C’è un punto, di solito tra il trentesimo e il trentacinquesimo chilometro, in cui mi accorgo di avere le spalle vicino alle orecchie. Non so da quanto siano lì. Le riabbasso, apro le mani che senza accorgermene ho chiuso a pugno, e per qualche centinaio di metri torno a somigliare al corridore della partenza. Poi il bacino ricomincia a scivolare indietro e il busto si inclina in avanti di pochi gradi. Il passo si accorcia e atterra più pesante, come se a ogni chilometro qualcuno mi avesse infilato un sasso in tasca. Da fuori si vede benissimo. Nelle foto dell’ultimo tratto sembro un uomo che corre seduto su una sedia che non c’è.
Quella sedia ha una forma che chi ha corso a lungo riconosce negli altri prima ancora che in sé stesso: la testa che ciondola, il mento che sale a cercare aria, le braccia che smettono di spingere e si limitano a bilanciare, l’anca che crolla dal lato del piede in appoggio. È il momento in cui la corsa perde la sua architettura e diventa trasporto, un corpo che si porta fino al traguardo come si porta una valigia.
Per anni ho considerato quella forma una faccenda privata. La costruivano i lunghi saltati a febbraio e i primi dieci chilometri corsi a un ritmo che non era il mio. Era il conto della giornata, e lo pagavo io.
La primavera scorsa, a Londra, qualcuno ha provato a farlo pagare a un vestito.
Undici secondi a Londra
Due uomini sotto le due ore nella stessa maratona. Fino a quel giorno la cifra era esistita soltanto a Vienna, nell’ottobre del 2019, dentro una corsa costruita su misura per Eliud Kipchoge, con le lepri che si davano il cambio e una linea luminosa proiettata sull’asfalto a segnare il ritmo, e proprio per questo mai omologata come record. A Londra è successo in una gara normale, con i suoi avversari e nessuna scenografia. Sabastian Sawe ha vinto in 1:59:30, nuovo record del mondo. Yomif Kejelcha ha chiuso in 1:59:41.
Nelle foto di quella mattina Kejelcha sembra vestito come tanti maratoneti d’élite, canotta e pantaloncini aderenti fino a metà coscia. Bisogna guardare meglio per accorgersi che canotta e pantaloncini sono un pezzo unico, un body nero che scende dalle spalle alle ginocchia senza interruzioni. È la Techfit Endurance Suit, e adidas l’aveva preparata anche per Sawe. Lui all’ultimo momento ha rinunciato ed è partito con i pantaloncini aderenti e una canotta normale, lasciata fuori dai pantaloncini.
La tuta è diventata una notizia solo a maggio, quando il New York Times l’ha raccontata e il marchio ha messo sul tavolo un numero: oltre l’1% di economia di corsa. È una dichiarazione di adidas, e al momento nessuno l’ha verificata in modo indipendente.
Quegli undici secondi restano fuori da questo discorso. Due corpi con storie diverse e una gara sola: da un confronto così non si ricava niente sulla tuta, in nessuna direzione.
Mi è rimasto addosso un altro dettaglio. Un uomo sul punto di fare il record del mondo si è trovato davanti un vestito pensato per aiutarlo e ha preferito una canotta qualunque. Non conosco le sue ragioni e non provo a indovinarle.
Un vestito che lavora sul corpo
Per capire cosa faccia questa tuta secondo chi l’ha progettata, bisogna tornare alla sedia invisibile. Il body è attraversato da bande di poliuretano termoplastico, collocate per stabilizzare bacino e anche. Il marchio spiega che i muscoli che tengono fermi bacino e tronco lavorano insieme a quelli che stabilizzano l’anca, e che per agire su entrambi serve qualcosa che attraversi il corpo intero: da qui la scelta di un pezzo unico anziché due capi separati. Il vantaggio dichiarato arriverebbe soprattutto da lì, dal contenere il cedimento della postura quando la fatica sale, più che dal ridurre la resistenza dell’aria.
Da quando corro, i vestiti hanno sempre avuto un compito difensivo. Mi riparano dal vento di gennaio e impediscono a una cucitura di segarmi l’ascella al ventesimo chilometro. Nel migliore dei casi scivolano nell’aria un po’ meglio di una maglietta di cotone. Anche il body da pista, che velocisti e mezzofondisti usano da tempo, lavora sulla superficie: liscia il profilo di chi corre e lascia il corpo dentro com’è. La tuta di Londra, stando a chi l’ha disegnata, interviene proprio sul corpo dentro.
A quel punto il vestito smette di coprire e comincia a sostenere, ed entra nel conto della fatica accanto ai muscoli.
Quanto valga quel sostegno, per ora, resta scritto soltanto nei dati del marchio. LetsRun ha posto ad adidas la domanda più semplice, cioè rispetto a cosa sia stato calcolato quell’1%, se a una canotta con pantaloncino o ai body già visti in pista. È la domanda giusta, e ha il merito di prendere l’idea sul serio. Perché l’idea, numero a parte, è nuova: per la prima volta un capo da maratona viene presentato come un rimedio alla forma che la fatica dà al corpo. In montagna la stessa intuizione ha già preso la forma degli esoscheletri da escursione, pensati dichiaratamente per alleggerire la salita – ma in contesti diversi. Nella maratona d’élite arriva più silenziosa, cucita in un tessuto nero che nelle foto si confonde con una canotta.
