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La scarpa da running nel 2015 e quella del futuro

  • 3 minute read

I tempi in cui si facevano le suole delle scarpe da running con la piastra da waffle sono passati da un bel po’ e, negli anni, l’unico “attrezzo” per correre a non essere fatto di ossa e muscoli si è evoluto molto. Soprattutto negli ultimi tre anni. Fino ad allora era normale infatti non considerare drop, suola, tomaia: bastava la scarpa fosse funzionale alla corsa. Le uniche discriminanti erano dei numeri, quelli che sembrano dei nomi di autostrada: A1, A2, A3, A4, le colonne di un file Excel per la catalogazione della scarpa.

Dimentica le sigle (e il peso)

Partiamo dal fatto che catalogare una scarpa in base al suo peso è formalmente sbagliato, è come dire che un’armatura medievale protegge più di un giubbotto antiproiettile in kevlar solo perché è più pesante. Anche il peso dell’atleta è relativo: ho visto triatleti da più di 100 kg correre maratone con delle scarpe barefoot (quelle con le dita sagomate, tanto per non fare nomi e cognomi) e persone con un appoggio biomeccanicamente perfetto usare scarpe pesanti più di un carro armato quando avrebbero potuto correre anche scalzi.

Dimentica le sigle, appunto. Negli ultimi anni sentiamo sempre più parlare di scarpe da gara, da allenamento e protettive (quelle con il supporto anti-pronazione, potremmo discuterne per ore sulla loro efficacia ma non è lo scopo di questo articolo).  La loro definizione nasce non dal peso ma dalle caratteristiche dinamiche. Le prime sono fatte per dare la massima reattività, le altre per garantire più comfort e sicurezza nell’appoggio.

Il giro di boa

Personalmente credo che ci siano stati tre elementi che hanno fatto fare alla scarpa da running un “salto evolutivo”: l’abbassamento del drop (il differenziale tra tacco e punta che porta l’appoggio verso la parte anteriore del piede, usando così la meccanica del piede come sistema di ammortizzazione), le tomaie seamless (le tomaie interamente tessute, senza cuciture ed elementi aggiuntivi), i nuovi materiali costruttivi per le suole.

Se l’abbassamento del drop ha avuto principalmente effetto nell’appoggio del piede, gli altri due elementi hanno portato a una fortissima riduzione del peso delle scarpe e il miglioramento della resa dinamica, rendendole adatte a qualunque tipo di utilizzo; potrai quindi trovare delle “A3” da 260 grammi che sono perfette per qualunque atleta senza necessariamente gridare al miracolo!

La scarpa di adesso

Ora le scarpe sono molto più leggere, assecondano il naturale movimento del piede, proteggendolo, e le suole hanno mescole in grado di assorbire con efficienza l’urto con il terreno (ricorda che, quando appoggi con il tallone, scarichi a terra fino a tre volte il tuo peso corporeo) e – parallelamente – aumentarne la spinta in fase di stacco. Il runner però è tradizionalmente molto conservatore nella scelta dei materiali e quindi questi prodotti non stanno ottenendo la diffusione che meriterebbero (per ora).

Ma qual è il problema che si è venuto a creare? La necessità delle aziende di adeguarsi all’evoluzione tecnologica, in alcuni casi, ha portato il risultato che le componenti della scarpa non sempre siano ben armonizzate tra loro. Per esempio, puoi trovare una suola del 2014 unita a una tomaia progettata nel 1993 generando la leggendaria situazione in cui metti il motore di una Ferrari in una Fiat 500.

La scarpa del futuro (quella che vorrei)

Qui siamo nell’ambito del gusto personale e quindi ti dico come la immagino io (dopo aver provato in tre anni decine di scarpe diversissime tra loro). Innanzitutto vorrei un sistema “suola – intersuola – tomaia” in cui ogni elemento sia pensato per lavorare in armonia con gli altri. In cui la tomaia sia seamless, traspirante, leggerissima e che supporti il piede adeguatamente senza pregiudicarne il comfort. Una scarpa con un drop ridotto, tra 4 e 8 mm, che mi porti naturalmente ad appoggiare in avampiede ma che sia comunque sufficientemente ammortizzata da poterci fare molti chilometri senza affaticare troppo piede e articolazioni. Con una suola che risulti confortevole durante i lenti e reattiva quando si accelera.

Insomma, una scarpa leggera, con un appoggio naturale, protettiva, veloce e ben ammortizzata. Fortunatamente, a quanto ho visto, il 2015 potrebbe essere l’anno buono per averla.

E poi la voglio bella, ovviamente!

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