Un’indagine su due metri di giudizio che abitiamo contemporaneamente: quello costruito nella fatica e quello arrivato da fuori, e su cosa succede quando l’estate li mette uno accanto all’altro.
C’è una vetrina all’incrocio dove il semaforo dura sempre troppo, e ci passo davanti da anni. Vetro scuro, di quelli che restituiscono un riflesso pulito solo quando la luce arriva di lato. Rallento, aspetto il verde, e per un secondo mi vedo muovere.
Arrivano due pensieri, sempre in quest’ordine.
Il primo dura quanto una falcata: le gambe girano regolari, il fiato c’è ancora tutto, oggi il corpo sta lavorando bene. È un pensiero tecnico, quasi amministrativo, il resoconto di un ufficio interno che tiene i conti.
Il secondo non ha parole. Guarda il riflesso come si guarda la fotografia di qualcun altro, e ha già emesso un giudizio prima che io abbia deciso di emetterlo.
Convivo con due metri di giudizio sul mio corpo. Li porto addosso tutti e due, funzionano insieme, e misurano cose che non hanno niente in comune.
Il criterio che ti sei costruito
Il primo metro l’ho costruito io, un pezzo alla volta, senza accorgermene. È fatto di prove, e le prove sono tutte piccole. Il quarto piano salito con le buste della spesa mentre finivo una frase al telefono. L’ora di salita che quattro anni fa mi avrebbe messo in ginocchio e adesso è solo un’ora di salita. Il lunedì mattina dopo un lungo del sabato, con le gambe che non protestano. La valigia sollevata sopra la testa in un vagone senza invocare forze mistiche.
Nessuno di questi episodi è successo in un giorno preciso.
Somiglia a quel passaggio difficile da collocare nel calendario in cui l’allenamento smette di essere una cosa che decidi ogni volta e diventa una cosa che sei. Il criterio funzionale si deposita così, per sedimentazione. E ha una memoria: archivia, confronta, tiene traccia. Se voglio sapere se sta dicendo il vero, posso interrogarlo. Vado a vedere se quell’ora di salita regge ancora. Il corpo risponde, e la risposta è verificabile da me e da nessun altro.
È un metro lento. Impiega mesi a formulare una frase compiuta, e quando ci riesce è sempre una frase modesta, del tipo: adesso questa cosa qui la fai. Non ha aggettivi, e non ha pubblico. Sta dentro di me come sta in un armadio la cassetta degli attrezzi, e per la maggior parte del tempo se ne sta zitto.
Mi accorgo che è un metro strano, perché risponde a una domanda che qualcuno aveva posto. La domanda l’ho fatta io, un martedì di novembre, mentre arrancavo su una rampa che oggi salgo distratto. Chiedevo se il corpo ce l’avrebbe fatta. La risposta è arrivata anni dopo, in differita, sotto forma di una salita che non fa più notizia.
Il criterio che ti è arrivato addosso
Poi arriva agosto, e il corpo torna a essere una superficie.
Succede negli spogliatoi della piscina, nel corridoio umido dove tutti passano nello stesso momento. Succede sulla sabbia, nella mezz’ora in cui cammini verso il bagnasciuga e sai di attraversare un campo visivo. Succede nella foto di gruppo scattata all’arrivo di una gara, quando ti mandano il file e prima ancora di guardare i volti degli altri cerchi il tuo.
Il secondo metro c’era già prima di me.
È arrivato prima che avessi qualcosa da dire in proposito, da un’infanzia passata a sentire adulti che commentavano i corpi a tavola, dalle copertine appese in edicola, da migliaia di immagini viste distrattamente e mai discusse.
Nel 1972 John Berger, in Modi di vedere, descriveva questa scissione parlandone al femminile: l’osservatore e l’osservata che coabitano nella stessa persona, una parte che guarda e una parte che sa di essere guardata. Berger la raccontava come una condizione femminile, costruita da secoli di pittura e di pubblicità. Da allora quella coabitazione ha allargato il raggio. Oggi ci sono dentro anch’io, con la sacca sulla spalla e le ciabatte in mano.
