Sono un runner medio, in tutti i sensi. Non faccio chissà quale velocità, faccio sempre lo stesso giro e uso sempre la stessa app per tracciare le mie corse. Non sono un agente segreto e non lavoro nel mondo del crimine, quindi non penso che le mie corse interessino a nessuno, se non a chi mi segue e può constatare due dati fondamentali: quanto io sia ripetitivo e quanto sia lento. Insomma: sono una noia mortale.
Forse questo mi porta a pensare che Strava (o altre app di tracciamento) siano strumenti innocui e neutri. E lo sono stati, almeno finché non hanno introdotto delle funzioni da social network che hanno permesso (per ottimi motivi) di condividere percorsi, confrontarsi e anche conoscersi e organizzare magari qualche allenamento insieme.
Esistono però utilizzi meno nobili di queste app, e un articolo del Global Investigative Journalism Network ne parla in modo dettagliato e inquietante.
Quando l’innocenza diventa vulnerabilità
Non è una storia di fantascienza, ma qualcosa che abbiamo già visto accadere. Nel 2018 avevamo già raccontato che la Global Heatmap di Strava aveva rivelato involontariamente la posizione e la forma di basi militari segrete. Come? Semplice: i soldati che si allenavano correndo all’interno dei perimetri militari, tracciando le loro attività, avevano di fatto disegnato mappe dettagliate di strutture che dovevano rimanere invisibili. In zone desertiche dove teoricamente non doveva esserci nessuno, ecco spuntare percorsi di corsa con tanto di nome e cognome del militare.
La storia più recente riguarda invece i militari russi in zone di conflitto. Nel 2023, un team di giornalisti investigativi ha scoperto che diversi funzionari militari utilizzavano Strava con le impostazioni pubbliche attive, permettendo ai reporter di mappare identità, basi di allenamento e routine quotidiane.
Ma forse l’esempio più significativo per noi runner comuni è quello di Molly Seidel, bronzo olimpico in maratona a Tokyo 2020. Dopo anni di trasparenza totale con i suoi 68.000 follower su Strava, ha dovuto rendere privato il suo profilo. Il motivo? Situazioni spiacevoli legate alla condivisione dei suoi percorsi di allenamento. Quando sei un personaggio pubblico, anche la tua corsa mattutina può diventare un’informazione troppo sensibile da condividere.
C’è un aspetto ancora più inquietante: l’articolo del GIJN rivela come i dati di Strava siano stati utilizzati per pianificare aggressioni mirate a runner specifici. Non parliamo di crimini casuali, ma di azioni studiate a tavolino, basate sulle abitudini di corsa delle vittime. La routine che per noi è comfort e regolarità, per qualcuno può diventare un’opportunità di predazione.
Dal sociale al sorvegliato
Il paradosso è evidente: più l’app è precisa nel tracciare le nostre performance, più diventa efficace per chi ha intenzioni diverse dallo sport. La già citata funzionalità “heatmap” di Strava, per esempio, mostra i percorsi più frequentati in una zona. Uno strumento fantastico per scoprire nuovi sentieri e frequentarli sperando di fare magari nuove conoscenze (una cosa che può fare piacere se ti sei trasferito in una città che non conosci), ma anche per capire dove e quando una persona specifica si allena abitualmente.
Immagina qualcuno che, invece di pedinarti fisicamente, consulta semplicemente i tuoi dati pubblici su Strava e scopre che corri ogni martedì e giovedì alle 7:00 del mattino, sempre nello stesso parco. Tutte informazioni preziose ottenute senza nemmeno uscire di casa.
La tecnologia: amica o nemica?
Non vogliamo demonizzare la tecnologia né creare panico inutile. L’uso giornalistico di questi dati ha però portato alla luce verità importanti, smascherando bugie e contribuendo alla trasparenza, e questo è un bene. Non tanto perché abbia fornito a malintenzionati idee su come sfruttare le conseguenze inattese di certe funzionalità ma perché ha indicato come proteggere efficacemente la propria privacy, anche se ci si vuole tracciare nei propri allenamenti.
Il problema nasce insomma quando gli stessi strumenti vengono utilizzati con intenzioni malvagie, e a volte pure criminali.
La realtà è che ogni nostra corsa lascia una traccia digitale. Come un Pollicino moderno, seminiamo briciole elettroniche che restano impresse nei server di qualche azienda tecnologica. E queste briciole raccontano storie: dove andiamo, quando usciamo, quali sono le nostre abitudini più intime.
La consapevolezza come primo passo
La domanda centrale non è “dovremmo smettere di usare queste app?”, ma piuttosto “come possiamo usarle in modo consapevole?”. Perché la tecnologia, come un coltello da cucina, può essere strumento di creatività o di danno, dipende da come la usiamo.
Essere connessi nel 2025 significa esistere anche quando non lo sappiamo. Ogni passo, ogni chilometro, ogni battito cardiaco diventa parte di un racconto digitale che può interessare a persone che nemmeno immaginiamo. Senza farsi prendere da paranoie (“Cosa diranno le mie abitudini su Netflix di me?”, “Lo sapevo che iscrivermi a quel gruppo di tassidermia avrebbe dato un’idea distorta di me!”)
Proteggere la propria corsa
Fortunatamente, Strava è consapevole di questi rischi e ha implementato diverse funzioni di privacy che possiamo attivare. È importante sapere che esistono e utilizzarle secondo le nostre esigenze. Io, per esempio, ho scelto di oscurare i punti di partenza e arrivo delle mie corse – una precauzione semplice ma efficace per non rivelare dove abito o lavoro. Che so benissimo non frega a nessuno, ma sai mai.
Puoi rendere private le tue attività, creare zone di privacy attorno a casa tua, limitare chi può vedere i tuoi percorsi e persino nascondere specifiche sezioni dei tuoi allenamenti. L’app ti offre gli strumenti, ma la decisione finale sul grado di protezione spetta sempre a te.
Correre liberi, ma consapevoli
La corsa dovrebbe rimanere un momento di libertà, non trasformarsi in fonte di ansia. Ma essere consapevoli dei rischi ci permette di continuare a fare quello che amiamo, proteggendo al tempo stesso la nostra privacy e sicurezza.
La prossima volta che registri il tuo allenamento, prenditi un momento per riflettere: non per paura, ma per consapevolezza. Perché in un mondo sempre più connesso, la tua impronta digitale può raccontare molto più di quanto immagini. E sta a te decidere quale storia vuoi condividere con il mondo.