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Di Runlovers e di attese a Central Park

  • 4 minute read

Le ultime quattro settimane di allenamento prima di una Maratona, non so davvero perché, passano in un lampo. Mi è sempre capitato di arrivare al conto alla rovescia quasi senza rendermene conto, forse perché tutte le Maratone che ho corso hanno coinciso con periodi particolarmente pieni di impegni, o perché una volta in dirittura d’arrivo la curvatura spazio-tempo viene distorta – è cosa nota che Einstein non corse mai una Maratona per questo, nonostante fosse un suo grande desiderio – fattostà che mi ritrovo su questo volo Milano-New York e davvero non so bene a cosa stia andando incontro. Siamo in volo da quasi otto ore e sotto di noi c’è l’Atlantico, col suo blu sconfinato che mi ricorda ancora una volta quanto siamo piccoli, noi esseri umani. Eppure, siamo in grado di fare cose incredibili, come ad esempio mettere un piede dopo l’altro per quarantaduemilacentonovantacinque metri. Sto andando a rinnovare questa promessa con la Maratona che ormai mi accompagna da alcuni anni, questa sfida col me stesso che per i primi passi ripete sempre ma chi te l’ha fatto fare Pie’?, ma che poi, appena la fatica diventa gestibile e riesce a rendersi conto di cosa stia realizzando, vorrebbe continuare a correre all’infinito. Ovviamente, per arrivare a riuscire a gestire la fatica e desiderare di continuare a correre, bisogna allenarsi in maniera continuativa ed ascoltando il proprio corpo, senza pensare di poter fare chissà che tempi ma anche senza sottovalutarsi. Per ciò che mi riguarda, credo di aver corso molto bene durante questa preparazione ed in particolar modo in queste ultime settimane. Dopo la Mezza Maratona di Alghero, in cui ho preso una bella botta al piede, ho tirato un po’ i remi in barca per qualche giorno, la caviglia non mi faceva male per nulla ma avevo comunque ancora quel timore reverenziale che non consente di andare con serenità, poi man mano che le corse continuavano mi sono deciso a spingere un po’ di più ed affrontare i due ultimi lunghissimi che Charlene, la mia tabella di allenamento, aveva previsto per arrivare nello stato di forma migliore possibile a questa quinta Maratona che andremo a correre insieme. Nonostante il caldo che anche a metà ottobre continuava a farsi sentire dalle nostre parti, li ho portati entrambi a termine come previsto e con un passo molto soddisfacente. Anche questa volta ho utilizzato il piano di allenamenti che avevo già seguito per la Maratona di Cagliari dello scorso Marzo, studiato per stare sotto le tre ore e dieci. Non credo che domenica (domani per te che stai leggendo questo articolo) sia possibile riuscire a rispettare il passo in realtà, ma non è per nulla un problema. Quella di New York non è una Maratona da tempo – me lo hanno detto tutte le persone che conosco che l’hanno corsa in passato -, per cui terminare in tre ore e dieci o tre ore e trenta non mi cambierà nulla, voglio prendere da questa esperienza ciò che ha da offrire più dal lato umano che da quello sportivo. All’arrivo, incredibilmente in anticipo, riesco a sistemarmi in hotel e ad incontrare gli amici di Sportler del concorso Run4NY, scambiare due chiacchiere ed andare via in tempo per raggiungere l’expo, dove ho ritirato il pettorale ed incontrato Serena e Laura del RunLovers Club su Facebook (ma cosa vuol dire che non sei ancora iscritto, ma scherzi?) e Lorenzo, neo acquisto del RunLovers Team. Siamo andati a correre e a goderci l’Alba a Central Park e abbiamo potuto capire un po’ di più cosa significhi la New York City Marathon per i newyorkesi e gli americani in generale. Con Serena e Lorenzo poi, abbiamo avuto la grande fortuna – al party organizzato da Strava – di incontrare una delle leggende della Maratona, Meb Keflezighi, con cui abbiamo scambiato qualche parola soprattutto sulla vita e pochissimo sulla corsa (Meb era un rifugiato eritreo scampato a morte certa, ha vissuto per un paio di anni anche in Italia), e ci siamo scoperti ancora una volta piccoli piccoli in confronto al mondo, e questo vale più di qualsiasi tempo in Maratona, almeno per me.

Per una strana coincidenza, ho chiuso la parte “seria” degli allenamenti dove tutto è iniziato, a Londra. Per la seconda volta quest’anno sono capitato per lavoro nella capitale inglese ed ho avuto modo di correre nuovamente lungo il Tamigi. Se a fine luglio avevo trovato una temperatura più mediterranea che anglosassone, la scorsa settimana ho invece potuto sperimentare una corsa col più caratteristico dei climi del Regno Unito: sole tiepido e nuvole che minacciano pioggia che si alternano a poca distanza. Nonostante questo – mi sembra anche superfluo sottolinearlo – correre a Londra ha un fascino incredibile, passare di fronte a Saint James, a Piccadilly ed al Tower Bridge ti fa dimenticare la fatica e vorresti non finisse mai. Ho terminato la corsa londinese felice e pienamente soddisfatto di come sia andata, e ho festeggiato la fine degli allenamenti di rifinitura al Bubba Gump Shrimps di Coventry. Immerso nell’atmosfera di Forrest Gump ho dato un’occhiata alle ultime corse che avrei dovuto fare – e che in effetti ho poi fatto – prima della gara di domenica: un medio-lungo a passo veloce, un paio di corse sulla distanza media con allunghi finali e poi qualche corsa lenta e breve per mantenere le gambe attive. Sono andate tutte bene e credo di essere arrivato a questo punto nello stato di forma migliore che potessi raggiungere. Probabilmente non è il mio stato ottimale e forse senza i tanti viaggi fatti negli ultimi mesi avrei potuto definire un po’ meglio il fisico, ma ormai ci siamo e non resta che correre.
– Che dici Charlene, siamo pronti?
Ma, inutile dirlo, Charlene è scomparsa. Forse mi sta già aspettando a Central Park.

[CONTINUA]
2 commenti
  1. Alessandra ha detto:
    4 Novembre 2018 alle 13:26

    In bocca al lupo e facce sapè! :)

    Rispondi
    1. Pietro Paschino ha detto:
      5 Novembre 2018 alle 06:35

      Grazie mille Alessandra!!!

      Rispondi

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