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La mi porti un bacione a Firenze!

  • 2 minute read

Quando al 20° km, sotto la Torre di San Nicolò, è partito un grido ”Maremma maiala, un po’ di grandine no?” ho pensato che la mia macchina era parcheggiata in piazza Ferrucci, ai piedi della salita verso Piazzale Michelangelo. Per chi non conosce la città, diciamo che era a 350 metri.
In macchina avevo guanti, cappellino, giubbotto impermeabile.
In macchina ci sarebbe stato anche il riscaldamento da accendere e avrei potuto arrivare a casa in venti minuti, doccia calda e the.
Così ho seguito l’istinto e ho svoltato a sinistra.
Sul ponte, incollato ai pacer delle 4 ore e 30, sotto una pioggia battente, con 6 gradi e vento gelido e ancora 22 km da percorrere, in mezze maniche, senza guanti.
L’altro punto critico è stato quando ho dovuto togliermi una scarpa per una vescica, ero al 30° km e non riuscivo a slacciarla né a riallacciarla perché le dita non si piegavano.
L’arrivo in piazza del Duomo è stato una via di mezzo tra una liberazione e un quesito: ”Ma siamo davvero già qui?” Di solito capita di abbracciarsi, farsi i complimenti reciprocamente, anche con sconosciuti ma ieri sembrava si fosse stabilito un legame ancora più forte, un CI siamo riusciti più che un IO ci sono riuscito.

È difficile spiegare le motivazioni che mi hanno portato in fondo ma ci provo lo stesso.
Correvo ieri la mia sesta maratona e la prima dopo New York 2016 che non riuscii a finire per un problema al ginocchio. Si dice che quando non si finisce una Maratona le certezze si incrinino, ci si sente quasi inadeguati verso una sfida del genere. In più, questa volta avevo affrontato una preparazione diversa, niente lunghi da 30/35km ma tanta montagna e collina e con molti test sui 20 km senza aver fatto colazione e senza rifornimenti.

Credo che queste due tipologie di preparazione andrebbero studiate di più.
La seconda permette di non ingozzarsi e appesantirsi ai ristori e quindi di tenere il sangue dove serve e non impegnato a metabolizzare un carico inutile. La sindrome del ristoro che prevede di bere e mangiare come se non ci fosse altro ristoro per i prossimi 500 km è pericolosa. Quando ci si allena e si fanno 10 km non ci si ferma a bere, di solito. Quindi perché fermarsi al ristoro dei 5 km e bere? I ristori non sono un all-you-can-eat, gestiamoli.
La prima perché l’elasticità delle gambe, il cardio e l’assetto complessivo della corsa ne guadagnano in modo significativo. Odio le ripetute e quindi le salite sono alternativa fondamentale, inoltre per me che abito nella piattissima pianura padana, tra correre per 30 km su argini e darsi una martellate sulla palle, temo di preferire la seconda opzione. La noia del panorama è devastante.
Quindi credo che continuerò con queste metodologie per le prossime sfide personali.

Sì, perché mi sono già iscritto alla Maratona di Parigi (8 Aprile) e alla Londra/Parigi in 24 ore (5/6 Maggio) in bicicletta e ho intenzione di farle entrambe bene.

Gianandrea Facchini

(Photo credits Tolga Kilinc)

3 commenti
  1. NICO ha detto:
    28 Novembre 2017 alle 21:00

    Anche io ero a Firenze Domenica,per correre la mia prima maratona.
    Da neofita non conoscevo le sensazioni che si provano correndo la regina delle distanze,certamente la fatica l’avevo messa in conto ma una bufera di pioggia e vento gelidi proprio no.
    Ripensando però a tutti i sacrifici fatti per preparare la gara,dalle ripetute a temperature sub-sahariane agli interminabili lunghissimi domenicali,col passare dei chilometri al peggiorare delle condizioni atmosferiche aumentava in me la convinzione che portarla a termine non era solo doveroso,ma necessario..per me,per il significato speciale che gli avevo assegnato.
    Quando,negli ultimi chilometri,un sole potente rifletteva i suoi raggi sui ciottoli bagnati da oltre 3 ore di pioggia del centro di Firenze,anche i maestosi monumenti che sfilavano sopra di noi riflettevano di luce propria..come divina,mentre ai fianchi si aprivano letteralmente due ali di folla entusiasta che,nonostante le condizioni meteo,non smettevano mai di incitarti, anche scandendo il tuo nome e trascinandoti letteralmente verso un arrivo che solo 3 ore prima sembrava così impossibile.
    Forse sarà intrinseco nella natura che l’uomo dia il meglio di sé in condizioni difficili..ma sotto lo striscione dell’arrivo per quanto possibile tutta questa situazione ha amplificato la portata del gesto e delle mie sensazioni,sfociate in un pianto tanto liberatorio quanto infantile..
    D’altronde la maratona è anche questo,non pensate anche voi?
    STRA-TO-SFE-RI-CO

    Rispondi
  2. Franco Folini ha detto:
    29 Novembre 2017 alle 03:49

    Complimenti Gianandrea!

    Rispondi
  3. Pietro Paschino ha detto:
    30 Novembre 2017 alle 22:09

    Complimenti Gianandrea, bravissimo!!!

    Rispondi

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