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Mollare non era una possibilità

  • 3 minute read

Della lettera di Miguel ci hanno colpito due cose: che lui è spagnolo e ama l’Italia e ha imparato l’italiano così bene da scriverla tutta in perfetto italiano e che della gara non parla. Parla delle sensazioni prima. La maratona è una cosa intima, quasi inesprimibile. 


Alcuni esperti di leadership affermano che non va bene parlare molto sugli obiettivi del tuo progetto. Secondo questo gruppo di esperti, se lo fai la tua determinazione diventerà più debole perché inizierai a pensare che hai già raggiunto quello che vuoi ottenere. Non era questa la mia intenzione, ma in realtà avevo condiviso il mio proposito di correre una maratona solo con due o tre persone. Forse per non sentirmi troppo obbligato se alla fine la mia preparazione casalinga non mi permettesse di affrontare la corsa con le necessarie garanzie di finire, avevo evitato la cosidetta pressione sociale.

Si è scritto molto sulle motivazioni che ci fanno partecipare a questo tipo di gare, che i corridori sanno che richiedono spesso di una lunga e dura preparazione. La cosa più abituale per una prima volta è seguire un programma specifico di allenamento secondo il tempo che si desidera raggiungere. Non posso dire con precisione quali erano le mie ragioni, soltanto che ero consapevole di avere un momento ottimo, un’opportunità che non sapevo se si sarebbe ripetuta di nuovo ed ero determinato ad approfittare. Con quest’obiettivo in mente corsi durante mesi senza un planning di allenamento specifico ma cercando che ogni chilometro fosse un passo avanti nello scopo che mi ero prefissato.
La Maratona di Laredo era la gara scelta per avere le maggiori garanzie di successo: un luogo ben conosciuto, pieno di referenze fisiche e dove avevo corso molti chilometri anni fa durante i miei giorni di vacanze. Un percorso completamente piano che però non comprendeva l’ampio lungomare accanto alla sua bellissima spiaggia poiché l’organizzazione aveva scelto un percorso per i lunghissimi viali all’interno della zona turistica della città. In qualche modo una corsa che sembrava ideale per una prima maratona.
Il giorno prima della corsa ricevetti il dorsale col mio nome nelle mie mani e non riuscivo a crederci. L’indomani avrei corso una maratona. O al meno avrei cercato di correrla… No, non è vero che avessi pensieri negativi. Non ho mai pensato che mollare fosse una possibilità.
La mattina della corsa c’erano nuvole basse. La temperatura però sembrava perfetta per correre. Avevo riposato bene e fatto una colazione abbondante ben presto, ma prendere un caffè vicino alla zona di partenza è sempre un modo di partecipare all’ambiente della gara. Altri corridori facevano colazione lì, e svolgendosi la corsa a solo 60 chilometri da Bilbao non mi sembrava strano che la maggior parte sembrasse essere del Paese Basco. Nel mentre si cominciava a sentire lo speaker ed alcuni partecipanti iniziavano il riscaldamento. Iniziai anch’io un riscaldamento molto soave, pensavo di completarlo con alcuni chilometri tranquilli all’inizio. Appena un attimo dopo ci chiamavano per situarci dietro il traguardo per la partenza.
Lì ho potuto vedere che non tanta gente aveva il dorsale blu della maratona. La maggior parte delle persone indossava invece quello giallo della mezza maratona: una ragione in più per sentirsi parte di un’elite, di un gruppo scelto capace di correre una doppia distanza rispetto agli altri.
Situato dietro alla folla, lì dove cominiciano le corse quelli meno veloci, dove cominciavamo gli aspiranti a finisher, ho iniziato a correre. Ero felice. Quello che sarebbe successo dopo non era già più importante: correvo una vera maratona.

Miguel Angel Fernández Calero

(Photo credits Angel)

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