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Appunti sparsi su una 42km spagnola.

  • 5 minute read

Pochi giorni fa qui, avevo lasciato le mie asciutte considerazioni su ciò che mi apprestavo a fare (una maratona, la Divina Pastora di Valencia).

Com’è andata? Non posso davvero raccontare 4 giorni di gozzovigli spagnoli e 1 maratona, vi annoiereste un sacco. Preferisco mettere giù qualche nota folkloristica e di performance su questa maratona, magari vi vien voglia di farla e di visitare Valencia, e non vorrei rovinarvi l’esperienza.

Appunti [rigorosamente in ordine sparso]:

  • Valencia è stata concepita da Dio di domenica per la sua giornata “get fit”. Quando mi sono ritrovata a leggere (sbavando) dei suoi 10km di parco lungo i Giardini del Tauria, (ex letto di un fiume) è stato un attimo che il giorno dopo ero lì a correre. Anche perché altrimenti avrei rischiato la denuncia, visto che continuavo a fissare i runner che mi sfrecciavano ai lati mentre visitavo la città.
  • “No pasa nada” ovvero, la calma del mediterraneo. Se alle 20.30 vi trovate in polleria e pensate di presentarvi impazienti e frettolosi (e magari incazzerecci dopo una giornata storta) a comprare la vostra cena, ricopritevi di calma zen e lasciate subito fuori dalla porta “lavoro guadagno, pago pretendo”. Agli spagnoli non gliene frega una cippa se avete fame & fretta. Mettetevi a sedere, visto che le sedie ci sono anche nelle gastronomie e attendete pazienti il vostro turno. Prima o poi, avrete il vostro pollo. Che non mangerete ovviamente prima delle 22.30 (orario di cena). Secondo gli spagnoli il tardo orario concilia pure il sonno, invece che incasinare la digestione. Punti di vista.
  • “No pasa nada”/bis. Da poco stracciacazzi quale sono, avrò chiesto sì e no se c’erano corse speciali dei mezzi pubblici per raggiungere la partenza della maratona giusto quella decina di volte: tramvieri, hostess della maratona, impiegati della metro di Valencia, non me n’è scappato uno. Sì sì, prima corsa alle 6.00 di mattina. Eh ok, ma poi? Ma poi niente, tutto come una normale domenica, una corsa ogni mezz’ora. Che tanto stai poco in ansia prima della partenza, e non vuoi mica arrivare in orario …
  • Essere nelle griglie di partenza a una data ora, è un’opinione. Mi ricordo che a Firenze lo scorso anno sembrava ci fosse la pena di morte se ti presentarvi in griglia dopo 1 minuto rispetto all’orario comunicato sulle info gara. Io a Valencia lo avrò cercato scritto anche in cirillico, ma proprio non c’era. Partenza alle 9.00? Ecco vedi di essere lì per quell’ora e stai sereno. Amen.
  • Non c’è trucco, non c’è inganno: memorizzatevi bene dove abitate mentre siete in vacanza. Questi paesi, dove fanno le entrate così una uguale all’altra .. come può non succederti di entrate nel palazzo sbagliato, cercare di entrare nella porta sbagliata e provare anche più volte a suonare il campanello per farvi aprire dalla persona (sbagliata)? Appunto, concorderete con me che succede. Quindi scrivetevi da qualche parte l’indirizzo preciso oppure spargete bene le briciole di pane per tornare a casa.
  • New mantra – Valencia edition: se devi piangere, piangi alla fine. Okay, ero parecchio sensibile/emozionata alla partenza. Cioè, in realtà lo ero anche durante la gara. Ma se avete covato 1 anno una maratona, ci sta che poi ti emozioni così tanto da non riuscire più a respirare. Ecco, se posso consigliarvi, provate a svuotarvi prima. Datevi degli schiaffi, sbattete la testa contro il muro, fatevi una seduta di training autogeno. Perché la sottoscritta ha rischiato la vita almeno al 7°, al 16° e al 30° km da quanto singhiozzava e non riusciva più a correre. Poi ho deciso che o correvo o mi commuovevo e ho scelto la prima, era meno faticosa.
