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(L)ode a Franco Bragagna

  • 2 minute read

È inutile negarlo: i mondiali di atletica di Pechino sono stati una disfatta totale per l’atletica italiana – ne abbiamo già parlato qui. I motivi sono molteplici (e, se vuoi arrabbiarti un po’, puoi leggere cosa ne pensa il nostro presidente federale in un articolo su Gazzetta).

Personalmente credo che sentire Alfio Giomi dire che dovrà “chiarire con gli atleti e le società quel che ci aspettiamo da loro” mi fa molto sorridere. E, di rimando, Massimo Magnani (direttore tecnico) afferma che “l’80% dei nostri tecnici non sa l’inglese: cosa studia e come si aggiorna?” non è da meno. Mia nonna – persona di grande buon senso ma zero cultura tecnica – avrebbe detto che tutto ciò è molto italiano: lamentare (e scaricare) gli errori solamente a frittata fatta, come non lo sapessero prima.

La cosa che più mi stupisce è che né Giomi né Magnani parlano del fatto che la Federazione è carente soprattutto sul piano della promozione e della diffusione di questo sport. Iniziamo a fare dei progetti nelle scuole anziché delegare tutto alle società – che spesso sono gestite e tenute in piedi solamente dalla passione delle persone – e i risultati arriveranno. Magari non a Rio 2016 ma a Tokyo 2020 sì. Ecco, diamoci quell’obiettivo.

[fine del pippone-sfogo]

Fine dello sfogo, dicevo. Sì, perché questo è un articolo che vuole cantare le lodi della persona che ti fa amare l’atletica anche se non la conosci: Franco Bragagna.

Gli sport diventano più appassionanti se sono raccontati bene; pensa a Federico Buffa, Flavio Tranquillo, Guido Meda, alla coppia Tommasi-Clerici e pure a Galeazzi quando si parla di canottaggio (solo per citarne alcuni). Cos’hanno in comune? Non solo conoscono lo sport di cui parlano ma lo amano soprattutto.

Ecco, Bragagna innanzitutto trasmette l’amore per l’atletica, oltre che una sua conoscenza sconfinata. Talmente sconfinata che ti può raccontare storie e aneddoti non solo sugli atleti di tutto il mondo ma anche sui loro familiari (e credo si fermi al terzo grado di parentela). Logorroico e dilagante, riesce a coprire i tempi morti delle gare in modo entusiasmante anche con i suoi immancabili siparietti che vedono Dino Ponchio (un signore che di tecnica ne sa parecchio) sua spalla. A volte pare di ascoltare delle chiacchiere da bar, leggere e divertenti; altre invece la competenza e la precisione sono inappuntabili; altre ancora la passione esce e si urla di gioia – ma con eleganza.

Cosa rimane di questi mondiali di atletica? Un fallimento totale sul piano atletico e politico. E una vittoria schiacciante su quello della divulgazione, del racconto, della cronaca, della passione trasferita attraverso i microfoni.

Grazie Franco.

 

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