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Cose da (non) fare a novembre se prepari un Ironman

  • 3 minute read

“Il mese di novembre è una cosa violenta”, è così che mi viene da definire queste prime 5 settimane di preparazione all’Ironman Florida. Un inimmaginabile cambio di prospettiva.

Corsa? Quale corsa?

Quando nella tabella del primo mese vedo che non c’è il running, la cosa che meglio mi riesce, quella che mi gratifica maggiormente, mi viene male. Nuoto, circuit training, riposo, nuoto, riposo, nuoto, bicletta. La settimana è questa, di “corsa” nessuna traccia. E mi dispero. Toglietemi tutto ma non la mia corsa.

Provo a fregarlo il coach, tolgo un riposo e metto un’uscita a piedi, lunga. La prima settimana faccio14 km, la seconda16 km, sorrido e dico agli altri che va tutto bene invece sono già stanco, dentro ne sono consapevole. 48 settimane di lavoro davanti e sono già stanco. Alla terza settimana mollo: alt, stop, fine. Novembre non è un mese in cui un aspirante Ironman deve correre. Lezione appresa, il coach vince sempre.

Nuoto.

Mi riposo meglio, mi nutro meglio (e di più) e le cose cominciano ad aggiustarsi. Studio i campioni olimpici del nuoto per cercare di carpirne i segreti tecnici, un allenamento a settimana lo dedico alla tecnica e scopro che anziché lottare contro l’acqua devo diventarne parte, imparare a scivolarci sopra, farmela scorrere tutta intorno cercando di crearle il minimo disturbo. Ci vuole coscienza di sé e controllo, non è la forza bruta a portarti al traguardo semmai la maniacale cura di ogni dettaglio che ti permetta di risparmiare anche solo una caloria o un millimetro al secondo. I tempi, che da mesi stagnavano, improvvisamente scendono: 5′, 10”o addirittura15”a seconda della distanza. Finalmente.

Circuit Training

Il circuit sulla pista d’atletica mi distrugge. 3 giri composti da 8 stazioni di esercizi a corpo libero, separati da allunghi sui100 m e alla fine una ripetuta da 2000 m a ritmo PB 10k. Dalla quarta settimana mi stabilizzo su 1 ora e 37 minuti a seduta. Difficile quando è asciutto, devastante sotto il diluvio. Quando piove per fare le flessioni bisogna mettere le mani dentro le pozzanghere. Le fermate per eseguire gli affondi, gli squat, i saltelli e gli skip mi fanno congelare l’acqua e il sudore addosso. Rendo di più però, perché il freddo mi fa passare la voglia di riposare. Finchè mi muovo sto caldo, se sto caldo porto in fondola missione. Alla fine mi abituo quasi, alla pioggia e alla fatica.

Bici

La bici ora non prevede lavori specifici, va usata per aggiungere un po’ di lavoro aerobico. Le salite sono abolite, fa troppo freddo ormai. Meglio un vallonato filante a bassa quota, distanza variabile a seconda dell’umore, del tempo e delle condizioni meteo. Tribolo sempre in bicicletta, da quando ho ricominciato ad usarla lo scorso aprile soffro di formicolii al piede, all’inizio è un fastidio ma dopo 3 ore e più in sella è un vero e proprio tormento. Parlo, leggo, cerco di capire, poi il grande Ettore (il mio uomo delle bici, rivenditore, meccanico, psicologo, amico) inserisce una banale soletta da pochi euro nelle scarpette con la suola in carbonio. E magicamente il problema si risolve. Ho patito un’intera stagione per una cosa così sciocca…non provare più dolore è meraviglioso, e i tempi scendono.

Le tabelle specifiche come al solito sono consultabili su L’Era del Ferro

Puntiglio, testardaggine e un pizzico di follia.

E’ noiosa e eccitante al tempo stesso questa routine. Un flow che va oltre il momento in cui mi alleno e diventa parte integrante dello scorrere della mia vita. Il ritmo attorno al quale sviluppare un movimento, dotato di una direzione precisa, verso un obiettivo lontano. Me lo immagino come lo striscione start piazzato sulla spiaggia bianca davanti al golfo del Messico. Ogni respiro, ogni falcata, ogni bracciata, ogni colpo di pedale diventa un po’ più grande ma ancora non lo posso toccare. Eppure lo vedo. I singoli gesti, le singole serate di allenamento, i singoli “non ce la faccio” che invece diventano un cumolo di “l’ho fatto” si perdono in questa distanza siderale che mi divide dalla partenza. Alla fine, però, il tempo e lo spazio percorsi saranno composti solo da questi miliardi di piccoli insignificanti gesti, ripetuti con insensata (e gioiosa) determinazione. Non è in un giorno che si costruisce il successo. Bisogna saper aspettare e mentre si aspetta, agire.

p.s. non appena mi sono abituato a questa tabella ovviamente coach Ironfrankie ne ha mandata una per dicembre che cambia di nuovo tutto. Sopravvive chi si adatta, ormai l’ho capito.

(Photo by Andrea Marchese)

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