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Perché ho scelto di correre barefoot

  • 3 minute read

Ho iniziato ad avvicinarmi alla corsa minimalista, dopo poco più di un anno che avevo iniziato a correre, grazie niente meno che ad un post nel gruppo Runlovers. Non ricordo neppure cosa scrissi, ricordo solo che fu il mio primo post all’interno del gruppo – che per la cronaca aveva meno di 1.500 iscritti – e facevo menzione al fatto che mi piaceva correre nei boschi e soprattutto che lo facevo con scarpe solide che proteggevano bene il piede (erano delle Asics Nimbus 17 se non ricordo male). Per fartela breve mi risponde nientepopodimeno che Stefano Gregoretti il quale molto semplicemente mi pone la domanda che di fatto avrebbe cambiato il mio rapporto con la corsa: “perché invece non provare una scarpa più leggera che ti faccia sentire maggiormente il terreno?”.

Tutto iniziò precisamente così, grazie ad un commento su Facebook! Ora, un paio di anni dopo, e un migliaio di chilometri corsi con calzature minimaliste, voglio riflettere sulla domanda che in molti mi hanno posto: perché correre così? Perché rinunciare a delle scarpe protettive e ammortizzate in favore di calzature come le Fivefingers o sandali (tra le altre)?

Ti sembrerà strano, ma io stesso non credo di capire appieno le ragioni di questa scelta, anche se so tre cose:

  • so che mi piace da matti;
  • e so che non tornerei indietro;
  • so che è una scelta personale, anzi personalissima!

Sulla bibbia del barefoot runner (“Born to Run” di Christopher Mcdougall) si legge che annualmente l’80% dei podisti si infortuna almeno una volta l’anno; ebbene io non sono uno di quelli, non ho dovuto cambiare calzatura perché altrimenti sarei andato incontro ad infortuni. Io ho scelto di provare un’esperienza nuova, e solo a distanza di mesi sento di poter dire che la parola chiave di questa mia avventura è proprio questa: esperienza, intesa come vissuto! Che poi ci siano ragioni più o meno scientifiche io non ho le competenze per dirlo.

Al di là delle più o meno fondate teorie sulla scarpa ammortizzata come causa di infortuni (tema molto marcato nel libro di McDougall) io ho affrontato la transizione, ovvero quel lento (mi raccomando!!!) e progressivo passaggio per abituare i piedi e le gambe alla diversa meccanica che caratterizza la corsa naturale, con due obiettivi:

  1. apprendere una precisa tecnica di corsa, la cosiddetta “corsa naturale”;
  2. sperimentare la sensazione di percepire la strada, il sentiero, la superficie sulla quale correvo.

Ora non saprei dirti con certezza se passare a scarpe leggermente più protettive delle FiveFingers comprometta la tecnica di corsa acquisita, ma non credo proprio; al contrario sono convinto che il compromesso dato dal cambiare calzatura – senza per questo sposarne un solo tipo – sia vincente. Credo inoltre che in gara il piede fasciato da una buona scarpa possa godere anche di una spinta in più alla quale chi cerca la performance può tornare utile; quindi detto tra di noi diffido dei duri e puri devoti più all’idea che all’effettiva funzionalità dello strumento. Abbracciare il barefoot non deve voler dire demonizzare altre scelte per partito preso.

Un’esperienza diversa

Quello che mi ha spinto finora – e continua a farlo – a correre scalzo è il fatto stesso di vivere l’esperienza della strada, del percorso. Poco importa se devo rinunciare a due minuti sul mio personal best sui dieci chilometri, l’esperienza stessa che vivo a contatto con il terreno, con l’asfalto, la ghiaia, etc. è irrinunciabile. Quindi credo che alla base della corsa minimalista vi sia innanzitutto una diversa concezione della corsa come esperienza che, nel caso del barefoot runner, non è incentrata sul risultato cronometrico, bensì sull’orizzonte di sensazioni che si provano lungo il percorso; poco importa se sia una gara oppure una semplice corsetta a passo leggero, poco importa la distanza che si percorrerà: il barefoot runner è devoto solo al come si correrà e a quanto intimo risulterà il rapporto con la strada.

In conclusione, ogni singolo passo, ogni singolo respiro, ogni sasso o radice che sento sotto di me, mi restituisce il senso della mia fatica; il mio non è più un gesto atletico, non solo perlomeno, è relazione con la strada che, per ogni singola volta che i miei piedi appoggiano su di essa, mi trasmette qualcosa, mi racconta di sé. A questo no, non sarei più in grado di rinunciare, alle storie che la strada mi racconta ogni qual volta la affronto senza filtri e mi insegna che la corsa non è parlare di sé, ma lasciar parlare la strada, farsi silenzio e calma per poter essere noi stessi strada, lasciarsi divenire strada e svegliarsi da questa esperienza sempre un po’ cambiati.

Andrea Wierer


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Jordan Whitt

2 commenti
  1. marco ha detto:
    27 Agosto 2017 alle 19:38

    “L’80% dei podisti si infortuna almeno una volta l’anno…”, detta così è molto generica, quali podisti si intende? Anche quelli della domenica, anche quelli che corrono con le Nike Air, anche quelli che “pronti e via” anche a -5°? Se uno si allena con carichi importanti, se lavora molto sulle ripetute, se fa gare con salite/discese allora il rischio di infortuni aumenta rispetto al semplice correre e basta, sia pure a piedi nudi; personalmente non mi infortuno da anni (e mi tocco…) e in generale quelli del mio gruppo sportivo pure per cui non so che genere di statistiche citi la tua bibbia ma da queste parti evadiamo il range medio di parecchio…

    Rispondi
  2. Conte ha detto:
    31 Agosto 2017 alle 17:57

    Ho iniziato a correre nel gennaio 2011. A giugno 2011 ho comprato le mie prime Five Fingers ed ho chiuso l’anno utilizzando 50% Five Fingers e 50% scarpe.
    Ho calzato nel 2013 per l’ultima volta una scarpa, da allora corro 30% Five Fingers e 70% piede nudo (nudo davvero).
    Mai più avuto alcun tipo di infortunio, fastidio o vescica.
    Corro una mezza all’anno e le ultime tre le ho corse scalzo.
    Non tornerei alle scarpe per nessun motivo al mondo, sto addirittura cercando di ridurre ultriormente l’utilizzo delle Five Fingers.
    Probabilmente è una scelta profondamente psicologica e personale, io mi trovo benissimo pur conscio di perdere diversi minuti in una mezza.
    Consiglio comunque a tutti di provare, almeno su tapis tanto per capire le sensazioni.

    Rispondi

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