  • Sentirsi una kenyota e correre da romagnola. A me non era mai successo. Quarantadue km e centonovantacinque metri, q-u-a-r-a-n-t-a-d-u-e km e c-e-n-t-o-n-o-v-a-n-t-a-c-i-n-q-u-e metri di tifo. Sissignori. Tutti i runner a Valencia hanno il nome stampato sui pettorali: nessuno può sfuggire agli incoraggiamenti di un pubblico spaziale, che si passa la mattinata ad applaudire, incoraggiare e a sgolarsi per i runner (praticamente come in Italia). E per runner, intendiamo quasi 8.000 maratoneti e 9.000 runner della 10km.
  • La ragazza dal golfino bordò. Se correrete a Valencia, vi auguro di incontrarla sulla vostra strada. E’ sbucata su almeno 4 punti diversi del percorso e ho pensato che si rompesse a metà da quanto si stava sgolando piegandosi in avanti. Praticamente all’ultima apparizione era cianotica. Non sono ancora sicura fosse una ragazza in carne e ossa o la madonna che mi appariva per evitare che mi affogassi di commozione mentre correvo.
  • Two is mej che one. Non ce la posso fare. Il mio spagnolo non esiste. L’inglese si insinua abilmente nelle pieghe cerebrali e mi impedisce di comunicare con gli abitanti della penisola iberica. Sono riuscita comunque a trascorrere una serata con 3 spagnoli che parlavano di vini senza la mia traduttrice e sono sopravvissuta. Forse ho fatto anche qualche commento interessante (oltre che ad alzare le sopracciglia, che è sempre un gran trucco per dimostrare che seguite qualsiasi tipo di conversazione, anche in esperanto)
  • Farsi sostenere anche dai propri amici è bello. Sempre che loro riescano a vedervi nella folla che a volte si stringe intorno ai runner tipo supporter del giro d’Italia in cima allo Zoncolan. Io e la mia mitica amica Patty, siamo riuscite ad essere nello stesso posto per 3 volte (stessa ora, stesso luogo, io correvo lei doveva fare il tifo) ma non siamo riuscite a vederci. Per dire.
  • Essere ospitati da un’amica festaiola e dal suo coinquilino spagnolo, sommelier e produttore di vini, può non essere molto tattico per la vostra maratona. Incluso fare brunch in una enoteca spagnola e pranzare in un ristorante italiano famoso per la sua cantina il giorno prima della gara.
  • Il campo di concentramento. L’arrivo sull’acqua della Divina Pastora è uno di quei traguardi mozzafiato. Che subito dopo aver ricevuto la medaglia al collo, si trasformano in Dachau. Perché a differenza di altre maratone, ci si trova in un piazzale molto ampio, dove i feriti di guerra camminano a gambe larghe (chi riesce a camminare!) e si leccano le ferite (chiamiamole così, ma chi ha già fatto una maratona … you know what I mean). Insomma, può non essere proprio la vista ideale che si desidera dopo uno sforzo fisico. Ma a Valencia hanno capito tutto: nel piazzale in questione lo stand più grande è quello delle birre e delle radler per i runner. “Lì sì che sanno come rimetterci in sesto velocemente!” (disse colei che si era scolata post maratona 2 birre in 3 minuti).
  • Filippide è la carta vincente. Mi è capitato di parlare a tavola delle origini e dei protagonisti della maratona. Gli spagnoli con cui ho parlato pensavano parlassi di un cantante. Ma la storia gli è piaciuta talmente tanto, che poi uno ha deciso di allenarsi con me il giorno successivo: 2 km e poi è scoppiato. Ci vediamo nel 2014, così gli do il tempo di allenarsi.

Hasta luego campeón!  (sono le uniche altre parole che ho imparato, ma probabilmente vi basteranno per correre la Divina Pastora).

(Photo credits: http://maratondivinapastoravalencia.com)

2 commenti
  1. sbiddo ha detto:
    20 Novembre 2013 alle 12:35

    quest’anno ho fatto torino ma con questa storia mi hai fatto venire voglia di fare valencia il prossimo anno… ci faccio un pensiero serio se non vado a NY!

    Rispondi
  2. gennaro emiliano girasole ha detto:
    20 Novembre 2013 alle 15:56

    Mitica Anne..as usual!

    Rispondi

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