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Running with the Pink Floyd

  • 3 minute read

Ogni decade musicale ha il suo scontro fra Titani. Se negli anni ’90 a sfidarsi per conquistare il cuore dei fan erano i Blur e Gli Oasis, negli anni ’60 e ’70 la guerreggiata diatriba su chi fosse meglio o più amato se la contesero i Rolling Stones e i Beatles. Poco importa che poi queste antipatie fossero più inventate ad arte da uffici stampa molto scaltri e amplificate dalla stampa che non cercava altro per aver qualche notizia da dare in pasto ai proprio lettori: veri o presunti che fossero, gli screzi fra rockstar hanno sempre appassionato.

Ogni decade musicale – più o meno – ha anche i suoi outsider. Personaggi che non fanno parte del circo mediatico, che non fanno quasi mai parlare di sé né per atteggiamenti fuori luogo né per altro che non riguardi la loro musica. Gruppi che fanno, semplicemente, solo musica. E che musica.

Devo frenarmi con grande sforzo nello scrivere dei Pink Floyd perché andrei avanti per ore: dagli esordi con quel genio che presto impazzì che era Syd Barrett, all’equilibrio compositivo e creativo che raggiunsero con David Gilmour, all’alchimia che questo raggiunse con l’altro grande pilastro dei Pink, ossia Roger Waters. Alchimia non indolore e spesso bilanciata solo da potenti contrasti artistici che crearono opere sublimi ma che ne decretarono anche lo scioglimento con conseguente lunghissimo strascico giudiziario sul chi avesse la paternità del nome del gruppo e dei loro componimenti.

Dal punto di vista mio e tuo – ossia degli ascoltatori e musicofili – i Pink era diversi perché erano l’espressione di un modo intellettuale di intendere la musica: non solo nella raffinatezza dei loro brani che, pur basandosi su solide basi blues sconfinavano nel sinfonico e nel pop e nel rock, ma nelle intricate costruzioni mentali che sostenevano i loro album. Non a caso si deve parlare di vere e proprie opere rock o, con linguaggio più pertinente, di concept-album: album strutturati come un unicum che andava ascoltato dalla prima all’ultima traccia in esatta sequenza perché ogni brano era un capitolo di un libro che sviluppava un tema per specifico. Il tempo il The Dark Side of the Moon o il la violenza del potere in The Wall, per dirne solo due.

Ebbene sì, cari adolescenti del 2018: 40 anni fa gli album di questi giganti della musica erano degli eventi e gli eventi andavano celebrati come la pubblicazione di un’Enciclica Papale. E soprattutto ascoltati, senza skippare da una traccia all’altra. Ti mettevi comodo e per due ore ti ascoltavi tutto, dall’inizio alla fine, e muto. E ne valeva la pena, eccome.

Ne scriverei ancora per ore, ma mi fermo qui, facendo un’ultima osservazione: i Pink verranno ricordati per il loro atteggiamento distaccato e intellettuale ma anche perché scrissero probabilmente la più bella canzone mai scritta sull’amicizia. “Wish you were here” venne dedicata a Syd Barrett: il membro fantasma dei Pink, ormai perso nella sua personale pazzia che chissà se riuscì mai a capire che quel potente e delicato inno all’amore amicale era solo per lui. E per tutti quelli che amano. Questi raffinati intellettuali che composero la musica contemporanea più cerebrale, sottile e, paradossalmente, popolare furono anche capaci di essere almeno una volta straordinariamente umani ed emotivi. Avvicinandosi a noi e facendosi ancora più amare.

(Photo credits David Jones 大卫 琼斯)

2 commenti
  1. Toni ha detto:
    5 Aprile 2018 alle 00:56

    Si ma la playlist? :)

    Rispondi
    1. Martino Pietropoli ha detto:
      5 Aprile 2018 alle 10:03

      E c’hai ragione anche tu! Aggiunta, grazie per la segnalazione ;)

      Rispondi

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