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It’s a long way, long way to New York

  • 5 minute read

L’alba sul lungomare di Napoli è un concentrato di stupore e meraviglia. In qualsiasi direzione si guardi, si trova qualcosa che fa fermare il respiro, e non per l’affanno della corsa. È una mattina di metà settembre, sono qui per lavoro (questo mese viaggerò parecchio) e ho puntato la sveglia alle cinque per poter fare l’allenamento che Charlene – la mia tabella per la preparazione della Maratona di New York del prossimo 4 novembre – aveva in programma. È una corsa a passo veloce sulla medio-lunga distanza. Corro guardando il sole che dietro il Vesuvio inizia a fare capolino, colorando il cielo di un rosso-arancio meraviglioso. Che città incredibile Napoli. Ho avuto modo di vedere un po’ il centro ieri sera, e sto approfittando della corsa per poter vedere alcune parti che altrimenti non riuscirei a visitare. Piazza del Plebiscito, il Maschio Angioino, il Lungomare Caracciolo. Chi dice che sia una brutta città probabilmente non ci ha mai corso all’alba. Ad ogni modo, dicevo, sto correndo il mio allenamento programmato e mi sento molto bene, sono carico di endorfine e il sudore che mi bagna il corpo mi rinfresca un po’ dal caldo che arriva da tutti i lati. Incrocio alcuni altri runners avventurieri dell’alba (ed incontro anche molti RunLovers che correranno come me a New York, conosciuti grazie al RunLovers Club – no dai non ci credo che non sei ancora iscritto!), qualcuno alza la mano rispondendo al mio saluto, qualcun altro no, ma va bene così, ci sta tutto oggi.

È una domenica pomeriggio, sempre di metà settembre ma un po’ più avanti del metà settembre di qualche riga fa, e per oggi Charlene mi ha suggerito un allenamento di un’ora e trenta a passo veloce. Sto quindi cercando di mantenere un passo che mi consenta di coprire la distanza della Mezza Maratona, non è semplicissimo perché sono reduce da poche ore di sonno, due voli in poche ore ed una lunga passeggiata per raggiungere l’hotel in cui ho praticamente soltanto poggiato la valigia, mi sono cambiato al volo e sono uscito per correre. Sto percorrendo il quinto chilometro di questa mia personale Mezza Maratona tirata e devo rallentare – impossibile non farlo – sia per la calca di persone che per la maestosità che mi si para davanti. Sono appena passato sotto un arco di un muro di cinta e davanti agli occhi ho Piazza dei Miracoli. La prima cosa che vedo, il Battistero, riflette la luce del sole che mi sta per tramontare alle spalle e quasi mi acceca. Poi il Duomo ed in fondo, sorretto da centinaia di persone nella classica posa da fotografia, il Campanile più famoso del mondo, la Torre Pendente di Pisa. Chissà come potrebbe star su, senza tutte quelle persone a sorreggerla? Resto a Pisa una settimana, corro molto e bene, mangio benissimo e soprattutto anche qui ho il piacere di incontrare tanti altri RunLovers – che stanno preparando Chicago – con cui fare qualche chilometro. New York si avvicina sempre di più, e credo di star trovando la forma che mi permetta di correre con relativa tranquillità quei quarantaduemilacentonovantacinque metri.

La sveglia suona di nuovo, stavolta alle cinque e trenta, e mi ritrovo catapultato nella nebbia e nel freddo slovacchi, a Piešťany. Sono arrivato in questa terra così piena di sfaccettature proprio a ridosso dell’inizio del progetto “Dall’Etna alle Dolomiti”, che partirà da Cagliari e toccherà alcuni dei punti più belli del nostro Paese, cercando di scoprirne i lati più belli dal punto di vista di chi corre. Mi sento anche io un runner viaggiatore in questi giorni (anche se sono qui per lavoro e non con il solo scopo di correre), ed anche a me piace esplorare i posti in cui vado con una corsa. Settembre è quasi terminato ormai, e gli allenamenti proseguono. Dovrei correre un’ora circa a passo medio-lento, giusto per rimettere in circolo le gambe e riprendermi dalla corsa di ieri in cui ho spinto un po’ sull’acceleratore. Questi giorni a temperature decisamente più basse di quelle che ho lasciato in Italia sono stati molto proficui dal punto di vista atletico. Correre col freddo è decisamente piacevole, si fatica di meno facendo la stessa distanza alla stessa velocità – o più elevata – di quanto non accadrebbe al caldo. Tra un paio di giorni, al ritorno in Italia, correrò la seconda edizione della Alghero Half Marathon ed avrò il grande onore di fare da Pacer. Fino a qualche giorno fa avrei dovuto correre per l’ora e quarantacinque, ma uno dei Pacer dell’ora e trenta si è infortunato e sono stato spostato su questo tempo. È un passo un po’ (un bel po’) più svelto di quello che avevo preventivato, ma dovrei farcela senza troppi problemi.

