Quando corri sei solo, anche se sei in compagnia. Non è un gioco di squadra perché alla fine – dell’allenamento o della gara – ci devi e puoi arrivare solo tu, con le tue forze. La corsa però non è solo una questione di chilometri fatti o di tempi da battere. Non è solo un affare strettamente personale, un dialogo intimo tra te e l’asfalto.
Perché, se ci pensi bene, c’è qualcosa di più, qualcosa che va oltre il semplice gesto atletico.
C’è qualcosa di profondamente politico nel correre. Ma non politico come lo si intende nel dibattito da bar o nei talk show urlati, dove tutto è opinione, slogan, polemica e attacco. Politico come polis, come relazione tra te e la città. Tra te e il tuo corpo. Tra te e il tuo tempo. Correre è un gesto di autodeterminazione attraverso l’uso del tuo e tempo e dei luoghi dove corri. Correre cambia il rapporto che hai con la tua città. E questo, oggi, è un gesto radicale.
La città è un campo di forze
Ogni città è fatta di spazi progettati e spazi subìti, di flussi e di ostacoli, di zone che invitano a essere vissute e altre che respingono. Luoghi che ti sono familiari e ti accolgono e altri che ti sembrano ostili. Quando corri sei in videogioco tridimensionale incredibilmente realistico, anzi: iperrealistico. Correndo ti riappropri di un marciapiede che è diventato parcheggio. Di un parco che è stato abbandonato. Di un pezzo di lungofiume che nessuno percorre più. Li trasformi da luoghi marginali o con altre funzioni in superfici di gioco e divertimento, in spazi che possono diventare luoghi di tutti. Correndo dai un nuovo senso alla città. Diventi un punto mobile che la ricuce con il gesto più semplice e primitivo che esista: muoversi.
E nel farlo, ti sottrai anche al ruolo passivo che spesso ti viene imposto. Non sei solo uno spettatore del traffico, del rumore, delle pubblicità, delle priorità altrui. Diventi tu la priorità. Tu il ritmo. Questo movimento è il tuo diritto di cittadinanza.
Il tempo: quel bene che non si compra
Viviamo in un’era in cui lo spazio e il tempo sono diventati beni preziosi, quasi beni di lusso. La vita moderna ci spinge a essere sempre connessi, sempre produttivi, sempre raggiungibili. Non ne siamo più padroni, perché non possediamo più il tempo e la sua gestione. L’agenda ce la fanno impegni che spesso non abbiamo deciso noi o persone che comprimono, usano e gestiscono il nostro tempo. Questa vita ci assorbe, ci comprime, ci chiede di correre (metaforicamente) sempre più forte, ma su percorsi decisi da altri.
Quando decidi di andare a correre, stai di fatto rivendicando una porzione di questo tempo. Stai dicendo: “Questo tempo è mio. Questo spazio è mio”. È un gesto di autodeterminazione, quasi un piccolo manifesto personale. Ti stai riappropriando di minuti e di metri che altrimenti verrebbero inghiottiti dalla frenesia quotidiana, dalle notifiche, dalle scadenze. Noi la chiamiamo “la piccola vacanza quotidiana” o il nostro tempo offline, in airplane mode o come lo vuoi chiamare.
Hai presente quella sensazione di partire all’alba, mentre la città ancora dorme? Quel momento in cui il tempo sembra sospeso, e tu sei solo con il suono del tuo respiro e dei tuoi passi? È lì che accade qualcosa, come una specie di piccola ribellione silenziosa. Stai dicendo: questo tempo è mio. E se riesci a dirlo lì, forse puoi dirlo anche altrove. Forse puoi ricominciare a negoziare il tuo tempo in modo diverso, più autentico, più umano.
È come scegliere di abbassare il volume del mondo per ascoltare solo il ritmo dei tuoi passi, il tuo respiro, il battito del tuo cuore. E in un’epoca in cui siamo costretti a un bombardamento costante di stimoli esterni, scegliere di silenziarli è un atto di coraggio. In questi momenti scegli la scena e i suoni e il tempo della tua vita.
Il corpo come territorio da riscoprire
Infine, correre è un atto politico perché ti riporta al corpo. E il corpo è il primo territorio da liberare e da conquistare. Da aspettative, da giudizi, da frustrazioni. Ogni corsa è un modo per riconoscerlo, abitarlo, ringraziarlo. Non importa se sei veloce, se sei elegante, se arrivi in fondo. Correre è un modo per dirti che esisti. E non come proiezione idealizzata sui social, ma come presenza viva, sudata, imperfetta.
Prendersi cura di sé, del proprio corpo e della propria mente, è spesso considerato un lusso, o peggio, a volte genera pure sensi di colpa. “Non ho tempo per me”, “Devo pensare prima agli altri”. Ma la corsa ribalta questa prospettiva. Ti obbliga a concentrarti su di te, sulla tua salute fisica e mentale. Ti spinge a mangiare meglio, a dormire di più, a gestire lo stress.
In un sistema che spesso ti vuole stanco, fragile e quindi dipendente, prenderti cura della tua salute, del tuo benessere, è un atto di resistenza. È un modo per dire: “Io valgo. Il mio benessere è importante”. È una forma di cura silenziosa, ma incredibilmente potente. Non è egoismo, è consapevolezza.
Lo spazio mentale che ti prendi
E non parliamo solo di tempo e di cura del corpo. C’è anche lo spazio mentale. Durante la corsa, quella parte di te che solitamente è impegnata a risolvere problemi, a pianificare, a preoccuparsi, può finalmente alleggerirsi. Noi la chiamiamo “meditazione in movimento”, ma per altri è semplicemente un momento per mettere in ordine i pensieri, o anche per non pensarci affatto.
È uno spazio franco, un luogo sicuro dove puoi essere semplicemente tu, senza ruoli, senza maschere. In un mondo in cui gli spazi di autenticità sono sempre più rari, la corsa ti offre un piccolo rifugio.
Politico, ma senza bandiere
Correre è politico, sì. Ma senza bisogno di striscioni, slogan o rivendicazioni. Politico perché personale. Perché ogni scelta che fai su come vivi, come abiti il tuo corpo, come ti muovi nel tuo quartiere, è già una presa di posizione. E in questa scelta di correre – anche solo mezz’ora alla settimana, anche solo intorno a casa – c’è un seme di libertà che può crescere silenzioso, testardo, contagioso.
Non si può scegliere bene, vivere bene, sognare bene, se non si è corso bene. O almeno se non si è corso. Con tutto quello che significa.
Quindi la prossima volta che ti allacci le scarpe, magari pensa che non stai solo andando a fare una corsetta. Stai compiendo un piccolo, ma significativo, atto politico. Stai rivendicando il tuo spazio, il tuo tempo, la tua cura. Stai affermando la tua autodeterminazione. E, a pensarci bene, è un messaggio che vale la pena di portare, chilometro dopo chilometro, a chiunque voglia ascoltare il tuo silenzioso battito.
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