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La scelta del runner amish

  • 3 minute read

Se vedi un runner correre alle due del pomeriggio del 14 agosto in piena panura padana, potrebbe essere un runner “amish”. Se poi indossa una maglia di cotone o pantaloncini di felpa, allora stai sicuro che è proprio lui.

Il runner amish è leggero di indole e non molto di peso, anche perché corre secondo l’avvicendarsi delle stagioni – quelle sbagliate però – almeno in relazione a tempi, modi e abbigliamento.

Il runner amish ha un che di filosofico, quasi zen, ma non per sua scelta, bensì per mancanza di cultura. Chiariamo però subito un punto così che tu non ti faccia trarre in inganno: non è davvero un asceta e non ha alcunché di amish, se non per il fatto che sembra vivere in un tempo tutto suo che ha poco a che fare col presente, quello podistico quantomeno.

Il runner amish da ragazzino usciva a giocare in cortile con gli amichetti per tutta l’estate, pascolava per i campi della fattoria degli zii, e scorazzava sulle spiagge di Milano Marittima sotto l’occhio vigile dei nonni. Visto che sono quelli gli unici ricordi di attività fisica mai fatta, lui – con la sua indole svagata e bonaria – trasferisce l’esperienza nel presente e la mette al servizio di un progetto, quello di rimettersi un po’ in forma, che risulterà sempre e immancabilmente in un calvario.

Spesso è studioso (università, master, dottorandi, etc.), a volte un vero e proprio scienziato di rango, quasi sempre assorto o proprio assente. Forse per questo, o forse perché, con la sua tempistica, ha poche occasioni di confrontarsi con altri runner, tende a scegliere l’abbigliamento peggiore e i momenti più infami per cimentarsi.

Il runner amish in estate corre rigorosamente nelle ore più calde, rigorosamente con scarpe da basket vecchie di tre anni, calzetto lasco di spugna a metà caviglia, pantalone di felpa da ginnastica del liceo dentro le cui tasche risuonano enormi mazzi di chiavi e rimbalza il cellulare, e maglietta bianca Fruit of the Loom vinta in pacco da sei oppure grigia del concerto Guns ’n Roses ‘92 ma comunque di due taglie troppo grande.

Il runner amish prende ciò che viene e non si lamenta di nulla perché considera tutto normale: l’asfalto che gli scioglie le Air Jordan del ‘95, la maglietta fradicia che quando raggiunge i 12 kg di peso tende a ingobbirlo, i pantaloncini che gli bloccano la falcata e scorticano l’interno coscia, i colpi di calore, gli sfiati roventi dei bus di linea, l’ustione solare e quella sensazione di morte incombente.

In tali condizioni non fa molta strada né tiene ritmi sostenuti e quando infine si ferma a rifiatare per evitare il collasso, solitamente siede in pieno sole su di un muretto-bistecchiera e sfodera (da chissà dove) una mela, che comincia a rosicchiare con indolenza nell’attesa che le visioni mistiche gli si diradino dagli occhi.

D’inverno, invece, il runner amish va a correre o prima dell’alba o a notte inoltrata. Caso opposto ma medesima attitudine alla sofferenza: l’amish non usa i guanti nemmeno al centro della “goccia fredda” di The Day After Tomorrow, né usa intimo termico o protezione integrale per le gambe (pants, corsari, calzamaglie? Non son cose da donne, quelle?). Corre con gli stessi pantaloncini estivi e si copre solo sopra: canottiera in cotone, maglietta di cotone, felpone Best Company e giacca da sci Decathlon. In testa, di nuovo, niente. Ecco perché, durante la stagione fredda, il runner amish ha certi problemi di coordinazione a volte erroneamente imputati, da neurologi di fama, a sindromi di ben altra natura: perché riacquista la sensibilità di mani, alluci e ginocchia solo verso aprile; lo stesso dicasi per naso e orecchie, mentre la vasodilatazione perenne a livello dell’addome gli causa un’angina pectoris sospetta, eritemi da sfregamento, e gli facilita enormemente il transito intestinale.

Se stimolato a dovere (e se ti capita l’occasione, per favore, fallo), il runner amish potrebbe trasformarsi in una qualsiasi categoria di altro runner, visto che nessuna Spartan Race sarà mai nulla in confronto a ciò che ha già passato. In ogni caso è proprio questa l’essenza del runner amish: l’inconsapevolezza che la corsa, oltre che sofferenza, possa anche essere piacere.
Ah, e quanto al progetto di rimettersi in forma? Be’ su, non scherziamo: l’amish torna a casa e si scalda 3 porzioni di quattro saldi in padella, due di crocchette di pollo del discount, una badilata di patatine fritte innaffiando il tutto con litri di Lidl-Cola…

Età media: 21-34
Genere: 98% maschile – 2%femminile
Velocità: prossima a zero
Distanza preferita: una mezzoretta
Socievolezza: rarefatta
Sopportabilità (1..10): non applicabile
Domande tipiche:
nessuna fino al momento della rivelazione, poi tante e tutte che iniziano con “ma davvero esistono…?”

1 commento
  1. Enrico Alamprese ha detto:
    15 Agosto 2017 alle 18:09

    Purtroppo lo ammetto, quando ho iniziato a correre ero anch’io un amish…credo che sia una tappa obbligatoria per quasi tutti…:-) :-) :-) :-)poi comincia l’evoluzione…

    Rispondi

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