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Road to Milano City Marathon 2012 (prima parte)

  • 5 minute read

Domenica mattina di metà marzo, Just another try dei Planet Funk esce dagli auricolari dell’ipod mentre mi preparo a correre l’ultimo lunghissimo da 32k che dovrebbe dirmi se sono pronto per la Milano City Marathon 2012. In tutto qualcosa come 600km di corsa, affiancati da 5km di nuoto e 1 sessione di spinning a settimana in poco più di 4 mesi. La mia prima maratona, agognata da 2 anni, da quando ho iniziato a correre “seriamente”, e ancor più sospirata dopo che la scorsa estate la bandelletta sinistra mi ha costretto ad interrompere dopo solo 7 settimane la preparazione per Venezia, spegnendo i miei sogni di gloria. Arrivare sano alla starting line sarebbe già un successo, mi viene da sorridere al pensiero che ormai il più è fatto.

Ciò che per molti è una pazzia (ma sei matto? Chi te lo fa fare?) per me è molto semplicemente il modo di mantenere una forma fisica brillante, l’illusione di tenere sotto controllo almeno per 3 ore e 30 la mia vita e soprattutto la dimostrazione a me stesso di essere in grado di andare oltre i miei limiti. E infine, fare qualcosa che il senso comune percepisce come “straordinario”. Anche l’ego, ammettiamolo, vuole la sua parte

Ricomincio da zero

Un altro tentativo è proprio quello di cui ho bisogno per tornare ad avere fiducia in me stesso dopo il “fallimento” precedente. L’analisi a freddo dirà che l’infortunio estivo è arrivato per troppi chilometri, corsi a ritmo troppo forte, scarso stretching, trascuratezza dei distretti muscolari del core e della parte superiore del corpo, e per aver ignorato i segnali di allarme lanciati da un fisico portato troppo al limite. Insomma, la perfetta summa degli errori che un runner amatoriale possa commettere.

A settembre quindi la decisione di cambiare tutto, a cominciare dall’abbandono del pregiudizio che un podista debba solo correre, magari 5 o 6 giorni a settimana. Più di un amico triatleta mi ha insinuato questo tarlo in testa e così mentre inizio la riabilitazione comincio a nuotare e mi rimetto ad andare in bicicletta.

Questa volta si tratta di lavorare su me stesso a tutto tondo. Decido di trattare corpo e mente con un approccio ingegneristico, più o meno come si sviluppa e si porta in gara un mezzo meccanico da competizione (deformazione professionale), studiando con cura ogni più piccolo dettaglio. Soprattutto tenendo a mente che devo rimanere fisicamente sano e psicologicamente equilibrato. Altrimenti, ne sono certo, tutto andrebbe a rotoli nuovamente.

Sono in grado di ricominciare a correre in ottobre, due mesi esatti dopo l’infortunio, dovendo ripartire quasi da zero. Quattro settimane di paziente ricostruzione per tornare alla classica ora di corsa lenta (11/11,5k) e poi altre quattro settimane di altrettanto prezioso lavoro sulla velocità di base. Tre uscite di running a settimana, bici o spinning a seconda del tempo e del giorno, e soprattutto la presa di coscienza che non sono in grado di nuotare. Sì, perché stare a galla è una cosa, ma nuotare crawl (stile libero) è un altro paio di maniche. Inizio con il corso base: un giorno a settimana, nella piscina da 1 metro di profondità, con l’acqua calda adatta ai bimbi di 3 anni e con signore di 60 anni come compagne di corso. Nel giro di un mese passo al corso intermedio, 2 sessioni a settimana e 4-5km totali lavorando come un pazzo sulla tecnica che, lungi dall’essere di alto livello, è adesso almeno accettabile. La piscina contribuisce in modo fondamentale al miglioramento dell’efficienza cardio vascolare, oggi traducibile in 11 battiti in meno a riposo rispetto a 12 mesi fa.

Qualità vs. Quantità

Una volta rientrato in possesso delle mie capacità di corsa di base la scelta del programma di allenamento cade sul FIRST, per due ragioni. Uno, chilometraggio ridotto e quindi minori possibilità di distruggersi; due, obbligo di integrare il running con nuoto e ciclismo, perfetto per uno che se fa le cose le fa per bene e nella mente ha le parole Ironman – Kona – Hawaii che sfilano in sequenza a ritmo ininterrotto.

