Un pezzo di carta che prescrive di muoversi
Il rumore della stampante nello studio di un medico lo riconoscerei a occhi chiusi. Un ronzio corto, uno strappo, la carta ancora tiepida che passa di mano sopra la scrivania. E ogni volta quel foglio conteneva la stessa grammatica: una molecola, un dosaggio, una durata. Il corpo entrava in ambulatorio come un problema chimico e ne usciva con una risposta chimica.
In Francia, da qualche anno, la stessa stampante produce anche un foglio diverso.
La legge di modernizzazione del sistema sanitario del 26 gennaio 2016 ha aperto al medico curante la possibilità di prescrivere attività fisica adattata alle persone con affezioni di lunga durata, e il decreto del 30 dicembre 2016 ne ha fissato le condizioni di erogazione, in vigore dal primo marzo 2017. Nel testo del decreto c’è un dettaglio che vale più di qualsiasi dichiarazione di intenti: la prescrizione si redige su un modulo specifico, e chi conduce le sedute rimanda periodicamente al medico prescrittore un resoconto su come stanno andando, con il paziente che ne riceve copia. Il movimento acquista un percorso di ritorno. Smette di essere un consiglio che si perde nel corridoio e diventa un’informazione che rientra nella cartella.
Sei anni dopo, la legge del 2 marzo 2022 ha allargato il perimetro. La firma esce dalle mani del solo medico curante, i destinatari vanno oltre le sole affezioni di lunga durata, e le Maisons Sport-Santé entrano nel codice della sanità pubblica con le loro funzioni di accoglienza e di orientamento del pubblico e il compito di mettere in rete i professionisti. Chi vuole capire come funziona per un cittadino francese trova la spiegazione sul portale del governo transalpino, nella stessa sezione in cui si spiegano i diritti da esercitare e le pratiche da fare. Sta tra le procedure amministrative, accanto alle cose che si vanno a chiedere a uno sportello.
Cosa cambia quando il movimento entra nel codice della salute
Quando una pratica entra in un codice, cambia lo statuto delle persone che la fanno. Prima erano cittadini virtuosi, adesso sono destinatari di una prestazione. La differenza sembra burocratica e invece è la più concreta che esista, perché una prestazione ha un indirizzo civico, un professionista con una qualifica riconosciuta, un lessico condiviso tra chi prescrive e chi accoglie. Ha una porta a cui bussare.
Muoversi diventa allora un servizio, esattamente come l’acqua che esce dal rubinetto o i lampioni che tengono accesa una strada di periferia. Nessuno di noi si sente eroico ad avere l’acqua potabile in casa. È lì perché qualcuno l’ha progettata, finanziata e manutenuta, e questo qualcuno non siamo noi. Con il movimento accade il contrario: chi riesce a ritagliarsi quaranta minuti al giorno viene descritto come una persona con carattere, mentre chi non ci riesce viene descritto come una persona senza. In mezzo, invisibile, c’è tutta l’infrastruttura che rende possibile o impossibile quel gesto, e abbiamo già raccontato quanto sia politica anche la distribuzione di una cosa apparentemente naturale come l’ombra nelle città.
Il modello francese, però, non va guardato con gli occhi lucidi. La stessa Assurance Maladie chiarisce che l’attività fisica adattata, pur essendo riconosciuta come terapia non farmacologica, non gode di un rimborso ordinario, e che a ridurre la spesa dei pazienti intervengono semmai le agenzie regionali, le amministrazioni locali o le assicurazioni integrative, con l’irregolarità che ci si può immaginare. Nel 2026 si è aperto uno spiraglio per alcune situazioni cliniche precise dentro percorsi coordinati, e resta uno spiraglio. Il diritto è scritto, la copertura no. È un acquedotto che arriva fino al confine del quartiere e lì si ferma, lasciando agli abitanti l’ultimo tratto di tubo da pagare in proprio.
Anche così, qualcosa di irreversibile è successo. Una volta che il movimento ha un articolo di legge, l’assenza di quel movimento smette di essere una debolezza morale e diventa una prestazione che manca. Cambia chi deve rispondere.
