La bicicletta, il mare e la corsa che nessuno spiega
Mio padre correva curvo, una mano sul sellino e l’altra a mezz’aria, pronta a riprendermi. Il cortile dietro casa era di ghiaia fine e a ogni pedalata storta sentivo i sassolini schizzare contro i raggi. Lui ansimava e ripeteva “pedala, pedala”, e io pedalavo fissando la ruota anteriore invece della strada, convinto che fosse lui a tenermi in piedi. A un certo punto ha lasciato. Non me l’ha detto. L’ho capito solo in fondo al cortile, girandomi, quando l’ho visto fermo vicino al cancello con le mani sui fianchi, a dieci metri da me.
Qualche estate dopo è arrivato il mare, un tratto di costa con l’acqua bassa per cinquanta metri e il fondo di sabbia a righe. Mio nonno mi teneva una mano aperta sotto la pancia e mi diceva di soffiare fuori l’aria facendo le bolle, di fidarmi dell’acqua che ti tiene appena smetti di lottarci contro. Il sale bruciava negli occhi. Anche lì c’era qualcuno che spiegava e che, a un certo punto, si faceva indietro di un passo.
Correre no. Correre lo sapevamo già, o almeno così sembrava a tutti. Si correva per prendere qualcuno, per non farsi prendere, per arrivare primi al muretto o per l’autobus che stava partendo: la corsa serviva ad andare da un’altra parte e nessuno la guardava mai in faccia. A educazione fisica il professore diceva “tre giri di campo” e si sedeva sulla panchina con il registro sulle ginocchia. I giri si facevano, il come restava affare nostro. C’era chi partiva a tutta e si piantava dietro la porta del calcio, chi camminava nel tratto coperto dagli alberi, chi tagliava la curva sull’erba sperando che lui non alzasse gli occhi, chi arrivava in fondo viola in faccia. Nessuno ci ha mai detto di andare più piano. Che il fiato si potesse amministrare l’avrei scoperto trent’anni dopo, da solo.
L’abbiamo messa nello stesso cassetto del camminare e del respirare, tra le cose che il corpo fa per conto suo. È una classificazione comoda e in parte vera, perché un bambino corre prima ancora di saper dire dove sta andando. Correre per mezz’ora di fila da adulti, senza nessuno da inseguire, è un’altra faccenda, e lo si scopre soltanto facendolo.
“Naturale” è la parola che usiamo per le cose che non abbiamo mai guardato da vicino.
I primi mesi di chi impara da solo
Ho cominciato a trentanove anni, in un ottobre come questo, con un paio di scarpe comprate per una vacanza e mai usate per altro. La prima uscita è durata meno della doccia che l’ha seguita. Sono partito dal portone come partivo da bambino, di slancio, con le braccia larghe e la convinzione che il corpo si ricordasse come si fa. Al secondo lampione respiravo a bocca spalancata. Al quarto avevo un sapore di ferro in gola ed ero piegato in due davanti al giardino di una casa, le mani sulle ginocchia, mentre una signora dentro piegava lenzuola e mi guardava senza smettere di piegarle.
Tre minuti. Forse quattro. Nella memoria si correva per pomeriggi interi.
Nelle settimane seguenti ho imparato le cose nell’ordine in cui facevano male. Prima il fiato, che finiva sempre troppo presto e sempre nello stesso punto del giro. Poi gli stinchi, che la mattina dopo pulsavano come se qualcuno ci avesse battuto sopra con un cucchiaio di legno.
Il rumore l’ho scoperto qualche giorno più tardi, una sera sull’argine, quando una ragazza mi ha affiancato e per qualche secondo ho sentito i suoi passi accanto ai miei. I suoi erano un fruscio fitto, quasi un ticchettio. I miei erano un tonfo, il tallone che si piantava davanti al corpo come un paletto e frenava tutto quello che veniva dietro. Allungavo le gambe perché credevo che allungarle volesse dire andare più lontano. Lei faceva passi corti, e in mezzo minuto era una sagoma in fondo al rettilineo.
Si impara guardando, di nascosto, come a scuola si copiava dal compagno di banco. Guardavo il signore con i capelli bianchi che girava intorno al parco con un’andatura che sembrava immobile, i piedi che si staccavano appena da terra, e che dopo un’ora era ancora lì con la stessa faccia. Guardavo come gli altri tenevano le braccia e quanto erano lenti certi corridori che avevano l’aria di correre da sempre. La sera leggevo, e ogni cosa letta smentiva quella della sera prima. Poi uscivo a provare, e sbagliavo in un modo diverso.
La scoperta più importante di quei mesi è stata anche la più imbarazzante, ed era la misura. Andare piano, molto più piano di quanto mi sembrasse dignitoso, così piano che un uomo a passo svelto avrebbe potuto raggiungermi. Il mio corpo aveva un ritmo suo, molto più basso di quello che la testa gli attribuiva, e finché non l’avessi trovato ogni uscita sarebbe finita contro un lampione. Il giorno dei primi venti minuti di fila non è successo niente di speciale: sono rientrato e ho bevuto un bicchiere d’acqua in piedi in cucina. Ricordo però di essermi guardato le gambe come si guarda qualcuno che ha appena fatto una cosa che non sapevamo sapesse fare.
