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L’arte di correre e di scrivere di Murakami

  • 4 minute read

Tutti i runner, inevitabilmente, finiscono per leggere qualcosa sulla loro passione. Se stai leggendo questo post è probabile che tu 1) abbia già letto L’arte di correre, come Anne Zannoni 2) sia un fan di Murakami Haruki (o l’inverso, come preferite), come tazzina-di-caffè 3) entrambe le cose.

Tradotto in Italia da Antonietta Pastore e apparso presso Einaudi per la prima volta nel 2009 è già diventato un piccolo classico. Conoscevo la storia dello scrittore maratoneta e m’incuriosiva il rapporto  tra lo scrivere e il correre (che mi pareva del tutto evidente, forse anche grazie a Tito Faraci). Ero un po’ prevenuta: «questo è uno che fa sul serio! Come farò a riconoscermi in ciò che scrive?». Invece mi sbagliavo.

Scrivere e correre: ci può essere in apparenza qualcosa di più diverso?

Affinare la tecnica e resistere. Perseverare e perfezionarsi.

«Per quanto banale sia un’azione, se ripetuta spesso ingenera una sorta di intuizione estetica» (p. 3). Sembrerà banale o semplicistico, e forse lo è, eppure per la maggior parte delle persone (iperattive o non abituate all’attività intellettuale) la cosa più difficile dello scrivere credo sia trovare il tempo, sedersi in una stanza, in silenzio e concentrarsi. Restare concentrati e perseverare (p. 70).

Nella corsa, invece? Lo stesso. Superare quei 5/10/25 minuti, a seconda dei limiti personali, dopo i quali sopravviene il dolore o la noia (nella corsa), il blocco creativo o la sfiducia in se stessi (scrivendo).

Ovviamente non è la stessa cosa buttare giù un pamphlet o concepire un’opera di grandi dimensioni in più volumi, esattamente come fare una corsetta domenicale nel parco non è uguale a correre una maratona.

Murakami Haruki fa entrambe le cose.

Prima di cominciare a correre, tuttavia, era proprio come tutti noi (a parte una determinazione ferrea di stampo nipponico che ricorda tanto le capitali partite di sado-pallavolo di Mila e Shiro).

«Cominciai dunque a correre, ma all’inizio non resistivo a lungo. Venti, trenta minuti al massimo bastavano a farmi venire il fiatone. Mi sentivo il cuore in petto e mancare le gambe. Era inevitabile, essendo rimasto per tanto tempo senza fare del moto degno di questo nome. Quando correvo mi vergognavo quasi di farmi vedere dai vicini», p. 38.

Perché correre (o scrivere)?

«Una occasione estremamente valida di apprendimento» (p. 5).

Cosa c’insegna meglio i nostri limiti dello scrivere e furiosamente poi stracciare i nostri maldestri tentativi? Quale attività mostra con grande onestà i limiti del nostro corpo?

Il primo problema serio che dovetti affrontare appena diventai uno scrittore professionista fu come tenermi fisicamente in forma. Per natura, se non faccio attenzione, tendo a ingrassare. […] stando seduto dal mattino alla sera alla scrivania, a poco a poco mi indebolivo e mettevo su chili. E al tempo stesso fumavo troppo, concentrarmi mi rendeva nervoso. […] Poco tempo dopo smisi di fumare. Quando si corre ogni giorno smettere di fumare è nell’ordine naturale delle cose, pp. 32-33.

Come dargli torto?

Perché Murakami Haruki corre?

O meglio, perché tanta gente corre?

Se io corro […] è perché è un’azione consona alla mia natura. O per lo meno perché «non è più una fatica tremenda». Gli esseri umani trovano naturale perseverare nelle cose che amano, e in quelle che non amano no, sono fatti così. In questo la volontà avrà certo un suo ruolo, ma nessuno può continuare per molto tempo a fare qualcosa per cui non è portato, nemmeno se possiede una volontà di ferro, nemmeno se per carattere non tollera le sconfitte. E anche ammettendo che ci riesca, non ne trarrà alcun beneficio. [Vedi alla voce Open, N.d.R.].

Per questo motivo io non ho mai, neppure una volta, spronato le persone intorno a me a fare jogging. […]

La corsa non è uno sport adatto a tutti. Così come non è congeniale a tutti la professione dello scrittore, p. 42.

Dopo la lettura di questo libro tre cose sono restate con me.

1) Sympathy for the Devil

Avevo già apprezzato i gusti musicali dell’autore in Norwegian Wood, prima Feltrinelli col titolo Tokyo Blues, ora Einaudi.

Ieri ho corso al suono dell’album Beggars Banquet, dei Rolling Stones. Come accompagnamento musicale per correre, il coro funky che fa ho-ho in sottofondo in Sympathy for the Devil è perfetto (p. 85).

2) 18 ʼtil I die

Poi Murakami è passato al triathlon e si è comprato una bicicletta degna di questo nome.

La tratto senza risparmiarla, questa bici, ma non mi ha mai dato problemi. […] Ci ho fatto scrivere sopra 18 ʼtil I die, avrò diciotto anni fino alla morte. Ho preso in prestito il titolo di una famosa canzone di Bryan Adams. Ovviamente è uno scherzo. L’unico modo per avere diciotto anni fino alla morte è di morire diciottenni, p. 123.

3)

Quando su una lunga distanza voglio mollare e credo di non farcela ripenso al motto che Murakami coniò durante una gara di triathlon, p. 151:

Se non altro, fino alla fine non ho camminato.

Per concludere:

Ovunque nel mondo, i corridori su lunga distanza hanno sul viso la stessa espressione assorta. A cosa pensino non lo so, però sembra proprio che riflettano profondamente su qualcosa. Provo ammirazione vedendoli impegnati a correre con un caldo simile, poi mi rendo conto che sto facendo la stessa cosa anch’io, p. 78.

(Foto: 8 luglio 1983, Grecia: sul percorso originario, Murakami taglia per la prima volta il traguardo di una maratona)

5 commenti
  1. Giulia Stramaccioni ha detto:
    8 Agosto 2013 alle 10:38

    bellissimo libro

    Rispondi
  2. Pingback: Correre ti rende più intelligente | RunLovers
  3. Laura Nicolini ha detto:
    14 Giugno 2017 alle 12:28

    Che bello questo articolo, grazie!

    Rispondi
    1. Martino Pietropoli ha detto:
      14 Giugno 2017 alle 16:51

      Grazie a te!

      Rispondi
  4. Lacritica ha detto:
    18 Giugno 2017 alle 11:51

    Grazie molte, cara Laura! <3

    Rispondi

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