo c’era stata soltanto una lunga parentesi rumorosa. Aggiungeva, con il tono che gli conosciamo, di non considerarsi un salutista e di non avere niente da spartire con chi passa le ore sul tappetino a fare yoga.

Veloce no, ma capace di andare lontano. Detta da un mezzofondista di quindici anni è una valutazione atletica. Detta a quasi cinquant’anni somiglia a un bilancio.

Nessun orologio, nessun pubblico

Nello stesso 2017, a New York, la mattina di un’intervista con l’edizione americana di Rolling Stone aveva già corso circa undici chilometri a Central Park. Il giornalista lo trovò che camminava avanti e indietro sulla moquette di una stanza d’albergo, con una giacca chiusa addosso e i pantaloncini da corsa sotto, vestito per due climi diversi nello stesso momento.

Quanti chilometri facesse di solito, diceva di non saperlo. Gli orologi da polso con cui la gente conta ogni passo li trovava ridicoli, usciva e andava, finché ne aveva. A leggerla oggi, quella noncuranza sembra quasi un gesto politico, in un tempo in cui ogni uscita lascia dietro di sé una traccia e un passo medio da condividere. Per lui era qualcosa di più semplice e più necessario. Un orologio che misura è già uno spettatore, e lui di spettatori ne aveva abbastanza per il resto della giornata.

Nell’intervista del 2020 c’è un dettaglio che vale più di tutto il resto. Gli piaceva uscire nelle ore in cui non c’è nessuno, spiegava, quando si incrociano giusto un paio di persone con il cane e gli scoiattoli che attraversano i prati. E si definiva in un molto suo:

“I run like Forrest Gump, but cooler-looking”.

Verso mezzogiorno, invece, il parco diventava il caos, con la gente che lo fermava per un selfie. L’unico orologio che ammetteva di guardare, finita la corsa, era quello che gli diceva quanto mancasse all’apertura dei pub. Ride di sé stesso anche mentre ti consegna la chiave di tutta la faccenda.

Per capire cosa fosse quell’ora bisogna ricordare com’è fatto il suo lavoro. Sul palco Liam Gallagher è il frontman più immobile che il rock britannico abbia prodotto, le mani dietro la schiena e il mento sollevato verso un microfono messo troppo in alto. In quella stessa intervista americana raccontava che era una scelta pensata per durare, perché a ottant’anni non avrebbe voluto ritrovarsi a ballare come Mick Jagger, e a lui sarebbe bastato restare in piedi. In pubblico il corpo sta fermo e lavora solo la voce. All’alba, sull’erba di Hampstead, la voce tace e lavora tutto il resto.

Il motivo di quelle uscite all’alba lo aveva messo in parole in quelle stesse settimane, in un’intervista a un quotidiano inglese, con un’immagine sua, rozza e perfetta. Correva per sfogarsi, per tirare fuori quello che aveva addosso, perché secondo lui molta gente si tiene tutto chiuso in casa. Si paragonava a un nastro trasportatore ben oliato: esce a correre, butta fuori, rientra, raccoglie di nuovo, e il giorno dopo ricomincia. È la descrizione più onesta di igiene mentale che abbia mai letto da parte di una rockstar, e non contiene una sola parola presa in prestito da un manuale.

Chi vive esposto non ha stanze private. Ogni frase diventa un titolo e perfino il silenzio viene interpretato. La corsa all’alba era l’unico posto in cui nessuno si aspettava niente da lui, nemmeno un numero.

Quando le anche chiedono di fermarsi

Il corpo, a un certo punto, presenta il conto.

Il primo avviso arrivò nel 2019, in un’intervista a un mensile musicale britannico: un’artrite alle anche, e l’indicazione dei medici di correre meno. Nell’ottobre dell’anno dopo un fotografo d’agenzia lo sorprese a Hampstead sotto la pioggia, su un sentiero nel bosco, con la giacca pesante sopra e i pantaloncini sotto, i due climi di sempre. Stava pedalando. Anche lì, nel parco che per anni era stato l’unico posto al riparo dagli sguardi, c’era qualcuno che lo guardava.

Nel 2022, parlando con un’altra rivista, raccontò che ormai l’indicazione era smettere del tutto. Lo disse con la sua solita brutalità allegra, e chi lo leggeva poteva quasi scambiarlo per l’ennesima uscita da prima pagina. Io ci ho letto la fine di quel nastro trasportatore, e ci ho ripensato a lungo.

Cosa sia successo dopo, nelle sue mattine, non lo so e nemmeno mi va di immaginarlo al posto suo. So cosa succede a chi corre quando gli viene tolta la corsa, perché è capitato anche a me, per molto meno e per molto meno tempo. Più della forma ti manca l’ora. Quella finestra in cui il giorno non è ancora cominciato e la testa lavora da sola, mentre le gambe fanno la loro parte senza chiedere il permesso a nessuno.

Funziona come quando zoppichi per una storta e, dopo qualche giorno, ti fa male il ginocchio dell’altra gamba. Scopri quanto una parte del corpo stesse compensando solo nel momento in cui smette di poterlo fare. Con la corsa succede lo stesso, su una scala più grande. Finché c’è, sembra un’abitudine tra le altre, un modo come un altro di cominciare la giornata. Quando la perdi ti accorgi di quanto peso stesse spostando in silenzio, ogni mattina, e di quanta roba adesso resti in casa.

Per chi vive sotto gli occhi di tutti, correre è la forma più privata di manutenzione della mente, e il suo valore si misura esattamente nel giorno in cui il corpo la toglie.

Il tour che riparte

Il 14 settembre gli Oasis hanno annunciato Oasis Live ’27: trentotto concerti tra maggio e settembre del prossimo anno, apertura il 21 maggio al Celtic Park di Glasgow, chiusura a Knebworth, e due sere allo Stadio Olimpico di Roma, il 29 e il 30 luglio. Tre giorni prima era uscito il documentario Oasis: Don’t Look Back in Anger, e il nome dei Gallagher è tornato a occupare le conversazioni come trent’anni fa.

Nel comunicato la band si è dichiarata di nuovo “fit for purpose”, idonea allo scopo, e ha invitato tutti a venire a constatarne la forma, giocando con quella parola, fitness, che nel gergo di chi si allena significa altro. Per un gruppo rock l’idoneità si misura in biglietti venduti e in fratelli che accettano di stare sullo stesso palco. Per un corpo i conti sono diversi, più lenti, e non stanno a me.

Quello che so è come lo vedremo a luglio, sotto le luci dell’Olimpico. Fermo, con le mani dietro la schiena, mentre decine di migliaia di persone cantano con lui a squarciagola, in un meraviglioso e catartico rito collettivo. Un uomo che da trent’anni riesce a restare immobile davanti a una folla, e che per molti anni ha pagato quell’immobilità altrove, all’alba, con i piedi bagnati su una collina di Londra.

Quei chilometri non li ha mai contati nessuno. Lui per primo.

 

 

© immagine di copertina: By Thesupermat – Own work, CC BY-SA 4.0

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