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The North Face Offtrail Expedition: misurare un ghiacciaio con le gambe

  • 5 minute read

Articolo di Oliviero Alotto

Due giorni in alta Valmalenco per il The North Face Offtrail Expedition, organizzata da Crusher Running, tra una notte in tenda sotto il Rifugio Bignami e una caccia al tesoro verso il Ghiacciaio del Fellaria. Quindici chilometri percorsi da solo per un contrattempo sono diventati il metro con cui leggere un cartello del 1860.


Quindici chilometri fuori programma

Da Torino a Chiesa in Valmalenco la strada è lunga, e di solito la dimentico nel momento in cui spengo il motore. Questa volta no. Un incidente in autostrada mi tiene fermo in coda per più di un’ora. Quando finalmente parcheggio, la navetta che Crusher Running aveva organizzato per portarci tutti insieme all’inizio del sentiero è già partita. La prossima partirà tra un’altra ora buona.

Faccio il conto in fretta. Un’ora seduto ad aspettare, oppure quindici chilometri a piedi fino al campo base, da solo.

Mi incammino e mi infilo nel bosco.

Per i primi tre chilometri seguo la strada che avrebbe fatto la navetta. Poi la mappa sul telefono mostra una traccia sulla sinistra, un sentiero che taglia dritto verso la diga ai piedi del Rifugio Bignami, proprio dove ci aspettano le tende per la notte. La prendo senza pensarci. Il bosco si chiude quasi subito, fitto, e la luce arriva a chiazze sul terreno.

Ai piedi ho le The North Face Offtrail Ultra, le scarpe che il brand ci ha offerto di provare in questi due giorni. Ho un’abitudine da cui non derogo: prima di correre con una scarpa nuova ci cammino, perché al passo il piede ha il tempo di ascoltarla. Della tomaia a calzino mi accorgo dopo pochi minuti. È comoda, e resta traspirante anche quando la salita comincia a scaldare il collo del piede. L’intersuola si fa sentire fin dai primi appoggi, una presenza morbida sotto un fondo di radici e sassi. Supero un ruscello saltando da una pietra all’altra. Poi il bosco si apre su una mulattiera che sale lunga e regolare, un tornante dopo l’altro.

Tre ore da solo. E sono contento.

Qualche settimana abbiamo raccontato una montagna riprogettata per chi non vuole faticare, fatta di terrazze e parcheggi in quota. Su quella mulattiera mi torna in mente per contrasto. Da anni ripeto a me stesso che arrivare in un posto con un po’ di fatica lo rende tuo, e lo penso anche adesso, passo dopo passo. Ma sotto quel pensiero ne cresce un altro, più semplice e più utile. A ogni chilometro il corpo impara una misura. Arrivato in cima so quanto pesa un chilometro in salita, quanto fiato chiede, quanta acqua, quanto tempo.

Una spedizione in miniatura

Arrivo al rifugio con una fame che scava e con quella soddisfazione piena che conosce solo chi ha ancora le gambe calde di sentiero. Intorno al campo trovo il resto del gruppo. Molti sono ragazzi giovani, e per tanti di loro, immagino, questa è la prima notte in tenda in montagna. Il pensiero mi mette di buon umore più del panorama.

Il sole scende dietro le creste e il freddo arriva puntuale. Accendiamo i fornelli. Come in una spedizione vera, la cena si prepara lì, sul momento: buste di cibo liofilizzato da riempire con acqua calda, da chiudere e aspettare.

C’è una piccola ironia in tutto questo, e la noto con affetto. A poche ore da casa recitiamo i gesti di chi attraversa terre remote, chini sulle buste con i fornelli che soffiano nel buio. Eppure la spedizione immaginata da Crusher Running e The North Face regge proprio perché quei gesti sono veri. L’acqua ci mette il tempo che ci mette a scaldarsi, e il freddo si infila nelle dita che reggono il cucchiaio. Una zuppa di pasta e lenticchie, semplice e fumante, risulta più buona di quanto una zuppa abbia il diritto di essere. La spedizione è in miniatura. La fame è a grandezza naturale.

