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La prima generazione che invecchia correndo

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Al ritiro pettorali di una mezza maratona di provincia, la fila si blocca davanti a un uomo sulla sessantina. Porta la canotta di una stracittadina del 1991, lavata così tante volte che lo sponsor sul petto è diventato un’ombra, e ai piedi un paio di scarpe uscite quest’anno. Firma la liberatoria senza leggerla, con la mano di chi ha compilato quel foglio più volte di quante saprebbe contarne, prende le spille e si avvia verso la partenza a passo corto, già sciolto. Nessuno si gira a guardarlo. È uno dei tanti, e lo è da quando io andavo alle elementari.

Quell’uomo, a pensarci, appartiene a una categoria che non abbiamo ancora imparato a nominare.

Quelli che correvano già

Chi compie sessant’anni adesso è nato a metà degli anni Sessanta. Era appena maggiorenne quando Orlando Pizzolato vinse la maratona di New York, e aveva più o meno ventidue anni quando Gelindo Bordin si prese l’oro olimpico a Seul. La corsa gli è arrivata addosso insieme alla patente e al primo stipendio: le non competitive della domenica mattina, le tute di acetato che frusciavano a ogni passo, le riviste in edicola con i programmi per la maratona scritti come ricette di cucina. Il primo boom, quello americano degli anni Settanta, aveva già fatto il giro del mondo e si era lasciato dietro qualcosa di più silenzioso e duraturo: una pratica che si poteva semplicemente avere, come si ha l’abitudine di comprare il giornale.

Conosciamo bene un’altra storia, quella del convertito tardivo. Il cinquantenne che dopo un controllo andato storto, o dopo una separazione, compra le scarpe e scopre la corsa come si scopre una seconda vita, con i primi cinque chilometri e le lacrime al traguardo della prima mezza. È una storia vera e ha la sua dignità, ma spesso ha occupato tutto lo spazio. Per molti dei sessantenni che corrono oggi, la corsa non è stata una scoperta tardiva: è l’abitudine di una vita intera, cominciata prima del primo lavoro e attraversata insieme a tutto il resto. Del giorno in cui hanno iniziato non hanno memoria, come di quello in cui hanno imparato ad andare in bicicletta.

Qualcuno, altrove, ha cominciato a contarli. Prendo quei numeri per quello che sono, un contesto che arriva dagli Stati Uniti e che lì resta. Alla maratona di New York del 2025 gli over 60 arrivati al traguardo erano l’88% in più rispetto a dieci anni prima, una crescita che tiene il passo con quella dei ventenni, come ricostruisce Sportico. A Boston, nella lista degli iscritti del 2026, la fascia tra i 60 e i 64 anni è cresciuta di circa un quarto in dodici mesi, mentre tutte quelle tra i 35 e i 59 perdevano terreno; lì però pesa anche il regolamento, perché i tempi di qualificazione sono rimasti invariati per gli over 60 e si sono irrigiditi per chi è più giovane, come nota l’analisi di Running with Rock. Per l’Italia numeri del genere non esistono. Quanti siano qui i sessantenni che corrono da quarant’anni lo ignoriamo tutti, e non sarò io a inventarlo. Li riconosco, questo sì, dalla calma con cui aspettano lo sparo.

Invecchiare dentro una pratica

Dall’esterno la differenza non si vede. Chi comincia a sessant’anni impara la corsa con il corpo che ha in quel momento. Chi invecchia correndo vive il movimento opposto: è il corpo a cambiare, dentro una corsa che resta uguale a se stessa.

Corro da una ventina d’anni, abbastanza per intuire il meccanismo. Lungo il mio giro c’è una salita, poco più di un cavalcavia, che affronto quasi sempre allo stesso punto dell’uscita. Quella salita è rimasta identica al centimetro ed è diventata il mio strumento di misura. Ci sono stati anni in cui la prendevo di slancio senza accorgermene, poi anni in cui la sentivo arrivare già dall’incrocio prima, e da qualche inverno è il posto dove il respiro mi segnala cose che allo specchio ancora non vedo. Funziona come le tacche a matita sullo stipite della porta, quelle con cui i genitori segnano l’altezza dei figli, con la differenza che qui le tacche scendono.

Moltiplica quella salita per quarant’anni e hai un’idea di cosa significhi invecchiare dentro una pratica. Nel frattempo cambiano i lavori e le città, nascono figli e se ne vanno genitori. L’uscita del sabato mattina resta, e la sua permanenza rende leggibile tutto quello che si è mosso intorno. Per un sessantenne che corre da sempre, la corsa conta più come filo che come prestazione: l’unica attività che attraversa ogni versione di sé senza interruzioni, dal ragazzo di vent’anni all’uomo con il ginocchio che scricchiola nelle mattine di umido.

