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7 è il numero magico: 7 maratone in 7 giorni in 7 continenti diversi

  • 2 minute read

Di gente che fa una maratona al giorno ne hai già sentito parlare. Di gente che ne fa una al giorno per 7 giorni anche.
Ma di gente che ne fa una al giorno, per 7 giorni e in 7 continenti diversi non se ne era mai sentito parlare.
Almeno fino all’anno scorso quando si è tenuta la prima edizione del World Marathon Challenge.

Gente strana (e danarosa)

Il World Marathon Challenge ha diversi primati: innanzitutto quello di gara più pazza del mondo, poi quello di gara con location più diverse fra di loro e infine di gara più costosa al mondo.

Fanno benissimo a chiamarlo Challenge perché qui la sfida non è solo nel fare una maratona dietro l’altra per 7 giorni di fila. Quello è il meno (si fa per dire): la sfida è farlo in 7 continenti diversi, con condizioni atmosferiche che variano dal freddo artico, per passare poi al meno freddo del Cile, al caldo di Miami, al clima temperato di Madrid, fino a quello meno piacevole di Marracash e Dubai finendo a Sidney (che è come Miami, circa). E se non bastasse in mezzo ci devi mettere degli spostamenti aerei che non sono proprio rilassanti, per di più subiti da fisici già stressati dalle maratone appena fatte. Che correranno a temperature non sempre piacevoli: a volte troppo calde, a volte estremamente fredde, quasi mai “giuste”.

Ok, ci voglio andare

Vuoi trovare i tuoi limiti? La quota di iscrizione per l’edizione del 2017 è di 37.000 €: un po’ costosa come iscrizione, no? Però considera che sono compresi i pasti, l’alloggio e gli spostamenti. Non sono compresi i voli da dove vivi all’Antartide e il ritorno da Sidney. In tutto sono 38.000 km fatti in 59 ore di volo, pasti consumati a bordo e sonno… sempre in volo.
Non meraviglia che ad aver fatto la prima edizione siano stati solo in 11. Quest’anno invece ci proveranno dal 23 al 30 gennaio in 15. La prima edizione è stata vinta dal veterinario triatleta di Hong Kong David Gething, che ci ha messo 25 ore, 36 minuti e 3 secondi. Tra l’altro completando l’ultima frazione a Sidney con soli 30 minuti di ritardo rispetto al suo personal best a Boston, ma comunque un tempo di tutto rispetto considerato che ci era arrivato devastato dalle precedenti gare.
E nonostante tutto, felicissimo. “In Antartide non ci correrò sicuramente mai più. Mi si sono congelate le dita dei piedi. È stata durissima. Nelle prime maratone ci studiavamo molto, eravamo in competizione. Poi siamo diventati un gruppo e ci aiutavamo a vicenda” ha raccontato al suo arrivo.

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