Dimentica l’eleganza sottile di una volta: oggi la vera libertà cammina su cinque centimetri di gomma, dove il “brutto” diventa il segreto per sopravvivere alla giungla d’asfalto con il sorriso.
Una volta le scarpe dovevano sparire: sottrazione, profilo affusolato, eleganza come disciplina. Poi qualcosa si è rotto. Oggi guardi i piedi della gente e vedi gommoni: suole alte cinque centimetri, colori da cantiere stradale, volumi esagerati. E non le indossano solo pochi: le indossano tutti. Ragazzi in cargo, manager in giacca, infermieri a fine turno. Secondo i canoni classici sono brutte, eppure hanno vinto: perché sono comode, perché ti salvano la schiena, perché ci puoi stare in piedi 12 ore senza soffrire.
Questo episodio racconta come siamo arrivati qui, partendo da un paradosso: nel 2009 esplode il minimalismo di Born to Run e del barefoot, la nostalgia della natura applicata alla corsa. Ma noi non siamo Tarahumara: corriamo su asfalto e cemento, con corpi abituati a stare seduti e tendini accorciati. Il minimalismo non funziona molto con l’anatomia urbana.
Nello stesso anno, ad Annecy, nasce l’opposto: Hoka, che introduce scarpe con più mescola, più rocker, più protezione. Prima sui trail, poi nei corridoi degli ospedali, dove dodici ore in piedi trasformano il comfort in necessità. E quando la rivoluzione parte dal corpo, l’occhio si ricalibra: la funzione diventa forma. E il “brutto” diventa libertà.
Ascolta “Scarpe brutte” su Contaminazioni Fuorisoglia.
Contattaci: Scrivici su WhatsApp al 347 6818091.