Il corpo, intanto, conserva qualcosa. Il passo si accorcia, la fase di volo si abbassa fino quasi a sparire, eppure il modo di tenere le braccia e la cadenza del respiro, due appoggi per inspirare e due per espirare, sono rimasti quelli imparati da ragazzi. Somigliano al sentiero che si forma in un prato a forza di passarci sopra: nessuno l’ha mai progettato, eppure il piede lo trova anche al buio.

I tempi che si allungano

Il primo anno in cui i miei diecimila sono peggiorati senza motivo me lo ricordo bene. Nessun infortunio, nessuna pausa, allenamenti uguali a quelli della stagione prima, e alla fine sul display un numero più alto. Ho cercato una spiegazione per settimane, il caldo, il sonno, prima di accettare quella più banale. Avevo un anno in più.

Chi ha sessant’anni e corre da quaranta conosce quella sensazione da così tanto tempo che ha smesso di somigliare a un lutto. I tempi si allungano anno dopo anno, di poco, con una regolarità quasi geologica, e il personale stabilito a trentadue anni è diventato un documento storico, una foto che si guarda con affetto e senza alcun proposito di replicarla. Il rapporto con il cronometro, a quel punto, cambia natura. Il confronto si sposta sul sé di un anno fa, sulla stessa gara nella stessa stagione, oppure su quelle tabelle che correggono il tempo in base all’età e permettono a un sessantenne di sapere quanto pesa la sua ora e cinquanta accanto all’ora e venticinque di un trentenne.

Visto da dentro una vita di corsa, quel numero più alto racconta anche altro. Dice che quest’anno, di nuovo, sei arrivato in fondo, e che la serie è rimasta intatta. Ogni minuto in più porta con sé un anno in più di inverni attraversati in calzamaglia e di sabati con la sveglia alla stessa ora.

Il tempo si allunga perché contiene di più.

Lo scrivo senza intenzione di consolare nessuno. È qualcosa che si legge nella postura di chi ha passato i sessanta e aspetta il via in mezzo alla griglia: nessuna fretta di guadagnare posizioni, l’orologio avviato con un gesto distratto, gli occhi che cercano facce conosciute più che il gonfiabile del chilometro.

Un’età che il racconto della corsa non guarda

Basta scorrere una campagna qualsiasi di scarpe da corsa per capire a chi si rivolge. Corpi tra i venti e i trent’anni nella luce radente dell’alba, crew che corrono in formazione su un ponte e finiscono al bar davanti a un cappuccino d’avena, reel montati sulla cassa dritta di un pezzo elettronico, nessuna ruga in primo piano. Il racconto della corsa che circola oggi, tra pubblicità, run club e social, ha scelto un’età e continua a ripeterla. Abbiamo già visto che le gare di resistenza sono fatte per chi ha quarant’anni e si fanno fotografare con un’altra età. Per i sessantenni la distanza tra chi corre e chi viene mostrato si allarga ancora.

Quando un sessantenne entra nell’inquadratura, quasi sempre ci entra come eccezione. L’ottantenne che chiude la maratona, il nonno che stacca i ragazzi in volata: storie raccontate con uno stupore affettuoso, applaudite proprio perché inattese. Quel tono contiene un’idea precisa, cioè che invecchiare e correre stiano su due sponde opposte e che ogni tanto qualcuno riesca a tenerle unite per forza di volontà. Il sessantenne che corre da sempre ha poco di eroico da mostrare, e proprio per questo resta fuori da ogni inquadratura. Fa le sue uscite e arriva al traguardo in mezzo al gruppo, con un tempo che lo speaker non annuncia.

In questa assenza c’è un paradosso che riguarda chi guarda. Il venticinquenne che oggi corre all’alba con la sua crew, se continua – e molti continueranno, perché chi prende la corsa sul serio di rado la lascia – tra trent’anni sarà esattamente quell’uomo in mezzo al gruppo. Un immaginario costruito soltanto sui corpi giovani taglia fuori, oltre ai sessantenni di oggi, il futuro di chi lo consuma. Tratta la corsa come una fase della vita, mentre chi la pratica da quarant’anni dimostra ogni sabato che può durarne l’intero arco.

Se stai leggendo con le gambe ancora calde dell’uscita di stamattina, quei sessantenni sono la fotografia più attendibile che esista del tuo futuro. Il loro passo, quello che dall’alto di un ritmo da trentenne sembra lento, è il passo che avrai, se tutto va bene.

Sono trent’anni avanti, e per una volta stare davanti vuol dire andare più piano.

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