Il confine tra promuovere e prescrivere
Promuovere è un verbo generoso e comodo. Parla a tutti e non impegna nessuno, si esaurisce in un manifesto appeso in sala d’attesa o in una giornata nazionale – le giornate nazionali sono gratis e hanno la sola utilità di voler sensibilizzare, nei pochi casi in cui ci riescono. Prescrivere invece costa. Obbliga a decidere chi ha diritto, per quanto tempo, con quale professionista, con quale verifica dei risultati.
Una frase come “dovrebbe muoversi un po’ di più” è stata pronunciata dai medici milioni di volte, sempre negli ultimi trenta secondi della visita, mentre la persona davanti alla scrivania si rimette il giubbotto. Poi la porta si chiude e quella persona si ritrova nel parcheggio, con la stessa schiena di prima e nessuna idea di dove andare. Ha ricevuto un’indicazione corretta, gentile, sanitariamente ineccepibile, e completamente scaricata sulle sue spalle. Il costo di quella frase per il sistema è pari a zero. Il costo per chi la riceve è tutto quello che viene dopo: trovare un posto, capire se costa, capire se qualcuno lì dentro sa che cosa fare di un ginocchio operato o di una glicemia che non torna.
Il foglio francese non è un consiglio scritto meglio, è un atto sanitario. Chi lo riceve non viene incoraggiato, viene preso in carico da una struttura che qualcuno ha dovuto costruire, formare e collocare in una città reale, a una distanza percorribile da chi ha una malattia cronica e magari nessuna automobile.
Qui sta il punto di attrito che ci riguarda tutti. Una politica pubblica del movimento non si misura dalla quantità di persone convinte a muoversi. Si misura dalla quantità di ostacoli che sono stati tolti di mezzo prima di chiedere a qualcuno di provarci. La convinzione è gratis, l’infrastruttura no, ed è per questo che la prima abbonda ovunque e la seconda quasi da nessuna parte.
La virtù privata come alibi
In Italia il movimento come strumento sanitario esiste, e chi lavora nei progetti regionali di esercizio fisico adattato o nelle palestre convenzionate con le aziende sanitarie lo sa meglio di me. Quello che manca è la scala. Manca la continuità di un dispositivo scritto una volta e valido dovunque, dalla città capoluogo al comune di duemila abitanti, con lo stesso modulo e lo stesso ritorno di informazioni verso il medico. Da noi il movimento sanitario è un “mosaico” di buone pratiche che dipendono dalla regione, dal bilancio dell’anno, dalla caparbietà di qualche dirigente. Un cittadino non può contare su un mosaico allo stesso modo in cui conta su una rete idrica.
E quando l’infrastruttura è a chiazze, il racconto si sposta immediatamente sulle persone. Se ti muovi sei uno che ce l’ha fatta, se non ti muovi sei uno che si è lasciato andare. La fatica quotidiana di restare in salute viene attribuita al carattere di chi la sopporta, con un’operazione narrativa che ha il vantaggio di essere economica: raccontare la disciplina individuale costa zero euro, costruire una rete di strutture costa molto.
Abbiamo già raccontato città in cui lo Stato compare nella vita di chi si muove soprattutto come autorità che regola lo spazio pubblico, per esempio quando correre in gruppo diventa un permesso da chiedere. Il caso francese mostra l’altra postura possibile, quella in cui l’istituzione compare come struttura che accompagna, e mostra anche quanto sia difficile finanziarla fino in fondo. Nessuna delle due posture è neutra. Entrambe decidono, ogni giorno, quanta salute è alla portata di chi ha meno tempo e meno soldi per andarsela a cercare lontano da casa.
La responsabilità individuale, così come la usiamo di solito, è la descrizione più elegante che abbiamo trovato per un vuoto. Serve a spiegare perché una persona non si muove senza dover mai spiegare perché intorno a quella persona non c’è niente che la aiuti a farlo. Descrive un esito e lo fa passare per un’origine, e finché lo scambio regge restiamo dove siamo, a fare l’elogio di chi resiste.
Domattina uscirò a correre come sempre, e quella corsa continuerà a essere una mia scelta esclusiva. Ma tra le mie gambe e l’asfalto ci sono decenni di decisioni prese da altri, in stanze dove non sono mai entrato. Il rumore della stampante è lo stesso ovunque. Cambia soltanto che cosa qualcuno ha deciso di scriverci sopra.