La notte scorre tranquilla. Il freddo vero arriva tra le quattro e le sei, quando il sonno tocca il suo punto più basso, e il sacco a pelo regge. A un certo punto apro la cerniera ed esco. Sopra la tenda c’è una stellata così fitta da essere rumorosa. Resto lì in piedi nel gelo, sopra i duemila metri, con le mani infilate sotto le ascelle, più a lungo di quanto il buonsenso consiglierebbe.

Quando resto troppo a lungo senza dormire in tenda in montagna, la tenda comincia a mancarmi.

L’oggetto che nessuna mappa segnava

Al mattino i ragazzi di Crusher ci consegnano una mappa di carta. Sopra ci sono una rotta disegnata, una serie di tappe e un elenco di oggetti da trovare. Ci dividiamo in tre squadre e partiamo verso il ghiacciaio principale, e le Offtrail Ultra che il giorno prima hanno camminato adesso cominciano a correre. E sono chiaramente nel loro terreno ideale.

Per un po’ gioco con impegno. Poi i miei occhi scivolano altrove, sui cartelli piantati lungo il sentiero glaciologico, quelli che segnano dove arrivava il ghiaccio negli anni passati. Uno mi ferma. È piantato a più di un chilometro in linea d’aria dal punto in cui oggi comincia il fronte del ghiacciaio, e dice che nel 1860 il ghiaccio arrivava fin lì, dove sono io.

Siamo a settembre, a quasi 2.500 metri, e il termometro segna più di 25 gradi.

Un chilometro. Il giorno prima ne ho camminati quindici, e ognuno l’ho sentito passare nei polpacci e nel respiro. Davanti a quel cartello faccio una conversione istintiva, dalla lingua dei numeri a quella delle gambe. Il dato smette di essere un’informazione da leggere e diventa una distanza che conosco. So quanto ci vuole a percorrerla. So quanto costa. Il ghiacciaio l’ha persa in poco più di un secolo e mezzo, un passo alla volta, e io quei passi riesco quasi a contarli.

La caccia al tesoro ci chiedeva di trovare oggetti nascosti lungo la rotta. L’oggetto più grande della valle mancava, e nessuna mappa poteva indicarci dove cercarlo. Eppure è stata proprio quella rotta, disegnata da Crusher Running per farci correre e giocare, a portare tanti ragazzi davanti a quei cartelli. Quella mattina il tesoro più prezioso era scritto sulle targhe.

Tra una tappa e l’altra corriamo pochi chilometri che scorrono facili sotto le The North Face Offtrail Ultra, in un posto che sembra sospeso. E in quei chilometri tre gruppi di sconosciuti diventano squadre sul serio. Succede senza discorsi. Una fatica condivisa sotto lo stesso sole fa in una mattina il lavoro che in città richiede mesi di allenamenti insieme. Alla fine ci si guarda con la complicità di chi ha sudato la stessa salita.

Scendere contando i passi

La giornata finisce con una lunga camminata fino alle auto. Scendo lento, con le gambe piene dei due giorni, e ancora una volta mi lascio prendere da questi luoghi dove la natura si riprende lo spazio con tutta la sua forza. Qui si corre, si cammina, si respira a pieni polmoni. Qui arriva anche, invisibile e puntuale, il conto di quello che facciamo lontano, nelle città e nelle case dove passiamo i giorni normali. Il ghiaccio ne porta il segno, un anno dopo l’altro.

Un posto così appartiene a tutti, e proprio per questo nessuno se ne occuperà al posto nostro. Innamorarsene è facile, basta una notte sotto quelle stelle. Prendersene cura comincia dall’accorgersi di quanto è cambiato.

Scendendo mi sorprendo a contare i passi, e il conto torna sempre allo stesso numero.

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