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Salire a 3000 metri in infradito non è montagna

  • 6 minute read

L’ultima mezz’ora la faccio con la testa bassa, contando i passi a gruppi di venti, perché a quel punto il conto è l’unica conversazione che mi resta. Sono partito con la frontale accesa. Ho attraversato il bosco umido, poi la fascia dei mughi che graffiano i polpacci, poi la zona dove non cresce più niente e il sentiero si riduce a una traccia di sfasciumi che si spostano sotto la suola a ogni appoggio. Il respiro si è accorciato senza che me ne accorgessi. Le dita si sono gonfiate, come succede sempre quando resto troppe ore sopra i duemilacinquecento.

A duecento metri dalla cresta sento della musica.

Cosa trovi in cima dopo tre ore di salita

Una terrazza. Doghe di legno composito, parapetto in vetro, un pannello di acciaio con i profili delle cime e i nomi incisi sopra, così nessuno deve chiedere niente a nessuno. Dentro una struttura bassa c’è un bar, con la macchina del caffè che sibila e un frigo di bibite illuminato con i led. Un cestino trabocca di carte di panini. Una piccola fila aspetta il turno per farsi fotografare nello stesso identico punto del parapetto, quello dove il vuoto sotto è più netto, e un bambino piange perché ha freddo alle braccia.

Bevo un caffè che sa di bruciato e costa come in centro a Milano.

Verso quelle persone non provo niente di ostile. Molte sono lì per la prima volta in vita loro, alcune hanno gli occhi emozionati, una signora indica il fondovalle al marito e gli spiega da dove sono arrivati. È un momento vero, il loro. Il disagio che mi si deposita addosso mentre bevo riguarda un’altra cosa, e ci metto un po’ a metterla a fuoco: il posto in cui sono arrivato è stato progettato per chi arriva in dieci minuti, e io ci sono entrato dentro con tre ore di corpo addosso che qui non servono a niente. Nessuno dei due modi vale più dell’altro. Cambia l’oggetto. Loro sono saliti a vedere un panorama. Io sono salito a fare una cosa che finisce col panorama, e la trovo già apparecchiata.

La montagna riprogettata

Chi progetta un impianto di risalita lavora su un problema chiaro e legittimo: portare più persone possibile in un posto difficile, in sicurezza, nel minor tempo. Ogni scelta a valle di quel problema è coerente. Se il visitatore resta quaranta minuti, serve un bar. Se resta quaranta minuti e ha le maniche corte, serve un riparo dal vento. Se scende dalla cabina con le scarpe da città, il terreno sotto i suoi piedi va reso prevedibile. Se ne arrivano trecento all’ora, quel terreno va reso prevedibile per trecento persone all’ora.

Il risultato di questa catena è un luogo che ha la forma dell’alta quota e il funzionamento di un corridoio. Nessuno lo ha deciso in un colpo solo. Si è depositato per aggiunte successive, ognuna ragionevole presa da sola.

Le passerelle, le terrazze, i parcheggi in quota

La passerella è l’elemento che mi impressiona di più. Un passaggio che prima era una traccia di pietre smosse, dove ognuno sceglieva dove appoggiare il piede e sbagliava e correggeva, diventa un piano continuo, largo un metro e venti, con fondo antiscivolo e corrimano su entrambi i lati. Un cartello all’imbocco dichiara venti minuti. Sotto, il ghiaione resta lì, intatto e vietato.

Il corrimano è un dispositivo di significato prima che di sicurezza. Ti comunica che lì non ti può succedere niente, e nel momento in cui non ti può succedere niente hai smesso di stare in montagna e sei entrato dentro una sua rappresentazione, fedele nei colori e nell’aria fredda, svuotata della sola cosa che rendeva quel posto quel posto: la necessità di decidere. Poco più in basso, un parcheggio con le righe bianche dipinte sopra un prato spianato. Più su, la terrazza a sbalzo sul vuoto, che serve a produrre l’immagine che poi circola e che porterà altre persone a salire per produrre la stessa immagine.

