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Chiamatemi Darwin, please

  • 3 minute read

In questi giorni umidi, dove davvero mi piace assai correre fuori e sentire il bagnaticcio sulla peluria e sulla pelle, me ne sto a rimuginare tra la casa e l’ufficio a temperature tropicali. (scusate, non voglio fare della polemica ambientalista gratuita, ma noto ogni anno come appena il 2 di 20° diventa 1 inteso come 19°, accendiamo i termosifoni. Evabbèh).

Rimugino sul fatto che dopo 6 mesi OFF dalla corsa e 2 mesi molto intensi e belli passati a far girare come una matta le gambe, tipo sulle giostre, sono di nuovo ferma per un acciacco a un muscolo (?) di cui prima ignoravo l’esistenza. Il muscolo in questione dovrebbe essere l’ileopsoas e se anche voi avete problemi come me nel pronunciarlo, no worries: potrebbe diventare il vostro nuovo “trentatrè trentini andarono a Trento, tutti e trentatrè ecc ecc”; è difficilissimo da dire, vi dico solo che se non ho con me Google a portata di dita, continuo a tentare di spiegarlo a chi mi domanda: “cosa hai di preciso?”, cercando di rispondere con l’aiuto da casa. Tipo: “Ho male all’ileoequellarobalì.” Comunque ho scoperto che è una problematica molto diffusa, perché anche parlando con atleti di livello nazionale, maratoneti e mezzofondisti, mi confermano di avere sofferto della stessa patologia quasi tutti nella loro carriera.

Dicevo appunto, che a parte fare molti, moltissimi esercizi di stretching [ormai sono diventata un manuale di esercizi di stretching vivente, che manco Jane Fonda nei suoi patinatissimi “Aerobic” in VHS vi può spiegare, perciò domandate e vi sarà dato.] sto pensando parecchio.

Ciò che si infiamma, sfiamma poi, no? Sì, no? Eh?!

Il pensiero è: se un muscolo si infiamma, e non poco perchè ho passato una settimana a chiamare l’ACI per alzarmi dal letto alla mattina a causa del dolore, insomma prima o poi si sfiamma. E’ per forza fisiologico. Addirittura si sfiamma continuando a fare attività, quindi sollecitandolo lievemente, senza doversi fermare completamente. Così mi è stato consigliato da più di un luminare: “Non ti fermare, o è peggio, perchè poi rinizi e ricomincia tutto da capo”. Ah beh, allora. Grazie, un passo in più verso la beatitudine. A me questa cosa mi affascina tantissimo insieme a tutta la storia dei plantari, che io porto e senza i quali sono persa, anzi, rotta.

In pratica noi runner, ma anche i triatleti e non solo, portiamo il nostro fisico a compiere sforzi estremi per coronare imprese epiche. O almeno, tali le ritengo rispetto alle nostre basi di partenza, che in genere sono prossime al circuito: divano-lavoro-birretta-casa. Corriamo maratone, corriamo ultra maratone, maratone in pista (questi sì, che sono tuonati all’ennesima potenza), trail, utratrail, ecc.

Il nostro corpo si modifica, si adegua, si adatta.

Lo stesso succede con gli infortuni, ci portano ad adattarci. Probabilmente cambierò anzi, avrò già cambiato la mia postura di corsa a causa dell’amico ileo (ragazzi, chiamamolo così, o ci perdo le ore a scrivere il pezzo) ma nonostante tutto, il corpo prima o poi si conformerà in un altro modo. Sopporterà questo periodo di fruste, di urla e di doloretti e poi rinizierà a carburare. Come? Di sicuro diversamente da prima; si tarerà e deciderà senza che la sottoscritta se ne renda conto, che qualche grammo in più andrà appoggiato a destra piuttosto che a sinistra. Che il metatarso verrà spinto più in giù di 1mm e mezzo e via dicendo. Siamo delle macchine incredibili, a volte con delle carrozzerie da Trabant, ma con un’ingegneria dentro che manco la NASA.

Se potessi fare 2 chiacchiere al volo con Darwin su quella storia che non sopravvive il più forte, ma quello che meglio si adatta, mi toglierei un sacco di sfizi. Va a finire che scopro che anche lui ha avuto l’ileoequalcosa infiammato.

(Photo from http://trabbiproblem.wordpress.com)

1 commento
  1. Paolo Guerra ha detto:
    22 Ottobre 2013 alle 13:39

    Scusa ma c’è un grave errore nel tuo pezzo. Tu affermi che secondo Darwin sopravvive quello che meglio si adatta e non il più forte. Darwin non ha mai detto questo. Secondo la teoria della selezione naturale il più forte è quello che meglio si adatta. Hai scisso i due concetti quando in realtà forza e adattamento coincidono. Ciao.

    Rispondi

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