La sera in cui non ci si allena
Il giovedì è il giorno vuoto della mia settimana. Sul foglio del programma c’è scritto riposo, una parola sola in una colonna dove negli altri giorni si accumulano chilometri e minuti a ritmo di soglia. Torno a casa, le scarpe restano nell’ingresso con i lacci ancora annodati dall’uscita di martedì, e per la prima ora mi muovo per la cucina con il fastidio di chi ha lasciato qualcosa a metà. Le gambe sono pesanti di una fatica che oggi non ho fatto. Le mani cercano il telefono per controllare il meteo di domattina.
Ci ho messo anni a capire che anche quella colonna con una parola sola è un allenamento: il corpo si adatta nelle ore in cui non gli chiedo niente, i muscoli si ricostruiscono mentre io sono convinto di perdere tempo. Saperlo non basta. Serve un posto dove mettere la testa, qualcosa che occupi l’attenzione senza consumare le gambe.
Da qualche inverno, quel posto ha l’orizzonte largo del Montana.
Spengo la luce grande, tengo accesa solo la lampada sopra il divano e lascio che lo schermo apra una valle.
Un atlante di grandi spazi
Le serie di Taylor Sheridan cominciano quasi sempre da un paesaggio, e io ho imparato a guardarle come si studia una cartina prima di partire. Yellowstone mi ha portato nelle valli del Montana, dove l’erba si piega sotto un vento che arriva da molto lontano e le montagne chiudono la vista come le pareti di una stanza enorme. Con 1883 sono tornato indietro di quasi un secolo e mezzo, dietro una carovana partita da Fort Worth, in Texas, per attraversare le Grandi Pianure: chilometri di prateria a piedi e a cavallo, con la voce di Elsa Dutton che racconta il viaggio mentre lo compie. 1923 riporta quella famiglia in Montana, negli anni in cui la terra va difesa dalla siccità e da chi la vuole per sé.
Poi la mappa si allarga. Landman scende nel Texas occidentale, tra i pozzi petroliferi intorno a Midland, in una pianura dove l’orizzonte è interrotto soltanto dalle torri di trivellazione e dalla polvere sollevata dai camion. Tulsa King prende un malavitoso newyorkese, Dwight Manfredi, che ha il volto di Sylvester Stallone, lo fa uscire da venticinque anni di carcere e lo spedisce in Oklahoma, dove non conosce nessuno e deve mettere insieme una squadra nuova. La seconda stagione di Lioness è girata nei paesaggi del Texas. The Madison, serie a sé stante con una storia tutta sua, torna in Montana lungo la valle del fiume Madison. Dutton Ranch, che Chad Feehan ha costruito sui personaggi di Sheridan e John Linson, pianta Beth e Rip in un ranch del Sud del Texas.
Guardando queste distanze dal divano mi accorgo che le misuro con il corpo. Calcolo quante ore servirebbero per attraversare a piedi quella prateria, e che fiato ci vuole per salire uno di quei pendii coperti di pini sotto il sole di agosto. È una deformazione di chi corre: ogni spazio diventa un percorso possibile, ogni orizzonte una distanza da coprire. Negli spazi di Sheridan i corpi lavorano dall’alba al buio, stanno in sella finché la schiena regge, spostano mandrie, aspettano la pioggia. Nessuno ci passeggia per guardare il panorama.
Quella vastità ha una funzione precisa nel racconto. Più lo spazio è grande, più la persona dentro appare piccola, e più pesa quello che riesce a farci.
Personaggi che non arretrano
Sheridan inventa e scrive personaggi che restano in piedi. Davanti a una perdita o a una terra che restituisce poco di quello che le si dà, la loro prima risposta è tenere la posizione. Dwight Manfredi esce di prigione dopo un quarto di secolo e, anziché ritirarsi, si rimette al lavoro in una città sconosciuta. Tommy Norris, il landman a cui Billy Bob Thornton presta la faccia segnata, tratta concessioni petrolifere in un territorio dove ogni accordo ha un prezzo.
Questa ostinazione la conosco. La ritrovo al trentacinquesimo chilometro di una maratona, quando la gara è ormai una faccenda di testa e il corpo continua perché qualcuno, dentro, ha deciso così. Sheridan la porta su una scala più grande e la veste di polvere e cuoio, ma il nucleo resta quello: la determinazione come gesto fisico prima che come idea.
Le donne di Sheridan
Eppure, se dovessi dire chi mi resta addosso a fine puntata, non direi un uomo.