Il nuoto l’ha già vissuto
L’articolo del New York Times accosta la tuta di adidas all’LZR Racer, il costume con cui Speedo cambiò il nuoto alla fine degli anni Duemila. Il paragone regge meglio di quanto sembri a prima vista. Anche quel costume, oltre a scivolare nell’acqua, sosteneva l’addome del nuotatore per tenerlo più orizzontale in vasca. Una postura, di nuovo, affidata a qualcosa che stava fuori dalla pelle.
Chi guardava le gare in quegli anni ricorda i nuotatori fasciati fino alle caviglie, lucidi come foche sui blocchi di partenza. Dopo l’LZR arrivarono costumi interamente in poliuretano, e le classifiche cominciarono a riempirsi di tempi che nessuno sapeva più a chi attribuire, se alle bracciate o al costume. Nell’estate del 2009 i Mondiali si nuotarono a Roma, al Foro Italico, e fu durante quei campionati che la federazione internazionale decise di chiudere la stagione. Dal primo gennaio 2010 i costumi integrali in poliuretano furono vietati: solo tessuto, per gli uomini dalla vita al ginocchio, per le donne dalle spalle al ginocchio.
C’è qualcosa di quasi anatomico in quella soluzione. Per rimettere ordine, la federazione disegnò sul corpo i punti fin dove la stoffa poteva arrivare, e la vita e il ginocchio diventarono confini sportivi. Michael Phelps, che a Pechino aveva vinto con l’LZR addosso, disse in quei giorni a Roma che finalmente si sarebbe tornati a parlare di nuoto anziché di costumi.
La regola arrivò dopo due stagioni. I tempi, intanto, erano già stati nuotati.
La regola che arriva dopo
Nella corsa la sequenza l’abbiamo vista pochi anni fa, con le scarpe. Kipchoge corse a Vienna con un prototipo, e solo alla fine di gennaio del 2020 World Athletics fissò un limite di 40 mm allo spessore della suola e ammise al massimo una piastra rigida. Da allora la discussione su dove abiti il vantaggio si è spostata più volte, e oggi c’è chi lo cerca più nella schiuma che nella piastra.
Faccio fatica a leggere malafede in questo ritardo. Chi regola uno sport scrive su ciò che esiste già e misura con gli strumenti che ha. Uno spessore si controlla con un calibro, una piastra si conta. Una postura tenuta insieme per quaranta chilometri sfugge a qualunque calibro.
Per sapere quanta parte di un busto dritto appartenga al tessuto bisognerebbe smontare il corridore.
Dall’altra parte, la Formula 1 ci insegna che chi progetta fa il suo mestiere, ossia spingersi dove la norma non è ancora arrivata. Senza quella spinta le federazioni non saprebbero nemmeno quali domande farsi, e gran parte di ciò che oggi diamo per scontato ai piedi di un amatore è nato così, in anticipo sulle regole e sotto gli occhi di tutti. Per un capo come quello indossato da Kejelcha una regola pensata apposta ancora non c’è. Quando arriverà, se arriverà, dovrà inseguire corpi che nel frattempo avranno già corso.
Cosa resta dell’atleta
A questo punto viene facile invocare un corpo puro, l’atleta di una volta, senza niente addosso che lo aiuti. Quell’atleta non l’ho mai incontrato. Io stesso corro con una schiuma sotto i piedi che restituisce parte dell’energia e con un orologio al polso che mi mostra il ritmo a ogni chilometro. Il confine tra il corpo e l’attrezzo si sposta da quando esistono gli sport, e ogni generazione lo ridisegna qualche centimetro più in là.
La tuta di Londra lo sposta però in un punto delicato. Scarpe e schiume lavorano sull’appoggio, sul contatto con la strada. Questa, stando a ciò che ne dice chi l’ha fatta, lavora sulla forma, e la forma degli ultimi chilometri per chi corre una maratona è una firma prima ancora che un difetto. Ci si legge come ti sei preparato e dove hai risparmiato. Se a contenerla è un vestito, diventa difficile dire a chi appartenga quel bacino ancora alto al quarantesimo chilometro.
Qualcosa, comunque, resta fuori da qualsiasi tessuto. Le bande di poliuretano, se funzionano come dichiara adidas, possono aiutare il bacino a stare al suo posto. Fin lì, però, quel bacino deve arrivarci, e ci arriva portato da mesi di allenamento e da una testa che ai trenta ha deciso di continuare. Su quella parte non servono regolamenti, perché finora nessun tessuto è in grado di farla al posto tuo.
Del record di Londra, per ora, mi tengo la canotta di Sawe che si gonfia sul petto e ricade a ogni passo.
Il tempo più veloce mai corso in maratona ha ancora le pieghe.