Ascoltando il commissario tecnico della nazionale femminile di volley Julio Velasco che commentava la stupenda semifinale della pallavolo femminile vinta dall’Italia, pensavo a diverse cose. Partiamo da quello che ha detto a Eurosport:
La pallavolo e il giornalismo devono smettere di parlare dell’oro che manca, è deleterio per tutti. Si vede sempre quello che manca, è uno sport tutto italiano, l’erba del vicino è sempre più verde. È una filosofia di vita, ma l’oro olimpico quando arriverà arriverà: ci sono tante squadre forti, si può vincere e si può perdere, l’importante è che i nervi non ci tradiscano, sarà la prima medaglia, godiamoci questo, quello che abbiamo e non quello che non abbiamo, poi è chiaro che daremo tutto quello che abbiamo per fare di più. Dobbiamo riuscire a trovare ancora più tranquillità, le ragazze erano un po’ tese, non abbiamo giocato la nostra migliore pallavolo, ci sono stati errori un po’ banali, frutto della tensione.
1. Siamo ossessionati da quello che non abbiamo
Le medaglie – d’oro, d’argento o di bronzo – sono dei traguardi importantissimi ma sono anche dei numeri. Alla fine delle Olimpiadi puoi osservare il medagliere e contare se la Nazionale ha fatto meglio o peggio della volta scorsa ma quello che vedi è un insieme di numeri, che tra l’altro non ha molto senso. Paragonare il medagliere del 2012 a quello del 2024 ed entrambi a quello del 1972 o del 1992 conta molto relativamente dato che nel frattempo si sono aggiunte nuove discipline e altre sono state escluse.
E poi: pure le medaglie in sé hanno differenza, no? Il bronzo è quasi una consolazione, conta solo l’oro e l’argento lo danno al primo dei perdenti. Quante volte l’hai sentito o l’hai pensato?
Partiamo dal presupposto che già partecipare alle Olimpiadi è una vittoria per moltissimi atleti (per tutti, probabilmente). Una volta che alle Olimpiadi ci sei, qualsiasi risultato è il più importante per te e per la nazione che rappresenti. E questo ce l’hanno insegnato gli atleti che hanno gioito per un quarto o un quinto posto o comunque per essere arrivati in finale o in semifinale. Conta partecipare, no? Conta dare tutto, no?
Quello che dice Velasco è però ancora più profondo: siamo ossessionati da un premio, come se una medaglia definisse un atleta, come se avesse merito solo se ne vince una. Il risultato è che guardiamo solo ciò che non abbiamo e diamo per scontato ciò che abbiamo. Ci sono atleti straordinari e c’è una Nazionale che può competere a livello mondiale ma si pensa che l’unico suo valore sia dato dal numero di medaglie che vince. Pensare che già poter contendere la vittoria ad altre nazioni non è così banale. Non significa accontentarsi di qualsiasi prestazione: significa rendersi conto delle qualità degli atleti e delle atlete. Non dare per scontato niente, e questo l’hanno saputo spiegare atleti giovanissimi che per un soffio (in alcuni casi decimi di secondo) non hanno raggiunto il podio. Forse erano inesperti, forse esserci e partecipare era già una vittoria ma in fondo è questo lo spirito giusto, no?
Quelli ossessionati dall’oro sono gli stessi di un meme che circola in questi giorni: c’è uno decisamente fuoriforma sdraiato scompostamente su un divano che, mentre mangia schifezze, commenta i millimetrici errori delle gare di ginnastica artistica dicendo “Patetico”. Sicuramente lui avrebbe fatto di meglio, ma a Parigi non c’è andato, chissà perché.
2. Un po’ meno pressione
Togliere il velo del mito all’oro non significa dire che qualsiasi medaglia va bene. A parte che, nel caso del volley femminile, una sconfitta significherebbe comunque argento, Velasco ha sottolineato un altro aspetto interessante che riguarda non solo la preparazione fisica ma soprattutto quella mentale. Ha detto che essere rilassati a volte può essere meglio che concentrarsi come dei raggi laser su un risultato. Specie quando magari non arriva facilmente e si comincia a perdere fiducia in sé. È in quel momento che si commettono più errori.
Abbiamo ormai confuso la focalizzazione con l’ossessione: essere concentrati su un risultato significa essere reattivi, sapersi adattare al cambi della sorte, saper interpretare gli avversari, studiarli e conoscere i loro punti deboli. Significa rispettarli. Essere irrigiditi dal peso della pressione che si sente sulle spalle caricate di aspettative produce solo nervosismo ed errori.
Velasco in fondo dice che una squadra deve avere competenza e rispetto per l’avversario. E pensare a fare bene quello che sa fare. Magari procedere passo dopo passo, punto dopo punto, senza pensare al risultato. Avere fiducia nel processo, si dice: se dai il massimo ottieni il massimo e se perdi significa che l’avversario era migliore di te, fine.
3. Il rapporto con la vittoria
La vittoria ha assunto un significato profondamente sbagliato in questi anni. Non significa essere meglio di un avversario: significa annientarlo. Nell’era delle semplificazioni brutali e del dibattito pubblico guerreggiato e violento, l’annientamento fisico o figurato dell’antagonista sembra essere l’unica vittoria ammessa. No: l’avversario che perde ha sempre l’onore di averci provato e merita tutto il rispetto.
Ci pensavo vedendo la semifinale del basketball maschile: fino a 3/4 della partita la Serbia conduceva. Si configurava uno schema stupendo ed esaltante: l’underdog (ok, parlando di Serbia la parola “underdog” è un po’ eccessiva, concordo) che sta battendo il favorito. Poi in pochi minuti la situazione si è invertita e gli USA hanno recuperato e vinto.
Allora ho pensato alla bellezza dello sport: è magnifico non perché vince solo chi deve vincere ma perché a volte vincono gli underdog e perché altre volte chi sembra perdere alla fine rimonta e vince. Le imprese più belle sono quelle più sofferte e combattute. La cosa bella dello sport non è la vittoria ma è la conquista della vittoria. Non è la meta: è il viaggio.
E quando si arriva, si pensa a dove andare dopo.