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Svegliarsi al buio in pianura per correre in montagna

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L’ora in cui suona la sveglia

La sveglia suona alle quattro e venti, e alle quattro e venti in pianura non esiste un nome per quello che sta succedendo fuori. La mattina è ancora lontana. La notte ha già finito il suo turno, e la notte almeno ha una densità e un diritto di stare al mondo, mentre questo è buio di scarto, buio che avanza quando nessuno lo sta usando. Lo schermo del telefono illumina il soffitto per due secondi. Poi torna tutto nero.

Resto seduto sul bordo del letto con i calzini in mano.

La casa dorme e la moka che borbotta sembra sproporzionata. Bevo il caffè in piedi, appoggiato al piano della cucina, guardando il riflesso della mia faccia nella finestra che dà sul cortile. Di là dal vetro si distinguono soltanto i lampioni e l’alone giallo che fanno per colpa dell’umidità. In pianura a settembre l’umidità non cade, sta ferma, appoggiata alle cose come una seconda pelle che nessuno ha chiesto. La borsa è già vicino alla porta. L’ho messa lì la sera prima, prima di cena, quando c’era ancora luce e la decisione poteva essere disfatta senza che nessuno se ne accorgesse.

Alle quattro e venti non decido più niente. Eseguo.

È la parte che non racconta nessuno, e contiene già metà di tutto. Chi vive ai piedi di una valle apre la porta e la montagna è lì, disponibile, quasi domestica, una cosa che si fa quando capita il tempo per farla. Io la montagna devo deciderla. Devo sceglierla il venerdì sera davanti a un calendario, difenderla da un invito a cena, prepararla in una borsa mentre c’è ancora luce e la vita normale è ancora accesa intorno. La distanza mi obbliga a un gesto di volontà che chi ha la fortuna della prossimità non deve compiere mai. E quel gesto, che sembra soltanto un costo, alla fine è quello che dà peso a tutto il resto.

Chiudo la porta girando la chiave a mano, per non far scattare la molla.

L’autostrada, la nebbia, il finestrino che si abbassa

Il parabrezza è opaco di condensa. Passo il dorso della mano sul vetro e ottengo una mezzaluna storta, abbastanza per uscire dal cortile senza toccare il muretto. Le rotonde sono vuote in un modo che di giorno sembrerebbe una notizia. Un semaforo lampeggia giallo per nessuno. Poi il casello, la sbarra che si alza senza che qualcuno mi guardi, e l’autostrada.

Guidare in pianura prima dell’alba ha una qualità che di giorno sparisce. La nebbia arriva a banchi: per qualche minuto vedo la riga bianca e i catarifrangenti che si accendono uno dopo l’altro, poi si apre, poi si richiude. Le luci dei capannoni passano di lato come boe. Non accendo la radio. Ci ho provato le prime volte e ogni voce sembrava fuori posto, un ospite che parla troppo forte in una stanza dove gli altri stanno ancora dormendo. Guido e penso a niente di preciso, e questa è forse l’ultima ora della settimana in cui non mi viene chiesto nulla.

Poi la strada comincia a salire e me ne accorgo prima con le orecchie che con gli occhi. Il motore cambia nota. Le curve si stringono e si alzano. A un certo punto, senza un confine netto, la nebbia si assottiglia: diventa velo, diventa foschia, poi resta sotto, un lago bianco fermo che copre esattamente il posto da cui sono partito.

Abbasso il finestrino.

L’aria che entra è di dieci gradi più fredda di quella lasciata a casa e ha un odore che in pianura non c’è: resina, terra bagnata, un freddo che sa di pietra. Mi entra nel collo della maglia e mi sveglia più del caffè. Tengo il braccio fuori finché non fa male.

Il piazzale è ghiaia e la portiera che si chiude fa un rumore enorme. Alle sette e mezza i miei piedi sono su un sentiero che dalla finestra di casa mia non si vede nemmeno nelle giornate di gennaio, quelle in cui il vento pulisce la pianura e all’orizzonte compare la riga azzurra dei monti.

I primi passi su un terreno che non è il tuo

Le prime centinaia di passi sono brutti, e lo sono sempre. Il corpo si è appena alzato da due ore di sedile, le anche sono chiuse, il respiro corre più di quanto meriti quello che sto facendo. C’è un momento, subito dopo l’inizio, in cui mi chiedo con freddezza che senso abbia essersi alzato nel buio per stare così.

Poi c’è il terreno, che è la ragione vera per cui sono venuto fin qui.

Sotto casa corro su superfici che rispondono sempre allo stesso modo: asfalto, cemento, la ghiaia compattata degli argini. Il piede sa in anticipo che cosa troverà e la testa può andare altrove, a fare i suoi conti. Qui il piede non sa niente. Una radice lucida di umido, una pietra che si muove sotto il peso, un tratto di fango che tiene meno del previsto, le foglie che nascondono quello che c’è sotto. Ogni appoggio è una domanda a cui rispondo in un decimo di secondo, centinaia di volte di seguito, e la testa si svuota per necessità più che per virtù. È il passaggio dall’asfalto ai sentieri ridotto a una mattina sola, compresso, come una lingua straniera che tocca parlare subito.

Dopo un po’ il corpo smette di protestare e comincia a collaborare. L’aria fredda non brucia più. Le mani si scaldano. Il rumore che faccio sulle foglie è l’unico rumore che c’è.

Chi ha la montagna sotto casa la abita. Io devo attraversarla, e per attraversarla devo prima averla voluta.

Per anni ho pensato che abitare in pianura fosse una mancanza, una specie di svantaggio di nascita da compensare con i chilometri in macchina. Adesso mi accorgo che quella distanza non è un ostacolo fra me e la montagna, è la cosa che me la fa scegliere. Il desiderio ha bisogno di un intervallo per esistere: se il sentiero comincia dietro casa, comincia anche a somigliare al corridoio di casa. Le due ore di guida sono la parte in cui la domenica si carica.

Quello che resta il lunedì

Il rientro è la parte di cui non parla mai nessuno, ed è quella che mi ha convinto a continuare a farlo.

Alle cinque del pomeriggio sono di nuovo a casa. La borsa da svuotare è sul pavimento dell’ingresso, le scarpe piene di terra secca stanno sul balcone e perdono pezzi di sentiero sul cemento. E c’è parte del pomeriggio davanti, intatto, con la luce di settembre che entra bassa dalla finestra della cucina.

Questa è la cosa che mi spiazza ogni volta. Una domenica che alle cinque è già stata piena e ne avanza ancora un pezzo.

Le domeniche normali, quelle in cui non decido niente, mi vengono addosso e si consumano da sole. Ci si alza tardi, si fa qualcosa perché è ora di farlo, e alle sette di sera c’è un vuoto difficile da nominare. Questa invece l’ho costruita io, pezzo per pezzo, a partire da una borsa appoggiata vicino alla porta il sabato sera. Quello che cambia fra le due domeniche è chi ha deciso.

Il lunedì mattina la pianura è identica a com’era venerdì. Le gambe no. C’è un indolenzimento particolare nelle cosce, diverso da quello che produce l’asfalto, più diffuso e più lento ad andarsene, e per due o tre giorni ogni marciapiede perfettamente piatto mi sembra una semplificazione.

Da settembre in poi l’orario dell’allenamento non lo scelgo io: lo decidono la luce che cala prima e le cose che gli altri mettono in agenda al posto mio. La domenica costruita apposta è l’ultima cosa che riesco ancora a decidere per intero, dalla sveglia al finestrino abbassato.

L’indolenzimento passa in tre o quattro giorni. Poi riapro il calendario e cerco la prossima domenica libera.

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