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Pensieri di corsa

  • 3 minute read

L’altro giorno ero andato sull’argine del fiume a riflettere, cioè all’inizio ero andato per correre,  solo avevo provato a far due o tre passi di corsa avevo smesso poi subito mi faceva malissimo il piede. (Paolo Nori – Si chiama Francesca, questo romanzo)

Devo dirvi che ero solito dividere il mondo in due grandi categorie. due categorie erano “chi corre” e “chi seduto al bar guarda correre”. Per me era un’immagine poetica, la seconda, proprio bella.

Non che la prima non lo fosse, ma una volta è successo che ero seduto a bermi una birra nelle prime ore di un caldo pomeriggio, fate pure le 5 di un pomeriggio di aprile e con la testa stavo pensando ad una persona. Sul tavolino, guardando la strada, la testa passeggiava liberamente da un pensiero ad un altro.

Io bevo perché mi lascia tempo per pensare senza che nessuno mi venga a dire “che fai?” Capite, no? È abbastanza evidente: bevo quindi sto bevendo anche per gli altri. Poi penso, ma a nessuno sembra fare tanta differenza se lo faccio o meno. Ogni tanto qualcuno interrompeva il mio flusso di pensieri, non vi dico l’astio. Ma il gioco valeva la candela.

Ora, in quel caldo pomeriggio d’aprile mentre pensavo a quella persona, quella persona mi è passata davanti correndo, perché lei è una che corre e si chiama Francesca. Mi è sembrato un po’ strano, all’inizio, ma Francesca abitava lì vicino quindi alla fine tutti gli ingranaggi del caso non hanno fatto poi così fatica.

“La bevi una cosa con me?”

“Corro… dopo, dai.”

E non è più tornata. Non che non l’abbia più vista, ho colto l’occasione per sentirla la sera stessa ma tornando a casa sul blog ho scritto “il mondo è diviso in due, chi corre e chi seduto al bar guarda correre”.

E così quell’idea me la sono portata avanti per molto tempo, praticamente qualche anno, fino a dicembre. Poi a dicembre ho letto un libro, che non ha nulla a che fare con la corsa ma mi ha fatto, come dire, riconsiderare un po’ di priorità e una di queste era che dovevo darmi una mossa e fare qualcosa di diverso, rimescolare le carte in tavola: introdurre un’altra variabile nel sistema. Correre una maratona, dunque!

Tempo libero o tempo liberato, che dir si voglia, ne ho: ho preso in prestito un libro sulla maratona da un amico che ha corso la maratona di New York solo per il gusto di correre la 42a maratona e ho deciso che entro la fine del 2012 sarei stato in grado anch’io di correre una maratona. Non quella di NY, non una in particolare, ma una maratona. Di più non saprei dirvi.

Ravvedersi dalla mia pigrizia è stato facilissimo, non pensavo, e così istantaneo che mi sono stupito. Dopo la prima corsa, la sera, non riuscivo nemmeno a cavarmi le scarpe. Ma quello perché ero fuori forma. Ora immagino che le cose cambieranno. Non vedo perché no.

Tagli, rinunce? Per ora non direi, non ho cancellato nessuna delle mia soste al bar, ma ho iniziato da tre settimane e credo proprio che la parte seria dell’allenamento debba ancora arrivare. Ho le scarpe giuste e anche quelle magliette traspiranti fatte in materiali con dei nomi stranissimi a causa dei tessuti sintetici che le compongono. E ho dei pantaloni che si chiamano “corsari”. Stupendo!

“All’arrembaggio uomini del mare” grida il Corsaro Nero quando scaglia la Folgore contro le navi del perfido Governatore Wan Guld, se avete letto un po’ di Salgari lo conoscete anche voi. Me lo ripeto ogni volta sto per iniziare a correre. Perché? Perché il bottino è ricco, la posta in gioco è altissima: realizzare un obiettivo per il gusto di realizzarlo.

Allora corro e via. Non si tratta di fuggire da qualcosa, a ben vedere si tratta di tornare con la mente in quel bar, libero di riflettere in santa pace. Perché quando corro la gente vede che corro e non ho ancora incontrato nessuno che mi domandasse “che stai facendo?”. Così, nell’indifferenza altrui sono ancora lì al bar, libero di pensare.

Andrea H. Sesta

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