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Ironman Florida 2013: l’atto finale (2/2)

  • 4 minute read

Rigore è quando arbitro fischia

Anziché concentrarmi su quel che ho davanti infatti continuo a pensare alla bomboletta persa vedendomi sul ciglio della strada mentre perdo tempo a sistemare la ruota. Così non mi accorgo che sono finito nella scia di quello davanti a me, esco per superarlo proprio in prossimità del grande cavalcavia che porta fuori città, lui accelera e io mi pianto con il rapporto lungo, rientro e dopo un istante ho addosso l’Harley del giudice che mi affibbia una penalità per sorpasso non completato. Non tento neanche di protestare, sono sconfortato, le gambe non vanno e in più ho i soliti crampi intestinali dovuti al “massaggio” prlungato dell’acqua. Mi fermo alla penality box del 25esimo chilometro dove rimango fermo per 4 minuti, guardando decine e decine di concorrenti superarmi.

Riprendi il controllo

Di nuovo devo fare appello a tutta la mia forza di volontà. Penso ai sacrifici fatti per arrivare fino a qui, più a quelli che ho chiesto agli altri che ai miei visto che per me è sempre stato un divertimento. Mi dico che devo rilassarmi e lasciare che il corpo faccia quello che sa fare da solo, quindi mangio e bevo, cerco di sorridere e essere gentile con il giudice che mi sta cronometrando lo stop&go poi riparto, molto più sereno.

Come per magia i muscoli riprendono a funzionare bene. Pedalo sempre molto agile cercando di mantenere il più possibile la posizione da cronometro. Mi alimento come un orologio svizzero: acqua alternata a sali ogni 15 minuti e il panino da 30 grammi con la marmellata ogni 45 minuti. Lento ma inesorabile recupero posizioni mentre l’America rurale si svolge come una pellicola cinematografica davanti agli occhi. I momenti più belli sono i tratti in solitudine, in mezzo al nulla, tutt’uno con la Argon a fendere il vento in silenzio. I chilometri scorrono lisci: 50, 100, 150, è quasi fatta e sul cavalcavia del ritorno mi ritrovo con la gamba brillante, tutta un altra cosa rispetto al via. A parte un po’ di mal di schiena e di braccia, unito al fastidio della sella, mi sento un fiore e anzi pregusto una bella maratona mentre la luce del tardo pomeriggio comincia a colorare di oro il lungo mare di Panama. Scendo dalla bici in 5 ore e 55, più o meno 1300esimo, infilo le scarpe e mi si apre un mondo.

Come essere alle olimpiadi

Dopo aver letteralmente lanciato la bici tra le braccia di un volontario mi bastano 5 minuti per iniziare la maratona. Quando esco dalla zona cambio rimango senza fiato, ai lati della strada ci sono migliaia di persone che fanno un tifo scatenato. Tende con musica a tutto volume e personaggi agghindati a tema, rock&roll band che suonano gli AC/DC sotto al portico di casa, gente che ti chiama per nome (è sul pettorale). Non dimenticherò mai le decine di “Matteo, lookin’ good, way to go” che mi hanno spinto dall’inizio alla fine, e a ripensarci mi commuovo.

Un po’ per l’entusiasmo e un po’ perché mi sento davvero bene percorro i primi chilometri a 5’10”, troppo veloce, ma soprattutto faccio una cosa sbagliatissima. Anzichè rispettare il piano di alimentazione lo modifico riducendo la razione di banane (da un terzo ogni 25 minuti a un terzo ogni 50) e evitando la coca cola, nel timore di riempirmi troppo e ridurmi come nel 70.3 di Aix en Provence. Tra il decimo e il ventesimo soffro: male alla milza, male al fegato, sento freddo e ho le gambe pesanti.

In-da-flow

Per la seconda volta nella giornata mi trovo nei guai, con la poca lucidità rimasta agguanto una banana, un bicchiere di coca cola, uno di sali e poi risciacquo tutto con l’acqua. L’effetto è quello della pozione di Asterix, non sento più male, torno a spingere con le caviglie, mi sento leggero e accelero. Anzi volo, negli split del cronometraggio ufficiale si vede che da 10 minuti/miglio scendo a 9 per risalire un po’ solo negli ultimi 5 chilometri. Non faccio altro che camminare mangiando e bevendo e poi sprintare per 2 chilometri e mezzo. A ogni rifornimento ricomincio da capo.

E così la seconda metà della maratona (se così vogliamo chiamarla perché in realtà non c’entra nulla con la maratona così come la conosco) la corro totalmente immerso nel flow, quella sensazione che mi ha fatto innamorare del running, in cui il pensiero si annulla, il corpo funziona in automatico regalandoci sensazioni di puro piacere, il sorriso ti si stampa in faccia e il mondo intorno non esiste più. Era esattamente quello che cercavo, non potrei essere più felice.

I titoli di coda

Riapro gli occhi mentre trotterello tra due ali di folla che urla incoraggiamenti e mi chiede l’high five, rido, e quando esco dall’ultima curva ecco l’arco del traguardo. Non vedo il tempo, non sento lo speaker dirmi “Matteo, you are an Ironman”, sono troppo occupato a saltare di gioia.

La sensazione di aver raggiunto l’obiettivo, di essermi goduto la gara dal primo all’ultimo metro, di aver trasformato un’aspirazione in realtà mi rendono melenso come quando sono ubriaco. Forse sono davvero ubriaco di felicità: abbraccio la volontaria che ha il compito di tenermi in piedi, quello che mi passa l’acqua e quella che mi copre con la coperta di alluminio, che fa tanto professionista. Dico a tutti che gli voglio bene prima di spegnermi (letteralmente) sotto le mani di un massaggiatore, prima che la mia crew mi riporti a casa.

Passano i titoli di coda sul film ma la produzione si sta già organizzando per il prossimo. Niente paura.

P.s. Scoprirò dopo un po’ che ho finito in 11 ore e 39 minuti, finendo all’839esimo posto in classifica generale con un recupero di oltre 450 posizioni nella maratona.

(Photo Credits from Flickr by Christopher Swerin)

2 commenti
  1. ziokurta ha detto:
    6 Dicembre 2013 alle 20:36

    Fantastico Matteo!!!

    Rispondi
    1. Matteo Torre ha detto:
      1 Gennaio 2014 alle 12:25

      <3

      Rispondi

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