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Non ci resta che correre

  • 3 minute read

Non ricordo bene come questa storia sia partita, l’unica certezza che ho in questo momento è che ho un biglietto a/r per Boston con partenza il 19 Aprile, un tendine malandato, un compagno di corsa ex malandato e in cerca di equilibrio (dice lui) e un Runner Passport per correre la Boston Marathon il 21 Aprile.

Se mi concentro, ricordo che tutto è partito un anno fa circa, quando il 15 aprile una bomba scoppiò presso il traguardo di quella che è una delle maratone più storiche degli Stati Uniti. Ero a cena con un’amica, con il polpastrello fumante sull’app che in tempo reale dava gli arrivi dei partecipanti. Noi di RunLovers aspettavamo tutti Jack, che quel giorno era appunto tra i migliaia di partecipanti. Poi all’improvviso una whatsappata dalla mia coinqui che mi scrive: “Hai visto che cazz di macello? Ma il tuo amico è là?”. E poi di lì il patema di tutti noi runloveri non riuscendo a raggiungerlo per circa un’oretta. Poi il sospiro di sollievo e tutto il resto è storia che ahimè, noi runner feriti nel profondo, conosciamo.

Da quel fattaccio è partito tutto. Torna Jack e dice: “non si fa più Tokyo (che era il nostro progetto di supermaratonamegafiga all’estero). Io devo tornare là.” E okay, va bene, bellissimo proviamoci vediamo se riusciamo ad entrare e se siamo dentro è fatta.

A settembre proviamo entrambi giorni di tensione e di nuovo di polpastrello fumante: proviamo ad essere ammessi grazie ai nostri migliori tempi sulla distanza. Io praticamente ero tornata a correre da sì e no 2 mesi, e lui si apprestava a fare Berlino. Insomma, di refresh in refresh (del browser) e compilazioni di moduli (a Jack hanno richiesto ulteriori dimostrazioni del suo PB sulla distanza – e hanno fatto bene, maledetto uomo veloce) ce l’abbiamo fatta. Ci accettano!

Ma chi poteva dirlo che poi ci saremmo ritrovati i mesi successivi davanti? Lui con un tallone che definitivamente si sbraga durante la Maratona di Berlino a settembre. Io che continuo a subire gli sfanculamenti dei muscoli e dei tendini più improbabili delle mie caviglie e dei miei piedi.

Ci ritroviamo a 10 giorni dal gran giorno, come due scolaretti che si presentano a scuola ma non hanno studiato particolarmente bene. Non è che non si impegnano, è che sono un po’ svogliati. Un po’ presi da scossoni lavorativi e fisici. Entrambi muniti di carrozzerie fatte per andare veloci, ma che al tagliando di check up hanno lasciato un bel po’ di soldi al manutentore, perché c’erano parecchie cose da sistemare (e che ancora non funzionano). Onestamente: io mi sento proprio scassata. Come quelle macchine, chennesò, tipo la Bianchina di Fantozzi.

Così domenica scorsa, in vero stile: “prof non ho studiato ma le dimostro che in realtà mi sto impegnando un casino e mi voglio proprio diplomare eh!” L’uno all’insaputa dell’altro ci siamo fatti questo improbabile lungo. Io alla Milano City Marathon (di cui vi racconterò un’altra volta, perché come tutte le corse che vivo, c’è sempre qualcosa di surreale ad accompagnarmi – a volte mi chiedo se veramente corro o sogno di correre) un trentello così, in pura scioltezza. Lui salite rabbiose e pendii là dalle sue parti.

Lunedì i miei tendini cigolavano come un cancello arrugginito, i suoi non lo so.

Il prof è lì che ci aspetta, lo vedo da qua dietro la linea del traguardo. Non credo accetti giustificazioni o ritiri, se siamo lì … sappiamo il perché. Ora, non ci resta che correre. E possibilmente sorridere, parecchio: 1 mese fa nessuno di noi due pensava probabilmente di riuscire a correre 42k, mentre ora sappiamo che ci riusciremo (con qualche incitamento). #helloboston, stiamo arrivando!

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