Essere principianti da adulti
A quarant’anni quasi tutto quello che facciamo lo facciamo perché lo sappiamo fare. Il lavoro, la strada più corta per tornare a casa, le ricette, il modo di stare a tavola con gli altri: la vita adulta è un inventario di competenze accumulate e difese, e uno dei suoi comfort più sottili è non dover più sembrare goffi davanti a nessuno. Le cose in cui eravamo scarsi le abbiamo lasciate cadere da tempo, con la scusa che non facevano per noi.
Correre mi ha rimesso in quella posizione dimenticata, e con lei è tornato il pudore. Uscivo presto, quando le strade erano vuote, oppure sceglievo le vie dietro i capannoni dove passavano solo i furgoni delle consegne. Quando dovevo fermarmi a riprendere fiato fingevo di controllare il telefono, o mi chinavo ad allacciare una scarpa già allacciata, perché camminare col fiatone vestito da corridore mi sembrava un’ammissione di colpa. Avevo l’impressione che tutti gli altri sapessero fare una cosa che io non sapevo fare, e che bastasse un’occhiata per accorgersene. Quel sorriso di sufficienza che chi comincia si sente addosso me lo appiccicavo da solo, anche nelle mattine in cui l’argine era deserto.
Sotto il pudore, però, c’era un piacere che non provavo da anni. Da principiante ogni settimana sai fare qualcosa che la settimana prima non sapevi fare, e nella vita adulta i progressi così visibili sono quasi spariti. Al lavoro si migliora per frazioni che nessuno nota, nei rapporti con le persone le misure non esistono. Sull’argine invece c’era il lampione dove a ottobre mi arrendevo e che a dicembre superavo senza accorgermene. C’era il ponte che a novembre era una meta e poi è diventato il punto in cui giravo per tornare. Ogni progresso aveva un indirizzo, un pezzo di città che prima era troppo lontano.
E c’era un’altra libertà, più strana, che era il diritto di non sapere. Da principiante nessuno si aspetta niente da te, nemmeno tu. Puoi sbagliare tutto, perché sbagliare è semplicemente il modo in cui quella cosa si impara. Da adulti questo diritto lo perdiamo presto, e lo ritroviamo solo accettando di ricominciare da zero qualcosa che passa per il corpo, sotto gli occhi degli altri.
Il corpo che si credeva di conoscere
Fino a quel momento il mio corpo era stato un mezzo di trasporto affidabile. Saliva le scale, portava le borse della spesa, stava otto ore alla scrivania e la sera si allungava sul divano senza troppe proteste. Pensavo di conoscerlo come si conosce la propria macchina: si sa dove sono i comandi e come rispondono, e sotto il cofano non si guarda mai.
Correndo ho guardato sotto il cofano. Ho scoperto che il piede sinistro, quando sono stanco, ruota verso l’esterno, e la suola si consuma da quel lato. Che le spalle salgono verso le orecchie appena il respiro si accorcia, e che lasciarle cadere lo allunga di nuovo. Che il fianco destro è più rigido del sinistro, probabilmente da sempre, solo che per quarant’anni non c’era stata un’occasione per accorgermene. E che il fiato finisce prima delle gambe, quasi sempre, mentre la testa si arrende prima di tutti e due. Erano lì da anni. Mancava qualcuno che guardasse.
Forse è questa la cosa che impara chi comincia a correre da adulto, e che nessun istruttore avrebbe potuto spiegarmi: il corpo che diamo per conosciuto è in gran parte un territorio mai visitato. Lo abitiamo da quando siamo nati come una casa di cui frequentiamo soltanto l’ingresso e la cucina, perché il resto funziona anche senza entrarci. Quel funzionare senza pensarci è un privilegio, e insieme è il motivo per cui non sappiamo quasi niente di lui. Imparare a correre, per me, ha voluto dire cominciare ad aprire le porte, chilometro dopo chilometro, una stanza alla volta.
Un paio di settimane fa una persona mi ha chiesto come si comincia. Aveva appena comprato le scarpe e me le ha mostrate in una foto sul telefono, ancora nella scatola. Volevo raccontargli tutto, dal primo lampione in poi, e mi sono accorto che non c’era niente da consegnare, perché ogni cosa l’avevo capita con le mie gambe e lui avrebbe dovuto capirla con le sue. Gli ho detto solo di partire piano, più piano di quanto gli sembrerà sensato, e lui ha annuito come si annuisce alle cose ovvie.
Domani partirà forte lo stesso. Mentre rimetteva il telefono in tasca ho ripensato a mio padre fermo vicino al cancello, con le mani sui fianchi. Allora credevo che stesse riprendendo fiato. Adesso penso che stesse guardando fin dove arrivavo da solo.