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L’ipnosi può combattere il dolore

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La prima reazione alla notizia che l’ipnosi può aiutare a combattere il dolore può essere stupita, o di scherno vero e proprio. Ti capisco, la tentazione di etichettarla come una curiosità di cui parlare durante l’aperitivo è forte ma aspetta un attimo: è molto meno strana di quanto tu possa immaginare.

In difesa dell’ipnosi

L’idea più comune dell’ipnosi è legata alla stregoneria o comunque a pratiche stravaganti che hanno più a che fare con la magia che con la scienza.
In verità, anche se i meccanismi che la regolano e la rendono efficace non sono stati interamente esplorati, la Associazione degli Psicologi Americani ne ha riconosciuto la validità terapeutica nella cura di ansia, depressione, disturbi dell’alimentazione, dipendenza dal fumo e dai farmaci. Non è risolutiva o non è ancora considerata tale ma il suo benefico apporto ad altre terapie psicologiche come la TCC (psicoterapia cognitivo-comportamentale) è accertato.

Il meccanismo di funzionamento

Il contributo più significativo dato all’ipnosi sembra essere quello che agisce sulla percezione del dolore piuttosto che sul dolore in sé. L’ipnosi non fa diminuire il dolore in valore assoluto ma ne permette una gestione più rilassata. Non agisce quindi sui sintomi ma sulla reazione ai sintomi. I soggetti trattati, in altre parole, sopportano meglio il dolore, che comunque non diminuisce, potendo avere anche una natura fisiologica.

L’ipnosi viene praticata portando il soggetto a iperconcentrarsi su un dettaglio – la voce del terapeuta, un oggetto – fino a che, nella descrizione di chi la pratica, il cervello diventa più plastico e pronto a cambiare, percependo la realtà in maniera diversa, e di conseguenza il dolore stesso.

Generalmente deve essere praticata con l’assistenza di un terapeuta ma è dimostrata l’efficacia anche dell’auto-ipnosi, ottenuta ascoltando registrazioni di passate ipnosi.
Nella terapia l’oggetto su cui si concentra l’ipnosi è proprio il dolore: il terapeuta invita il soggetto a visualizzarlo e a pensare che la zona sia avvolta e pervasa da un fluido che la cura e le dà sollievo. Lo scopo è quello di interrompere la relazione fra il soggetto e la sua zona dolente, che è normalmente percepita come fonte di dolore e basta. È come se il soggetto percepisse di avere la forza per controllare e alleviare il dolore.

Purtroppo l’ipnosi non funziona per chiunque. Un 20% dei pazienti è resistente, anche se non è ancora chiaro perché. Del resto non è ancora del tutto chiaro perché l’ipnosi sia efficace.

Perché l’ipnosi funziona?

Gli studi sembrano indicare che il suo funzionamento si basi su un inganno buono: durante l’ipnosi la parte del cervello attiva in condizioni di pericolo o dolore fisico è più rilassata. Allo stesso tempo le parti del cervello che usualmente si sincronizzano con le altre per permettere di pianificare e regolare le funzioni corporali sono meno connesse tra di loro e quindi agiscono con meno forza.

Ecco spiegato, almeno in parte, perché l’ipnosi cambia anche alcuni comportamenti: disconnettendo parti di cervello agisce su certe routine mentali ossessive e compulsive come le dipendenze (da alcol, fumo, stupefacenti) rendendo più indipendenti parti del cervello che altrimenti vivrebbero sempre sotto la minaccia di quella che si preoccupa di più. O di quella che sente più acuto il dolore.

Il dolore non ne va, insomma. Cioè che cambia è il rapporto con il dolore e la soglia di sopportazione dello stesso.

Non conta quanto male hai ma come sei in grado di gestirlo.

(parzialmente ispirato a Elemental+ – Photo by Fikri Rasyid on Unsplash)

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