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La misura della felicità

  • 4 minute read

È il 18 marzo del 1968 e Robert Kennedy tiene un discorso agli studenti della Kansas University destinato a passare alla storia. Un passaggio in particolare verrà citato innumerevoli volte negli anni successivi e ancora oggi non ha perso la sua forza, anzi. Diceva così:

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

La forza dei grandi comunicatori e dei grandi discorsi è quella di usare esempi facilmente comprensibili per arrivare a parlare di idee e concetti più generali e universali. Nel caso di questo discorso di Kennedy, il punto di partenza è il PIL, cioè il prodotto interno lordo, il valore della ricchezza di una nazione che, pur essendo solamente un numero, è da decenni considerato l’unica misura di riferimento a cui parametrare tutto. Nella semplificazione giornalistica, politica e sociale, il PIL ha il fascino del numero magico che indica lo stato di salute di una nazione: più alto è, meglio vi si vive, più si consuma, più in salute è quella nazione.
Come diceva Bob Kennedy però, questo numero non misura tantissimi aspetti della vita di ognuno di noi che rendono l’esistenza degna di essere vissuta. Il PIL per esempio non è un indice di felicità né di efficienza delle scuole né di penetrazione dello sport nella vita sociale, intendendo che una nazione i cui cittadini fanno molto sport è più in salute, sia fisica che mentale.
È, appunto, un numero e nient’altro. Senza colpe e senza pregi particolari.

La sua forza è però innegabile e le conseguenze del considerarlo un numero magico sono pure peggiori della sua sostanziale incapacità di raccontare come sta davvero una nazione. Una su tutte? Il fatto che il nostro rapporto col PIL sia positivo solo quando questo cresce. Se il PIL aumenta allora possiamo sentirci più tranquilli, se decresce c’è qualcosa che non va.
Pensa a quanto perverso riesce a essere il nostro modello di società: affida la propria felicità a un numero che non misura nemmeno la felicità.

La forza dei numeri

A questo punto – ammesso che tu abbia resistito sin qui – ti starai chiedendo cosa c’entrano il PIL e Bob Kennedy con la corsa. C’entrano per un motivo molto semplice: hanno dei numeri in comune, o meglio sia il PIL che la corsa si misurano in numeri. In quest’ultimo caso i numeri sono il passo, il tempo in gara, i chilometri percorsi e tanti altri ma la domanda di fondo è: cosa misurano in definitiva e che rapporto dovremmo avere con loro?

Esattamente come il PIL, i numeri che misurano i parametri della corsa o le distanze sono appunto… numeri. Non danno e non vogliono dare (perché nemmeno possono) una misura della felicità e della soddisfazione che si prova a correre: indicano solo che il tal giorno hai corso per tot km con un certo passo o che quell’altro giorno in gara hai fatto questo o quel tempo.
Hanno però la forza quasi mistica dei numeri: sono cose che tutti capiscono, specie quando crescono. Più è meglio, o così ci pare o ci è facile credere.

Il fatto è che le cose davvero importanti non sono misurabili. La soddisfazione non lo è, la gioia tantomeno, il dolore o l’umiliazione o la redenzione nemmeno. Eppure sono queste le cose che rendono la vita degna d’essere vissuta: la nostra realizzazione individuale, la capacità di superare le difficoltà, la forza di costruire legami e amare. Ma non sono misurabili: al più sono stati d’animo che possiamo percepire o che possiamo valutare in termini molto indefiniti, tipo “Sono felice” o “Sono molto triste” o “Non sono per niente soddisfatta di me” o “Sono davvero orgogliosa per come ho reagito”.

Quindi?

Non c’è una risposta ben definita, non c’è un metodo infallibile. Non ci sono numeri alternativi a cui votarsi. Non esiste un indice della felicità né della ricchezza umana (non materiale ed economica quindi). Esiste però la percezione del significato che certi valori hanno per ognuno di noi. Se la ricchezza economica non significa necessariamente felicità allora si può essere soddisfatti e felici anche secondo altri parametri, esattamente come nella corsa si può essere orgogliosi di noi stessi perché abbiamo corso bene e ci sentiamo arricchiti da questa esperienza così privata e individuale. Non perché un numero ci dice che dovremmo esserlo o meno ma perché, a un livello più profondo, non razionale ed emotivo, sappiamo che la misura della felicità non è un numero o, se lo è, lo possiamo vedere solo noi.
Più non è meglio: più è solo qualcosa di più grande di qualcos’altro. E la felicità non si lascia mica misurare.

(Credits immagine principale: nd3000 on DepositPhotos.com)

3 commenti
  1. Emanuela ha detto:
    29 Novembre 2021 alle 05:37

    Gran bell’articolo Martino, grazie!

    Rispondi
    1. Martino Pietropoli ha detto:
      29 Novembre 2021 alle 11:00

      Grazie Emanuela!

      Rispondi
  2. Mei Francesco ha detto:
    3 Ottobre 2022 alle 21:42

    ….Allora è vero che i runner sono un po’ filosofi!!

    Rispondi

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