Perché il secondo parla più forte anche quando conta meno
Il criterio funzionale, per rispondere, ha bisogno di tempo e di una prova. Devi andare in salita, devi aspettare il recupero, devi confrontare due stagioni. Il criterio dell’immagine risponde in un decimo di secondo, davanti a un vetro, e ha già finito prima che tu abbia formato una parola.
C’è poi una faccenda di lingua. Il metro estetico parla un idioma condiviso: milioni di persone sono state addestrate sulle stesse immagini, quindi tutti riconoscono immediatamente di cosa si sta parlando. Quella coordinazione somiglia moltissimo a un fatto oggettivo, e viene scambiata per tale. Il metro funzionale invece è privato fino alla solitudine. Nessuno, nel corridoio della piscina, sa che ieri ho corso per due ore. Quell’informazione non viaggia.
Un metro lento e muto contro un metro istantaneo e pubblico. La partita si decide sul volume più che sul merito.
Due criteri che convivono male
La mossa più facile è dichiarare vincitore il primo e chiudere la questione. Appendere la frase al muro, dire che conta solo quello che il corpo sa fare, passare oltre. L’ho fatto anche io, con una certa soddisfazione. Funziona benissimo scritta. Regge male nel corridoio umido.
Perché i due metri non stanno in scomparti separati: si contaminano. Certe volte sorprendo il criterio funzionale a fare da copertura all’altro, con una seduta giustificata nel lessico della prestazione che era, in fondo, una questione di immagine. E capita il contrario: una soddisfazione che nasce da uno sguardo e che poi si veste da progresso atletico per potersi presentare in società.
Anche il primo metro, del resto, sa essere spietato. Chiedilo a chi ha passato tre mesi fermo con un infortunio, e ha visto quel contatore continuare a misurare mentre tutte le misure andavano in perdita. O a chi invecchia, e scopre che la contabilità inizia a chiudere in rosso ogni anno. Accettare i limiti del corpo serve anche a questo: a togliere al criterio funzionale la pretesa di essere un giudice imparziale.
C’è un’altra cosa che ho smesso di raccontarmi, e riguarda la cronologia. Per anni mi sono detto che il criterio dell’immagine sarebbe evaporato da solo, mangiato dall’altro, come una lingua d’infanzia che si dimentica quando ne impari una nuova. Il tempo si è premurato di smentirmi. I due idiomi restano entrambi attivi, e in agosto quello vecchio si risveglia con la fluidità di chi non ha mai smesso di parlarlo.
Quindi no, non c’è un rifugio. C’è un tizio in un corridoio con due contabilità aperte, che si contraddicono, e nessuna delle due si spegne perché gliel’ho chiesto.
Sapere da dove viene quello che pensi del tuo corpo
Resta però una differenza, e sta tutta nella provenienza.
Del criterio funzionale ho visto la costruzione. So da quali inverni viene, quali ripetute lo hanno messo insieme, quali settimane vuote lo hanno fatto arretrare. Ha le ricevute. Posso anche essere in disaccordo con quello che dice, ma so chi lo ha scritto, perché l’ho scritto io.
L’altro è arrivato già montato. Non so datare l’installazione e non ho mai firmato niente. Di chi abbia stabilito i parametri, poi, non ho la minima idea. Quando provo a interrogarlo risponde con una tautologia: è così perché è così.
Il criterio funzionale non vince perché sia più nobile. Vince perché è l’unico dei due di cui conosca la provenienza.
Sapere da dove viene una cosa non la fa sparire. Il giudizio davanti al vetro arriva lo stesso, con la stessa velocità di sempre. Cambia però lo statuto di quel giudizio: scivola dalla categoria dei fatti a quella delle opinioni. Un’opinione ereditata, per giunta, formulata da qualcun altro molto tempo fa e mai più aggiornata.
La vetrina è ancora lì. Il semaforo dura sempre lo stesso tempo, e i due pensieri continuano ad arrivare nell’ordine di sempre. La differenza è che adesso, dei due, so quale ho costruito e quale mi è stato passato.
Non li ho messi in pace. Ho solo smesso di confonderli.