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Mettiti nei suoi panni

  • 4 minute read

Di Niccolò Mornati ne avevo già parlato (trovi l’articolo completo qui) esprimendo le mie perplessità sulle “strane positività” che hanno colpito alcuni atleti alla vigilia delle Olimpiadi e il canottiere è stato uno di questi.

La storia si riassume molto velocemente: il 6 aprile 2016, nonostante fosse al di fuori della sua finestra “whereabout”, Niccolò si sottopone spontaneamente a un controllo antidoping e, proprio durante quel controllo, viene trovato positivo all’anastrozolo (e solo a questa sostanza), un farmaco usato nella cura del tumore al seno (che non porterebbe alcun beneficio alle sue performance sportive). La quantità di anastrozolo trovata è di 0,5 ng/ml che – giusto per darti un’idea – corrisponde a 0,00000000005 grammi per millilitro (una quantità al limite della sensibilità della macchina che la rivela). A detta di molti biologi, tale quantità si può trovare in un campione per contaminazione o per biotrasformazione (infatti, in un integratore in uso alla federazione, è stata trovata una molecola uguale per il 75% all’anastrozolo). Di fronte a questa tesi di possibile biotrasformazione, il tribunale antidoping ha dato 4 anni di squalifica (nonostante l’accusa ne avesse chiesti solamente 2) a Mornati senza incaricare alcun perito per approfondire la questione.

Alla luce di questa giustizia sportiva che condanna con tanta facilità un atleta che ha una carriera decennale e che si è sempre battuto nella lotta al doping, mi sono chiesto cosa significhi per una persona essere coinvolta in un procedimento che – oltre a farti saltare le Olimpiadi, evento che prepari da anni – infanga il tuo nome non solo per quanto riguarda i tuoi risultati sportivi. Perché noi, seduti al divano mentre guardiamo la tv, molto spesso esprimiamo giudizi su queste situazioni senza pensare a chi sta “dall’altra parte”. Proprio per questo ho raggiunto Niccolò: per chiedergli cosa significhi, per permettere a te, a me, a tutti, di sentire anche l’altra campana. Quella umana, non solo sportiva.

Ecco le sue risposte.

Ciao Niccolò, innanzitutto grazie per averci dedicato un po’ del tuo tempo, soprattutto in questo momento così complicato. Come ti senti?

Ho il cuore infranto per quanto è accaduto e sono giorni difficili dove tanti pensieri mi riempiono la testa. Quando fai i conti con la tua coscienza e sai che questa è pulita e quindi sai della tua totale innocenza allora il dolore cresce ancor più perché non riesci a dare una spiegazione a questo “ergastolo sportivo” che mi è stato inflitto.

Qual è stato l’aspetto della tua vita – sia di atleta che di persona – che maggiormente è stato influenzato da questa situazione inaspettata?

Come atleta ovviamente l’aver perso la possibilità di partecipare alla mia quarta Olimpiade e quindi il coronamento di un percorso sportivo che non meritava questo epilogo.

Come uomo reputo che questa sentenza sia andata oltre, mettendo in discussione i valori di lealtà e correttezza che hanno sempre caratterizzato il mio percorso sportivo costruito in 20 anni di duro lavoro e sacrificio.

Sacrificio da me scelto e voluto affinché fosse l’ingrediente base di tutti i miei risultati, dalla laurea in economia, passando per 12 Campionati del Mondo e tre Olimpiadi, poi il Master in Business Administration, il lavoro in azienda e da ultimo quello in Federazione come Responsabile Marketing.

Ora riniziare da zero è un eufemismo!

Qual è stata la cosa che più ti ha fatto male e quale quella che ti ha aiutato maggiormente a tenere un po’ di ottimismo?

La cosa che più mi rammarica è il pochissimo approfondimento offerto al mio caso dove di fronte ad una valida tesi scientifica difensiva il Tribunale non abbia nemmeno nominato un consulente terzo affinché valutasse con attenzione quanto da noi prodotto. Il codice WADA parla molto chiaro in merito alla centralità e attenzione che l’atleta dovrebbe avere, ricadendo su di lui l’onere della prova. Reputo questo purtroppo non sia avvenuto. 20 anni di carriera e sport pulito non possono e non devono essere polverizzati in pochi minuti di scarse attenzioni.

Ciò che più mi da forza e mi procura gioia sono le tantissime manifestazioni di affetto e vicinanza ricevute in questi mesi. Anche da parte di coloro che meno mi conoscono ma appena leggono la mia storia desiderano offrirmi il loro supporto e solidarietà.

Poi su tutti l’amore di Francesca la mia ragazza, quello dei miei genitori, parenti e amici.

Sei un atleta da sempre e, in quanto tale, sei abituato a lottare. Quanto ti aiuta questa tua forma mentis nella tua battaglia per la verità?

Sono un atleta che ha più perso che vinto e proprio per questo non mi sono mai arreso e dalle sconfitte ho sempre imparato. Nella mia vita ho sempre considerato lo sport un mezzo per accrescermi come persona e non un fine ultimo. Perciò non avrei mai e poi mai sentito la necessità di barare o ricorrere a qualche scorciatoia. Il danno che il doping procura è incommensurabilmente più grande del beneficio che una medaglia olimpica apporterebbe, soprattutto ad atleti come me che vivono lo sport da dilettanti e incentrano i propri interessi sulla carriera professionale. 

Ho sempre lottato e lotterò ancor di più ora per avere giustizia.

Proprio perché sei un atleta, senti la necessità di dimostrare sul campo gara la tua voglia di rivincita? C’è una piccola parte di te che vorrebbe partecipare a Tokyo 2020?

Un atleta deve sempre dimostrare prima a se stesso che agli altri il proprio valore, dal momento in cui si alza al mattino e nel modo in cui vive lo sport, con correttezza e dedizione. La gara è solo lo show finale dove si mette in pratica ciò che si è imparato. Anche i grandi sogni li ho sempre inseguiti vivendo il presente al meglio di me stesso. In questo momento della mia vita ho bisogno che venga fatta chiarezza perché la mia storia sportiva e umana non merita ciò che è accaduto.

Ti confesso che Tokyo ora è l’ultimo dei miei pensieri.

 

E tu? Come ti sentiresti nella sua situazione?

 

 

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