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La conta dei secondi

  • 3 minute read

Uno, due, tre …

Avete presente quei numeri che vi scorrono davanti agli occhi dentro un quadrante? Magari quando correte, certo, perché no.

Che vi capita di scandire mentalmente durante le vostre giornate aspettando che “si faccia una certa” per uscire dal lavoro; ma banalmente anche quando state aspettando una persona (mettete un primo appuntamento) e questa non arriva (accidenti a lei!).

Oppure quando siete madri/padri di simpatici adolescenti che attendete a casa e che non si palesano all’ora del coprifuoco imposto. O ancora quando siete al semaforo e avete quella che si chiama “una fottutissima fretta” di sgommare via e, mentre aspettate, avete la certezza assoluta che si siano fulminate tutte le lampadine del verde.

Ecco, lunedì mattina uscita di casa, ho avuto un flash e questo tempo che di solito percepiamo chiaramente, come attesa di qualcosa, sì è fermato. Ho contemplato un attimo preciso: quello in cui realizzavo che era (solo) una settimana che non mi allenavo correndo.

In uno di quei viaggi supersonici (tuttora mi chiedo come faccia ad essere incolume, mentre giro per la strada e penso a queste cose) mi sono sentita un po’ una di quelle eroine di romanzi che alla finestra fissano fuori e vedono passare le stagioni: la neve che ricopre tutto, i fiori che sbocciano, il sole che brilla su tutto, la pioggia e le foglie che cadono. Ho pensato che era strano quello che stavo sentendo e che la percezione del tempo era davvero un qualcosa di non misurabile. A me pareva davvero una vita, che le mie giornate non fossero più scandite dalla corsa, ma dalle nuotate in piscina.

Ieri sera, finalmente, sono tornata a correre, sempre sotto quella pioggia e quelle foglie di cui scrivevo prima, dopo una settimana di stop. O meglio, avevo scorricchiato domenica sera per provare i mie nuovi piedi bionici (scarpe + plantari) e tastare la “situation”, cioè se erano in grado di reggere una corsa di “un po’ di km”. Ma ieri sera non era un’altra corsetta di prova, anzi era una di quelle corsette che, come dice il mio coach (permettetemi il francesismo, ma rende bene l’idea) dovevano mettermi “un po’ di pepe al culo” in vista della Maratona di Firenze. Non un lavoro “lungo” in tempo e distanza, ma un lavoro di ritmo, di qualità, per allenare il motore.

E, di nuovo, mi è sembrato fosse una vita che non lo facessi. Vedevo quei secondi scorrere, li sentivo passare. L’obiettivo era fare diverse ripetute, cioè 3 minuti corsi forte e 3 minuti corsi piano (ora, non fate le solite domande: ma quanto forte? E piano: ma quanto piano? Altrimenti non scrivevo nemmeno questo pezzo) ripetuti per 8 volte: 20′ di riscaldamento + (3’CF + 3′ CL) x 8. Quando la mia testa pensava che SICURAMENTE avevo già fatto 3′ corsi forte, perchè il mio cuore praticamente si era spostato all’altezza del timpano dell’orecchio, buttavo l’occhio di soppiatto e … azz! Mancava ancora 1’30”. Per arrivare a 24′, metà allenamento circa, lo sforzo cerebrale di non fissarmi sul cronometro è stato immenso.

Poi, più andavo avanti, e più i 3 minuti corsi forte mi sembravano scorressero sempre più veloci; mentre quelli lenti, quelli di recupero … non passavano più, andavano TROPPO piano! Ma che è? Mi si è rotto l’orologio?

Finiva che facevo il Maurizio Costanzo con le mie gambe per frenarle: “Bbbone! Statebbone!” Perchè sentivo che avrebbero voluto aumentare un po’ il ritmo, forse per vedere se riuscivano ad ingannare il tempo facendolo passare più in fretta. O forse perchè erano curiose anche loro di vedere se erano ancora capaci di correre ancora veloci.

Tutto questo per dire: sì, il tempo è decisamente qualcosa di soggettivo.  Anche quando si corre. A volte capisco l’esigenza di porsi l’obiettivo di correre “sotto a” un certo tempo, che spesso diventa una fissa (mia compresa).

Ma quando uno se li gusta, i chilometri, la propria corsa … non c’è forte o lento che tenga: come scorre il tempo dipende solo da noi.

(From Flickr by MattW)

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