-
Il rapporto che abbiamo con il nostro corpo spesso si riduce alla sua percezione quando qualcosa non funziona bene.
-
Attraverso l’esperienza sportiva, emerge la consapevolezza che mente e corpo richiedono cure equilibrate e allenamenti specifici, estendendo l’importanza dell’ascolto del corpo alle attività quotidiane.
-
La sedentarietà prolungata, associata al lavoro moderno, non è naturale né gradita al corpo.
Mi chiedo come riuscissi da giovane a restare fermo per tante ore. Come potessi non sentire non dico la necessità ma neanche il desiderio di camminare per ore e ore, e di certo di preferirlo allo stare seduto.
Certi giorni (quasi ogni giorno, dovrei dire) mentre sto seduto e lavoro sento che il mio corpo è sempre più a disagio a rimanere in quella posizione. Ha voglia di uscire, ha voglia di camminare e correre: ha voglia di muoversi.
Forse una volta non lo ascoltavo e basta o forse a quel tempo mi andava bene così, non sentivo la necessità e basta.
O forse nel tempo il rapporto con il mio corpo è molto cambiato. Prima lo davo per scontato e mi accorgevo che esisteva solo quando qualche sua parte mi faceva male, ora lo sento, costantemente. O meglio: ora abbiamo un dialogo e un dialogo è basato sull’ascolto. Ecco: dovrei dire che ora lo sto molto ad ascoltare.
Non darlo per scontato
Non so se sia una consapevolezza che si matura solo con l’età ma, non avendo mai sofferto di alcunché di rilevante (l’unico farmaco che prendo è il Moment quando ho mal di testa e mi capita di averlo una volta ogni mese e mezzo) avevo anche sviluppato un’insensibilità automatica al mio stesso corpo. In altre parole: non ci badavo.
La corsa e l’attività fisica in genere hanno avuto come risultato di darmene consapevolezza ma soprattutto di iniziare questo dialogo. Non di recuperarlo perché in realtà non c’era mai stato.
Quindi dovrei aggiungere una nuova trasformazione alle tante che la corsa mi ha permesso di fare: quello di avere sviluppato una sensibilità che non pensavo di avere rispetto l’involucro di muscoli e ossa che mi permette di spostarmi ogni giorno nel mondo fisico.
Che corpo e mente siano collegati lo sanno anche i sassi ma chi non pratica attività fisica lo sa a livello mentale (la mente sa di essere collegata al corpo) ma meno a quello fisico. A volte non riesce nemmeno a vedere questo legame: quando il corpo duole non si pensa insomma che possa avere qualche ripercussione a livello mentale, figurarsi quando sta bene e tutto funziona. Non ci si fa caso e basta.
Quando si fa con costanza attività fisica questo rapporto è continuo e consapevole: si sa insomma che è improbabile che una mente sana ed efficiente stia dentro un corpo trascurato, e viceversa.
Una sola via
Alla fine si capisce che questo rapporto funziona solo quando è equilibrato. Mente e corpo devono avere attenzioni e ricevere cure in egual misura. Entrambi hanno bisogno di allenamento, anche se di tipo diverso: mentale e fisico, come le loro nature.
Quando sto seduto troppo a lungo sento che il corpo mi ricorda di essere fatto per muoversi e stare all’aperto il più possibile. La sedia è un’invenzione moderna: oggi molti lavori si fanno da seduti ma ciò non significa che stare fermi per ore e ore sia naturale né gradito dal corpo.
E allora inizia a essere insofferente e a pretendere di essere portato a correre o almeno a camminare.
Spesso si parla del sapere ascoltare il proprio corpo e lo si dice soprattutto in relazione all’allenamento: “ascoltarsi” significa distinguere quando la fatica del corpo durante una gara è reale o esagerata. Invece questo ascolto si estende molto oltre la attività sportiva e coinvolge tutta le nostre attività giornaliere. La verità è che stare seduti ore e ore è un’invenzione moderna legata al tipo di lavoro che molti di noi fanno e la accettiamo perché così vanno le cose.
Eppure non è stato sempre così e non è detto che debba esserlo per sempre. Ecco allora che ascoltare il nostro corpo acquista una dimensione nuova: non lo sentiamo più quando qualcosa non funziona ma in continuazione, perché abbiamo imparato a prendercene cura.
E se lo si ascolta con molta attenzione, dice sempre la stessa cosa: “Quando usciamo a correre?”