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La storia di Jesse Owens (e anche un po’ quella di Luz Long)

  • 4 minute read

Ci sono storie nel mondo dello sport che sono belle da raccontare. Lo sono perché raccontano di gesti epici e di imprese impossibili. Ma lo sono anche perché raccontano qualcosa di bello, lasciano un messaggio. Ecco, questo è uno di quei casi, perché la vicenda di Jesse Owens, alle Olimpiadi di Berlino del 1936 consegnò al mondo un’impresa e un messaggio indelebili nel tempo.

Olimpiadi di Berlino

Le olimpiadi sono sempre un grande evento, non solo perché si svolgono ogni 4 anni e non solo perché al loro interno si sfidano i più grandi atleti divisi per ogni specialità. Le olimpiadi sono un grande evento anche per il paese che le ospita e che ha la possibilità, tramite l’organizzazione della manifestazione, di dimostrare al mondo intero le proprie capacità organizzative. Tutto ciò si amplifica in maniera particolare in occasione delle olimpiadi del 1936 che si svolgono a Berlino, in Germania, dove al potere da qualche anno si è instaurato il regime nazista guidato da Adolf Hitler. Hitler dello sport si interessa poco ma ha un unico grande obiettivo: Dimostrare al mondo la forza e l’efficienza della Germania e la superiorità della razza ariana. Insomma, fare propaganda.
Il regime investe quindi una montagna di soldi nell’organizzazione delle Olimpiadi. Fa costruire un nuovo stadio ed un complesso sportivo spettacolari. Ripulisce e restaura la città e destina importanti fondi nella preparazione dei suoi atleti. I quali vengono selezionati in modo che a rappresentare la Germania ci siano solo atleti ariani che dovranno vincere tutte le medaglie più importanti.

Jesse Owens

James Cleveland Owens è un ragazzo nero che viene dall’Alabama. Appartiene ad una famiglia poverissima. Poverissima perché del sud e in un periodo storico in cui gli Stati Uniti stanno vivendo la grande depressione e poverissima perché di colore.
Il nome Jesse glielo appioppano quando si sposta con la famiglia a Cleveland e ad una maestra che gli chiede il suo nome James risponde J.C., le sue iniziali, ma con il forte accento del sud che si ritrova la maestra non lo capisce bene ed ecco che, per lei e per tutti, diventa Jesse.
Jesse è il settimo di una famiglia di dieci figli ma ha una caratteristica che nessun altro possiede. È un atleta formidabile. Corre velocissimo ed è un portento anche nel salto in lungo. Viene notato dall’università dell’Ohio che lo prende con se ad allenarsi. Nel 1935, in una sola gara, Owens stabilisce 3 record del mondo e ne eguaglia un quarto (che comunque già gli apparteneva).
L’anno successivo ci sarebbero le olimpiadi, il regime nazista non lascia gli Stati Uniti tranquilli tanto che vorrebbero pure boicottare i giochi ma alla fine decidono di partecipare. Ed è così che nell’agosto del 1936 Owens vola a Berlino per prendere parte agli undicesimi giochi dell’olimpiade moderna.

Il regime umiliato

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Le olimpiadi di Berlino, si aprono il primo Agosto del 1936. Per la prima volta nella storia i giochi vengono inaugurati da un tedoforo che entra nello stadio con la fiamma olimpica ed accende il bracere (da li in poi si farà sempre) e per la prima volta nella storia i giochi vengono ripresi dalla televisione. Tutto è organizzato alla grande, il regime nazista si è impegnato a fondo per mostrare al mondo la potenza della Germania e la superiorità della razza ariana.
A scombinare i piani di Hitler e dei suoi ecco però che arriva un ragazzo dell’Alabama, americano e di colore. È Jesse Owens e diverrà il protagonista assoluto di quei giochi olimpici.
Owens conquista tutte le principali competizioni di atletica. Vince 4 medaglie d’oro conquistando i 100 e i 200 metri, la staffetta 4X100 e il salto in lungo. Nel salto in lungo, in particolare, Owens si scontra proprio con un atleta ariano, Luz Long il quale aveva l’onere di portare a casa la medaglia d’oro in quella disciplina essendo stato appunto selezionato dal regime. Ma non c’è niente da fare, Owens è il più forte, l’oro è suo e a Long non rimane che accontentarsi del secondo posto.
La leggenda vuole che, dopo la vittoria di Owens su Long, Hitler si sia alzato lasciando lo stadio per non dover stringere la mano al ragazzo nero. In realtà ciò non accadde. Dopo essere sceso dal podio Owens passò davanti alla tribuna d’onore e ricevette il saluto di Hitler che, da lontano, agitò la mano in direzione di Jesse. Lo stesso “Omaggio” non gli venne reso in patria da Roosevelt, il quale, impegnato nella campagna presidenziale, preferì non incontrare l’atleta di colore per evitare di perdere i voti dei conservatori.

La favola nella favola

Ma la storia più bella e incredibile di queste olimpiadi è legata alla gara di salto in lungo. Durante quella gara Owens ha delle difficoltà a qualificarsi, i primi due salti risultano nulli e Jesse ha a disposizione solo un ultimo tentativo per qualificarsi. Ecco allora che si avvicina un altro atleta che gli suggerisce di anticipare la rincorsa del salto. Owens segue il consiglio e riesce finalmente a qualificarsi e vincere poi la gara. Ecco, quell’atleta era proprio Luz Long, il suo rivale il quale, nonostante tutte le pressioni del momento, preferisce seguire il suo spirito sportivo e perdere una medaglia d’oro piuttosto che vincerla in maniera immeritata guadagnandosi così tutta la nostra stima. Nella storia di Jesse Owens, la sua bella storia, c’è posto anche per un atleta tedesco che diventò suo amico e aiutò Owens ad umiliare il regime nazista. Se non è un bel messaggio questo allora è di più, è una favola.

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