Ci abbiamo messo pochi anni ad abituarci a guardare le montagne così, come fondali. La fotografia outdoor ha fatto la sua parte nel trasformare il paesaggio in un monumento davanti al quale ci si mette in posa, e l’abbiamo scritto altrove parlando di come è cambiata l’estetica del trail. Una terrazza a sbalzo è quella stessa idea colata nel cemento.

L’accesso che non è accesso

Qui si arriva alla parola con cui l’intera operazione viene difesa, e va maneggiata con onestà intellettuale, perché è una parola seria. L’accessibilità esiste, ha un significato preciso e produce risultati che valgono. Un sentiero reso percorribile da una carrozzina, una joelette che sale accompagnata da sei paia di braccia, un tratto con la pendenza addolcita perché una persona di ottant’anni possa arrivare fino al lago: sono ampliamenti reali, progettati su una persona precisa e sul suo corpo preciso.

L’impianto che scarica centinaia di visitatori all’ora lavora su un’altra grandezza. La sua unità di misura è il flusso, e si vede da cosa viene ottimizzato: il tempo di permanenza e lo scontrino medio. Anziché allargare l’accesso alla montagna, quella cabina apre l’accesso a un oggetto diverso, che è un panorama con servizi annessi. Sono due cose entrambe legittime. Vengono però vendute con lo stesso nome, e questa sovrapposizione di nomi è il punto in cui smetto di essere d’accordo.

Perché quando l’oggetto nuovo occupa fisicamente lo spazio del vecchio, il vecchio smette di esistere anche per chi lo cercava. La cresta su cui hanno costruito la terrazza era una cresta sola. Non ce n’è una seconda, identica, tenuta da parte per chi sale a piedi.

La fatica come condizione, non come ostacolo

Devo dire una cosa che mi tiene lontano da qualsiasi purezza: gli impianti li ho usati. Li uso ancora. Ho preso la cabina con le gambe distrutte il giorno dopo una gara, ho preso la seggiovia perché stava arrivando un temporale, sono salito con la funivia per portare mia madre a vedere un posto che altrimenti non avrebbe visto mai, e di quella giornata non butterei via niente. Le persone che salgono in dieci minuti restano fuori dal bersaglio, e con loro le infradito, che nel titolo servono da immagine e nella realtà appartengono a qualcuno che si sta godendo un pomeriggio come ha diritto di fare. Il bersaglio è la decisione industriale di costruire una quota che non chiede nulla in cambio, e di chiamarla ancora montagna.

Il corpo, salendo, fa un lavoro che non è solo di trasporto. Le tre ore servono a diluire il dislivello dentro il sistema nervoso. Passi dal caldo del bosco al vento della cresta un grado alla volta, il tuo occhio impara quella valle guardandola da quaranta angoli diversi mentre la giri, il tuo orecchio registra che il rumore dell’acqua si è spento e che adesso c’è solo il vento. La quota entra dentro con lentezza, e il corpo se ne accorge: sopra i duemila cambia la ventilazione e cambia il modo in cui recuperi tra un passo e l’altro, e quel riadattamento richiede giorni, come succede a chiunque vada a correre in altura. La cabina fa tutto questo in dieci minuti – o meno – e ti consegna in cima con il corpo ancora fermo al livello del parcheggio.

Trattare lo sforzo come un attrito da rimuovere è la premessa di ogni passerella in quota. Lo sforzo è la condizione che produce l’esperienza. Toglilo e il panorama resta identico nei colori, nelle proporzioni, nella luce, e diventa una fotografia che ti sei già visto scorrere nel telefono la sera prima. Guardare una cosa e vederla sono due operazioni diverse, e la seconda si paga in tempo speso col corpo. Chi sale a piedi arriva lassù con quel tempo già dentro, insieme alla sete e a tre ore di conto dei passi.

Sono ridisceso lungo la cresta, a piedi. A metà versante mi sono girato: la terrazza era una riga chiara sul grigio, piccolissima, e sopra di me il cavo dell’impianto continuava a fischiare piano nel vento. Quelle persone erano già in valle. Io avevo ancora due ore di ginocchia davanti, e sono quelle due ore che in cabina non ci entrano.

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