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Sicurezza: quanto costa non dover correre da sole

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Giovedì, sei e venti di sera. Il telefono vibra sulla mensola dell’ingresso mentre stringo il nodo della seconda scarpa. Nella chat del gruppo una delle ragazze chiede se qualcuno fa il giro lungo dell’argine. Non aggiunge altro, e non serve. A fine ottobre a quell’ora la luce è già finita, e il tratto dopo il ponte non ha un lampione per quasi due chilometri. Passano quattro minuti, poi arriva un pollice alzato e sotto un messaggio secco, io ci sono, sette meno un quarto al parcheggio. Nessuno ha chiesto niente in cambio. Nessuno ci ha nemmeno pensato.

Io, quel messaggio, non ho mai avuto bisogno di scriverlo. Esco quando capita, prendo l’argine anche a dicembre, e al buio l’unica cosa che controllo sono le radici sotto i piedi.

In alcune città americane quel pollice alzato si prenota, si paga e arriva dopo un controllo dei precedenti.

Un profilo con ritmo, età e zona

L’app si chiama Running Mate e si presenta come una specie di Uber per chi corre. L’ha fondata Dena Lewis, ultrarunner di Atlanta, e il meccanismo ricalca quello delle piattaforme che usiamo già per tornare a casa o farci portare la cena. Una donna che non vuole uscire da sola apre il telefono, sceglie una persona verificata e pagata, e quella persona corre con lei. Chi cerca compagnia e chi la offre compilano lo stesso profilo, con ritmo, età e zona, e tutti passano un controllo dei precedenti prima di entrare. Si può prenotare con qualche giorno di anticipo oppure all’ultimo momento, quando la riunione sfora e la finestra di luce si chiude prima del previsto. Il servizio è attivo in diverse città degli Stati Uniti, tra cui Atlanta, Austin, Boston, Tampa, Denver, Salt Lake City e Charleston.

Leggendo quei tre campi ci ho ritrovato le domande che si fanno al primo allenamento con uno sconosciuto. Che passo tieni. Di che zona sei. Da quanto corri, che è il modo educato di chiedere l’età. Nel club passano a voce durante il riscaldamento, insieme a una stretta di mano e a un nome che dimenticherai entro il primo chilometro. Qui diventano filtri di ricerca.

L’unico campo nuovo è la verifica, che sul profilo non compare. In un gruppo la fiducia cresce per sedimentazione, un giovedì sopra l’altro, finché una faccia vista al ritrovo diventa una persona di cui conosci il nome del cane e il tempo in mezza maratona. L’app comprime quei mesi in un controllo che avviene prima ancora dell’incontro. Chiunque immagini di aspettare in un parcheggio semivuoto un compagno di corsa mai visto prima capisce perché abbia senso.

Intorno al servizio è cresciuto anche un Collective, con workshop su autodifesa, prevenzione degli infortuni e alimentazione. Una comunità costruita attorno a una prenotazione, che in qualche modo restituisce all’app quello che i club hanno sempre avuto in partenza.

La compagnia che il club offriva gratis

La corsa di gruppo ha sempre avuto un effetto collaterale che nessuno metteva in programma. Si va al ritrovo per le ripetute, per la birra dopo, per avere qualcuno che ti tira nell’ultimo chilometro, e intanto si attraversa in sei il parco che da soli si eviterebbe. La protezione viaggiava dentro la socialità come un passeggero senza biglietto.

Quella gratuità aveva però un costo, e lo pagava chi non rientrava negli orari. Il club esce il martedì e il giovedì alle sette, quindi chi stacca dal turno alle otto resta fuori. Il gruppo tiene i cinque e trenta al chilometro, e chi viaggia a sei e mezzo si stacca dopo poco e rientra da sola, proprio nel tratto peggiore. Quando poi una crew cresce fino a contare decine di persone, la familiarità che faceva da garanzia si diluisce e nessuno risponde più per nessuno. Running Mate si infila esattamente in quelle fessure, l’ora sbagliata, il passo che nessuno condivide, la città nuova dove non conosci ancora un’anima.

Il bisogno esiste. Chi prenota una corsa per poter uscire alle sei di sera di novembre sta facendo la scelta più ragionevole tra quelle che ha a disposizione.

Quello che si sposta è il posto occupato dalla paura dentro lo scambio. Nel club la compagnia sta al centro e la protezione arriva come conseguenza; nell’app il rapporto si capovolge, e chi corre al tuo fianco conta prima di tutto come presenza. Ritmo e zona servono a far funzionare l’abbinamento, ma la ragione per cui si paga è un’altra, ed è identica per tutte quelle che aprono l’app: da sola, a quell’ora, quella strada fa paura.

Chi resta fuori dalla tariffa

Per vedere il confine basta sapere che un prezzo c’è. Qualunque cifra, anche la più bassa, divide le donne che corrono in due gruppi. Da una parte chi può aggiungere quella voce alle spese della settimana, dall’altra chi continua a trattare con il buio come ha sempre fatto, cambiando percorso, spostando la sveglia alle sei del mattino, accorciando il giro, lasciando le scarpe nell’armadio.

A settembre raccontavamo le donne che stanno disegnando la mappa della paura, con i tratti evitati segnati uno per uno, la paura raccolta fino a diventare dato, il dato che entra tra i criteri con cui si progetta un parco o una strada. Lì il problema veniva trattato come una questione della città. Qui la stessa paura diventa una prenotazione.

La differenza si misura sul marciapiede, il giorno dopo. Un lampione acceso su un argine illumina chiunque passi, compresa chi non saprà mai che qualcuno l’aveva chiesto. La persona prenotata accompagna una donna per un’ora, poi torna a casa, e il tratto dopo il ponte resta buio come prima. Anche i workshop di autodifesa, utili e concreti, spostano il lavoro sulle spalle di chi corre, e la risposta si allena nel corpo della singola mentre la strada intorno resta uguale. La sicurezza, in questo modello, smette di essere una condizione dello spazio che si attraversa e diventa un acquisto individuale.

Dena Lewis questo confine lo vede meglio di chiunque. Presentando il Collective ha detto una frase che chiunque corra da sola al buio sottoscriverebbe.

«La sicurezza non dovrebbe essere un privilegio.» Dena Lewis

Tra i suoi obiettivi di lungo periodo c’è anche quello di rendere l’app gratuita grazie a partnership con le aziende. È la stessa linea che attraversa questo pezzo, vista da chi il servizio l’ha costruito. La tariffa c’è perché, per ora, nessun altro ha coperto quella distanza. Letta così, ogni prenotazione segna un punto preciso in cui la città non è bastata. Un orario, un parco, due chilometri senza luce.

Il giovedì dopo, nella chat del gruppo, la stessa domanda è comparsa alle sei e un quarto. Le risposte sono state due. Ho pensato a quante città, in questo momento, quei quattro minuti di attesa finiscono su una schermata di pagamento, e a quante altre finiscono con le scarpe slacciate di nuovo. Il pollice alzato di un compagno di gruppo resta la protezione più economica che conosca, e anche lui ha un prezzo d’ingresso: bisogna avere un gruppo a cui chiederlo.

Fuori dalla chat e fuori dall’app, l’argine dopo il ponte è lo stesso per tutte. E per adesso è ancora buio.

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