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Lo sport non ha confini (e porta felicità, sempre), come alla maratona di Amman

  • 3 minute read

“Vai in Giordania? Ma non hai paura?”. Per settimane prima della mia partenza per la Giordania ho dovuto tranquillizzare amici e familiari o anche semplici conoscenti. Ero tranquillo, anzi, mi mettevano più ansia le loro attenzioni di qualsiasi paura potessi crearmi da solo.
Ci tengo a dire soprattutto questo: la Giordania si trova in Medio Oriente e ha dei vicini un po’ (appena un filo) incasinati, però la Giordania condivide con loro solo la posizione geografica. Anzi: soffre di questi ingombranti vicini perché è un luogo pacifico, felice e soprattutto magnifico. E dalla notizie che i vicini producono – volenti o nolenti – ne è solo danneggiata.

Correresti una maratona in un luogo pericoloso?

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Partecipare – anche se solo da osservatore – alla Maratona di Amman è stato esattamente ed emotivamente come conoscere la Giordania (che non conoscevo). Quello che mi è capitato visitando questo meraviglioso paese l’avevo già vissuto in poche ore la mattina del 9 ottobre, quando si è svolta la maratona: non sapevo che pensarne, non la conoscevo, più passava il tempo e più mi piaceva.
La maratona di Amman in verità si compone di 3 gare: la 42, la mezza e la 10. Partivano in luoghi diversi e ad orari diversi. La partecipazione era un continuo crescendo: qualche centinaio alla 42, un migliaio alla 21k e più di 10000 alla 10k, giustamente.
Inizio: alle 6 del mattino per la maratona, quando Amman è ancora fredda dalla notte appena trascorsa e gli atleti si scaldano davanti al municipio. Puntuale, parte.

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La particolarità di questa maratona è che per totalizzare i 42 km necessari si deve ripetere il giro 4 volte (due volte per la 21k). La 10 k ha invece un percorso diverso, che parte dalla cittadella dello sport. Alle 7.30, in un’altra parte della città, inizia la 21k. Partecipano molti americani, funzionari e dipendenti dell’ambasciata. Partecipano giapponesi, spagnoli, italiani non ne ho sentiti. Partecipa anche una donna che per me resterà il simbolo di questa maratona: è completamente vestita e coperta, si vedono solo gli occhi (no, non è un innovativo abbigliamento tecnico). Non puoi neanche indovinare se sotto indossi qualcosa di tecnico. Eppure parte, assieme agli altri.

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Quando la vedo penso solo che lo sport unisce quello che la religione o la politica dividono, penso che se una donna chiaramente ortodossa decide di correre una mezzamaratona – anche senza aver abbandonato i suoi abiti quotidiani – è un bellissimo segno. Significa che lo sport viene prima di tutto: come mezzo per realizzarsi e per esprimersi individualmente, pur sentendosi parte di un gruppo, di un popolo che supera i confini di qualsiasi nazione. Nello sport definisci solo te stesso, con le tue forze: nessuno e nessuna divinità ti dice chi sei, non devi venerare nessuno, non devi prostrarti: devi solo dimostrare quanto vali. Poco o tanto, partecipare è già una vittoria. E quando lo fai in questo contesto per me vinci anche se arrivi ultimo.

Una maratona normalissima

La gara si svolge tranquilla e regolare. A fare da supporto bambini e ragazzi del servizio d’ordine e il club degli harleyisti di Amman, vestiti da harleyisti di tutto punto. Insomma, a me questi piacevano, era come se ci fossero quelli di Sons of Anarchy a fare il doposcuola alle elementari.

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Alla 10K c’era pure il cugino del Re Abd Allah, quindi tecnicamente un principe. L’ha fatta in un’ora e venti e io sono stato a 2 metri da un principe nel dopo gara. Insomma, un po’ mi sono emozionato.

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Perché normalissima? Perché è stata una maratona come se ne vedono tante: pacifica, festante, colorata e sorridente. E soprattutto dove hanno vinto i soliti etiopi (sono ironico dai, ma è vero, vincono – quasi – sempre loro).
E il dopo gara forse è stato ancora più bello: l’intero teatro romano di Amman ricoperto di un pubblico giovane che voleva divertirsi e che ballava alle note di un cantante locale (credo un Ramazzotti giordano a giudicare da quanto erano gasati a sentirlo. O forse un Mengoni o mettici chi vuoi) e che attendeva la premiazione.

La premiazione più bella del mondo

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Due cose: la cerimonia di premiazione è durata pochissimo: hanno premiato i primi 3 uomini e donne della maratona, della mezza e della 10k. Ma la cosa forse più bella e commovente è stata la premiazione del primo paratleta della mezza: il pubblico mi ha letteralmente spaccato i timpani per la potenza dell’urlo e degli applausi che gli hanno tributato. Non esagero: se gli applausi servissero a decidere chi vince lui non l’ha vinta quella mezza: lui ha stracciato tutti gli altri.

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Ma se qualcuno ha vinto, anche senza partecipare, questa maratona è sicuramente stata la città di Amman e tutta la Giordania: un luogo felice, che corre con il sorriso e che abbraccia vincitori e vinti.

 

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