Direi Beth Dutton, la figlia di John, a cui Kelly Reilly dà una lingua che ferisce prima che l’altro abbia finito la frase. Beth è una finanziera di talento e usa l’intelligenza come gli uomini del ranch usano le mani. In Dutton Ranch la ritrovo in Texas a occuparsi degli affari e dei conti della nuova proprietà, mentre Rip, il Cole Hauser che le sta accanto da sempre, segue il bestiame. La divisione del lavoro è dichiarata, e lei prende la sua metà senza domandarla a nessuno.
Di fronte a Beth, nel Sud del Texas, c’è Beulah Jackson, a capo di un grande ranch, a cui Annette Bening regala una calma che mette più a disagio di qualsiasi voce prepotente. Due donne alla guida di aziende fatte di terra e animali, che si misurano da pari.
Cara Dutton, in 1923, ha il volto di Helen Mirren e la schiena dritta di chi tiene insieme una famiglia negli anni della siccità. Con il marito Jacob cresce come figli i nipoti, e quella maternità scelta la difende con la stessa durezza con cui si presidia un confine.
Lioness porta questa forza fuori dal ranch, dentro un programma militare ispirato a una squadra reale che l’esercito statunitense aveva formato con donne soldato. Joe, l’agente della CIA interpretata da Zoe Saldana, guida le operazioni sul campo. Cruz, la marinea, viene reclutata nel programma e ci porta dentro un corpo addestrato a non cedere. Sopra di loro c’è Kaitlyn Meade, l’alta funzionaria che Nicole Kidman interpreta con una freddezza misurata al millimetro. Una catena di comando pensata per gli uomini, che queste donne usano a modo loro.
Stacy Clyburn, la matriarca newyorkese che Michelle Pfeiffer porta meravigliosamente in The Madison, è la più silenziosa di tutte. Ha alle spalle un matrimonio che si avvicina ai cinquant’anni, figlie e nipoti, e la casa in Montana è sempre stata soprattutto il rifugio del marito. A un certo punto decide di caricare tutti e portarli lassù, nella valle del fiume Madison. La sua forza sta in uno spostamento: prendere la famiglia intera e trasferirla in uno spazio che finora ha guardato da lontano, alieno.
Perfino nel Texas dei pozzi, dove la scena sembra tutta di Thornton, Ali Larter nei panni di Angela Norris e Demi Moore in quelli di Cami Miller occupano lo schermo senza fare da sfondo.
Sulla scrittura di queste donne la critica si è divisa, e c’è chi le trova disegnate con un tratto troppo duro, cucite sugli stessi codici di forza dei loro uomini. A me quella durezza sembra il punto. In un genere che per un secolo ha lasciato la fatica e la terra ai cowboy, Sheridan dà alle donne lo stesso peso dentro il paesaggio, e il paesaggio le tratta con la stessa serietà.
Ognuna di loro occupa lo spazio che ha davanti con la naturalezza di chi non ha mai pensato di doverlo chiedere, sapendo che in quello spazio ha un ruolo molto preciso.
Il riposo davanti alla fatica degli altri
Quando la puntata finisce, il giovedì sera, mi accorgo di una cosa che riguarda la corsa più di quanto immaginassi. Per un’ora ho guardato persone che lavorano sotto la pioggia e si giocano tutto su un pezzo di terra, e il mio corpo è rimasto fermo. Eppure qualcosa si è mosso. Il respiro si è allungato nelle inquadrature della prateria e accorciato nelle operazioni di Lioness, le mani si sono chiuse a pugno quando Beth entrava in una stanza. Guardare la fatica degli altri tiene acceso il circuito della mia, senza chiedermi di pagarla con le gambe.
C’è un piacere preciso in questo, parente stretto di quello che provo quando seguo da casa qualcuno in gara, aggiornando nel cuore della notte una pagina di passaggi. Con la finzione la partecipazione si fa più libera. Nessun tempo da controllare, nessuna apprensione per una persona che conosco. Resta la determinazione, isolata e mostrata in grande, su sfondi così vasti da farla sembrare inevitabile.
Per anni ho trattato il giorno di riposo come una concessione, qualcosa da giustificare davanti a me stesso e al programma. Le donne di Sheridan mi hanno lasciato un’idea diversa, e il western c’entra poco. Ognuna, a modo suo, si prende un posto senza aspettare che qualcuno glielo assegni. Anche il riposo, visto da questo divano, è uno spazio da occupare così, senza domandare a nessuno se è lecito, e l’unico permesso che mi mancava per prendermelo era il mio.
Il venerdì esco presto. Il percorso è quello di sempre, il parco e poi la strada che costeggia i campi. Nei primi chilometri però la falcata si apre più del solito, come se le gambe avessero passato la notte a misurare praterie.