Ed eccomi qui ad Alghero, in pratica dietro casa, a correre insieme ad un migliaio di altre persone la seconda edizione – quest’anno assegna il titolo di campione regionale sulla distanza – della Mezza Maratona di questa bella cittadina. È domenica 30 settembre e sono circa le dieci e quaranta ed io ed il mio compagno Pacer, Tore, stiamo andando come previsto a 4’15”/km da poco più di diciannove chilometri. Con noi, o poco distanti, ci sono una decina di atleti che ci hanno affiancato dall’inizio di questa gara. Vogliono migliorare il proprio tempo, confermarlo o in alcuni casi fare il primo tempo della loro vita su questa distanza. Abbiamo parlato un po’, scherzato, riso e ci siamo anche fatti seri, quando la fatica ha iniziato a farsi sentire, ma siamo sempre stati insieme compatti, e mancano ormai meno di due chilometri a terminare, ad alzare le braccia sotto il traguardo. È un tratto un po’ ostico questo: il percorso è in piano ma ci sono alcuni tratti di asfalto rovinati e con tante buche, alcune piccole, alcune grandi. Lo dico a voce alta ai miei compagni di corsa, ma come nelle migliori gag comiche, alle mie parole non corrisponde l’attenzione che io stesso dovrei prestare e col piede destro finisco dentro una di queste buche. Caviglia girata, carriera da Pacer – appena iniziata – finita. Sono disperato. Oltre che non poter terminare la gara nel tempo previsto – che significa soprattutto non accompagnare al traguardo chi si era fidato di me – penso che mancano soltanto cinque settimane alla Maratona di New York, e di fronte agli occhi mi si palesa un incubo. E se mi fossi fatto male seriamente? Se avessi qualcosa di rotto? Dico ai ragazzi ed alle ragazze di continuare a tenere il passo, di tenere alta la testa, il busto in avanti e tutto quanto possibile per dare il massimo in questo ultimo chilometro rimanente, li guardo allontanarsi per andarsi a prendere il meritato applauso del pubblico e mi trascino al traguardo ed all’ambulanza dove mi prestano i primi soccorsi. Passano alcuni, interminabili minuti, in cui non riesco a connettere granché. Poi, man mano che mi toccano il piede e la caviglia, mi rendo conto che il dolore sta sparendo, che non c’è gonfiore e che forse non è andata così male come avevo temuto. Quella che poteva essere una distorsione o una slogatura pare essere – e lo sarà in effetti – soltanto una botta ben data molto dolorosa ma senza conseguenze. Ghiaccio, calza compressiva – di un terribile color carne, comprata da A., santa donna a sopportarmi, nella prima farmacia trovata – e riposo per un po’.

– Charlene, questa ancora non ci era capitata, eh?

Ma Charlene è già nel suo angolo lontano da tutti, che depenna alcune delle corse programmate dal nostro calendario. Fino a poco fa aveva una ruga di preoccupazione sul volto, ma ora la vedo che fa la faccia furba mentre guarda gli allenamenti delle prossime settimane, le ultime quattro prima della gara.

[CONTINUA]
2 commenti
  1. Tore ha detto:
    6 Ottobre 2018 alle 08:18

    Ciao Pietro, è stato un vero peccato non poter arrivare in parata, ma mi solleva il fatto che dopo la paura della prim’ora, questa di sia rivelata “inutile”. Un abbraccio e alla prossima!

    Rispondi
    1. Pietro Paschino ha detto:
      6 Ottobre 2018 alle 14:36

      E’ stato un grande onore per me poter correre insieme Tore!
      La prossima volta spero si possa fare un arrivo degno del resto della gara che abbiamo corso! :)

      Un abbraccio!

      Rispondi

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