Si parte con il test sui 10k per determinare la velocità di riferimento: 4’25”, un valore che convertito significa maratona corsa tra 5’00” e 5’10”, ovvero qualcosa intorno alle 3h30′ / 3h40′. Abbastanza ambizioso per essere la prima volta. Sufficientemente sfidante per motivare il sottoscritto a sacrificare 6 giorni a settimana (con rammarico e un certo senso di colpa) parte del tempo che potrei passare con mia moglie, o alzarsi alle 5:30 del mattino per completare gli allenamenti in giornate lavorative extra-lunghe magari con cena addizionale. A proposito, se siete sposati o comunque vivete con qualcuno assicuratevi che la vostra dolce metà sia consenziente prima di avventurarvi in una cosa del genere. È tra l’altro un ottimo test sulla qualità del rapporto.

Le settimane scorrono veloci scandite da una sequenza semplice che diventa il mio mantra: acqua, medio, bici, acqua, ripetute, riposo, lungo. Dicembre è liscio e facile, Gennaio sa inaspettatamente di temperature quasi miti, sviluppo della potenza lipidica e costante lavoro in palestra con l’obiettivo di rafforzare addominali, glutei e quadricipiti, senza i quali l’infortunio diventa più che probabile considerati i carichi di lavoro a cui mi sto sottoponendo.
A inizio febbraio tutto si complica. Nevicate continue, temperature artiche, tendinite all’estensore lungo del piede sinistro e influenza. Un bel pasticcio, proprio adesso che si comincia a salire con il chilometraggio. Cinque giorni senza running (ma si continua a nuotare e pedalare) vanno aggiunti a cinque giorni di fermo totale causa febbre. La prima settimana dopo la ripresa è un tormento: gambe pesanti, mancanza totale di flow nel gesto tecnico, persino i polmoni non sembrano più efficienti come prima. Soffro altri dieci giorni su ritmi e distanze più conservative ma almeno il piede lentamente inizia a migliorare, previa sostituzione delle mie Wave Rider 14 (che diventano i materiali da ripetute) con le più protettive Ultima3.

Quando il gioco si fa duro

È ormai tempo di lunghissimi. A domeniche alterne aumentano le difficoltà, più ti avvicini alla cima e più devi affrontare pareti impegnative. Mi presento così al cospetto del signor 32 chilometri. Scelgo di farlo da solo, anche se lo stesso giorno a meno di un’ora da casa mia c’è la Piacenza Marathon. Se i 42k sono una questione di gestione fisica ma soprattutto mentale, mi dico, è bene che in allenamento mi metta nelle condizioni peggiori. E poi ho appena finito di leggere “La solitudine del maratoneta”, l’istinto mi dice che sto facendo la cosa giusta.

E infatti tutto scorre liscio, una perfetta seduta negative split. Prima metà a 5’06”, seconda metà a 5’54”, in totale 2 ore 39 minuti e spiccioli con la sensazione di grande pulizia interiore, completo svuotamento mentale e di una meccanica di corsa per la prima volta davvero naturale. Il finale è duro ma non sofferto, sembra che la preparazione abbia funzionato. Morale a mille, endorfine in circolo. La settimana successiva è lenta, poi le gambe tornano veloci e in in 5 giorni arriva il personale sulla mezza, non cercato e come intermedio di un’uscita da 24k per nulla tirata (1h40′, miglioramento di 5 minuti rispetto a 1 anno prima), e quello sui 10k (40’30”, meno 7 minuti in 10 mesi) alla fine di una sessione di ripetute 6x1200m con recupero 500m (un po’ inseguito, confesso, sparando sequenze di 3’50’’ con recuperi a 4’15’’ anzichè a 5’00’’). Tutto bene, tutto perfetto. Sembra.

Conosci te stesso

Ed eccomi qui, sulla linea di partenza del sentiero running al Parco Cittadella di Parma, per affrontare il secondo e ultimo 32k. Mi accolgono nebbia, freddo, pioggia e solitudine, i frequentatori abituali della domenica mattina sono a Novellara a farsi una 30 chilometri in compagnia. Ho la testa piena di pensieri e un campanellino d’allarme interno che suona basso e lontano quando il bip del Forunner 305 mi fa tornare alla realtà dicendomi che è ora di cominciare…

(©iStockphoto.com/hjalmeida)

3 commenti
  1. Pingback: Milano City Marathon, il reportage di chi l'ha corsa | RunLovers
  2. Testa&Gambe ha detto:
    22 Aprile 2012 alle 10:05

    “l’illusione di tenere sotto controllo almeno per 3 ore e 30 la mia vita”
    Quanta verità in una sola riga.
    Chissàse i chilometri macinati sono unità di misura per il controllo o per l’illusione…
    :-)

    Rispondi
  3. Tower ha detto:
    3 Maggio 2012 alle 09:30

    Mi sa la seconda ;-) Ma è già qualcosa!

    Rispondi

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