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Ode alla passeggiata

  • 2 minute read

In una società come la nostra ossessionata dalla produttività, dal PIL e dall’apparenza di far sempre qualcosa di economicamente utile, resto sempre affascinato da chi trovi per strada quando cammini a strane ore del giorno. Per strane intendo: orario d’ufficio, dopo cena, a notte fonda. Quando tutti dovrebbero “fare” o dormire.

Questi esseri umani io li amo.

Guardare verso l’infinito

Quando andai in India tanti anni fa osservai con un certo stupore che in ogni paese e paesino c’era sempre qualcuno seduto sul ciglio della strada. Non mendicava. Non faceva niente di particolare se non guardare un punto indefinito all’orizzonte. A volte li trovavo reclini su una specie di letto senza materasso. Stavano lì, soli o a volte in compagnia ma senza dare l’impressione di stare insieme per dirsi qualcosa. Diciamo che singolarmente stavano in gruppo, unendo fisicamente le loro individualità. Da occidentale li trovavo tremendamente improduttivi ma poi ho iniziato a chiedermi se non avessero capito qualcosa che a me sfuggiva del tutto. Forse non stavano lì a far niente: forse stavano meditando. E io stavo sbagliando tutto.

Meditate, gente

Ho ripensato spesso a loro vedendo qualcuno di questi solitari che camminano per le strade delle nostre città a qualsiasi ora. Non credo che stiano meditando come quegli indiani. Forse vogliono solo starsene soli, sapendo che camminare leviga i pensieri. Lo diceva Paul Auster in “Trilogia di New York“: quando cammini i pensieri si purificano. Forse correndo fai la stessa cosa ma in maniera più accelerata ed efficace. Ma qui si parla di camminare. Di lentezza. Di chiarimenti e risoluzioni che arrivano con la pazienza, se mai vorranno arrivare.

Non fare niente

Sempre dal punto di vista occidentale ed economico, i passeggiatori non fanno niente di produttivo. Capisci che non si stanno spostando da un punto all’altro della città. Non stanno andando a un appuntamento. Camminano e basta. Non hanno fretta e non hanno una direzione. Non portano nemmeno a spasso il cane.

Non credo che abbiano raggiunto una verità filosofica che ti appare evidente solo dopo aver camminato per almeno 12.000 km. Forse hanno solo litigato con i figli o vogliono starsene soli. Forse fuggono. Forse vogliono fare un po’ di movimento. Forse gli piace e basta, chissà.

Però c’è qualcosa di rivoluzionario e quasi eversivo nel fare per mezz’ora, un’ora o più quello che la società trova disdicevole: non produrre niente.

Perché in verità fanno qualcosa di molto più importante: pensano. Valutano. Magari passano solo il tempo. Magari stanno finalmente soli con se stessi. Chi corre lo fa quando si allena, chi cammina lo fa… camminando.

Non fanno niente per la società (e pazienza, che sarà mai) ma fanno qualcosa per se stessi. Essere improduttivi in una società ossessionata dal fare è qualcosa di rivoluzionario e a questi esploratori della città, a questi consumatori di suole, a queste creature romantiche io voglio solo dire: grazie.

(Photo by Martino Pietropoli on Unsplash)

4 commenti
  1. Khaled ha detto:
    11 Gennaio 2019 alle 12:53

    Quest’uomo ha intuito qualcosa di veramente rivoluzionario… l’uomo non è nato per fare e peggio ancora per lavorare…

    Rispondi
    1. Martino Pietropoli ha detto:
      11 Gennaio 2019 alle 15:37

      D’accordissimo ;)

      Rispondi
    2. Paul Auster ha detto:
      13 Gennaio 2019 alle 11:20

      d’accordissimo. Aggiungo che io da un anno quasi non corro più e cammino, improduttivamente, tantissimo.

      Rispondi
      1. Martino Pietropoli ha detto:
        14 Gennaio 2019 alle 01:23

        Se poi a dirlo è Paul Auster stesso ;)

        Rispondi

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